
Se pensi non ci sia riscaldamento climatico non serve costruire transizione energetica
Ascolta l’audio
Indice dei contenuti
Mai come negli ultimi mesi il racconto pubblico sulle rinnovabili in Italia è apparso confuso e contraddittorio. Da un lato, le istituzioni continuano a ribadire la centralità della transizione energetica come priorità strategica, tassello imprescindibile per affrontare la crisi climatica e ridurre la dipendenza dall’estero. Dall’altro, però, la realtà operativa racconta di stop improvvisi, procedure bloccate e risorse che svaniscono, lasciando cittadini, imprese e territori in una condizione di incertezza permanente. Il caso emblematico delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) è, in questo senso, più che un incidente di percorso: è uno specchio fedele delle ambiguità con cui la transizione viene oggi governata nel nostro Paese.
Proprio mentre questo fermento cresceva, però, è arrivata una brusca frenata: un post pubblicato sui social dal presidente del GSE, Paolo Arrigoni, ha annunciato un taglio del 64% alle risorse PNRR destinate alle CER, riducendo la dotazione complessiva da 2,2 miliardi di euro a meno di 800 milioni. Una comunicazione avvenuta fuori dai canali istituzionali e a ridosso della scadenza del bando, che ha prodotto un effetto dirompente su un settore già fragile.
Burocrazia soffocante e interessata
Il problema non è finanziario ma strutturale. Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) non si trova semplicemente “sotto pressione”, ma ha contribuito a costruire un sistema di accesso alle misure molto più complesso di quanto le sue stesse capacità operative potessero sostenere. La richiesta di centinaia di dati spesso ridondanti, passaggi procedurali inutilmente articolati, controlli incrociati e continui rimbalzi tra uffici hanno finito per intasare gli iter autorizzativi. L’attuatore della misura è così diventato il principale collo di bottiglia, paralizzando investimenti già avviati e trasformando uno strumento pensato per accelerare la transizione in un freno inatteso.
La reazione del mondo delle CER non si è fatta attendere. Giovanni Montagnani, presidente di Vergante Rinnovabile e co-fondatore del collettivo Ci sarà un bel clima ha denunciato apertamente la situazione, parlando di un PNRR che avrebbe dovuto finanziare la transizione e che oggi, invece, crea debiti alle imprese e rischi per i lavoratori, bloccato da procedure informatiche incomplete e da comunicazioni affidate ai social. Secondo Montagnani, la giustificazione ministeriale che parla di riduzioni “fisiologiche” dei progetti è peggiore del problema stesso, perché ignora un dato fondamentale: le richieste già presentate superano di gran lunga le risorse rimaste, condannando consapevolmente una parte enorme delle iniziative all’esclusione. Eppure, le alternative esistono. In molte regioni, i fondi di coesione non ancora spesi ammontano a diversi miliardi di euro e potrebbero integrare agevolmente le risorse destinate alle CER. I soldi, dunque, non mancano: ciò che sembra mancare è la volontà politica di sbloccarli.
Questa realtà è vissuta in prima linea anche da chi, come Michele Argenta, presidente della CER Monte Pizzocco e altro co-fondatore di Ci sarà un bel clima, lavora quotidianamente nei territori. Proprio per questo Ci sarà un bel clima ha promosso una petizione urgente, chiedendo trasparenza sui numeri reali, il ripristino delle risorse e soprattutto lo sblocco delle istruttorie. L’obiettivo è evitare che l’unico strumento capace oggi di attivare una partecipazione dal basso venga svuotato da una burocrazia auto-inflitta e da decisioni tardive, colpendo in modo particolare le CER nate nei territori; proprio quelle a vocazione più solidale e comunitaria, lontane da logiche speculative.

Aree idonee, cambiano ancora i criteri
A questo scenario già complesso si aggiunge il tema delle aree idonee. Il Governo ha scelto di intervenire per superare l’impasse creatasi tra livello centrale e regioni, introducendo con il Decreto legge 175 del novembre 2025 una definizione più ampia dei luoghi destinabili agli impianti da fonti rinnovabili e fissando, al contempo, gli obiettivi regionali al 2030, che complessivamente superano gli 80 GW installati. Il decreto individua come idonei i siti già occupati da impianti esistenti, le aree degradate o da bonificare, le infrastrutture come strade, parcheggi, aree industriali soggette ad AIA, oltre a cave, miniere dismesse e bacini artificiali. L’agrivoltaico viene sempre consentito, a condizione che garantisca la continuità delle attività agricole e pastorali.
Accanto a queste aperture, però, il decreto introduce vincoli stringenti per la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale. Le fasce di rispetto attorno ai beni tutelati – tre chilometri per l’eolico e cinquecento metri per il fotovoltaico – rischiano di produrre un effetto boomerang in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un patrimonio storico diffuso. In molti centri urbani e storici, l’installazione di impianti anche di piccola scala potrebbe diventare di fatto impossibile per i privati, lasciando spazio quasi esclusivamente a grandi impianti collocati in aree industriali o agricole. Le comunità energetiche dovranno così confrontarsi con un quadro normativo che rende sempre più difficile stimolare la transizione a livello locale.
Il quadro si complica ulteriormente se si guarda agli effetti del carbon pricing. L’ETS (Emission Trading System) è il mercato dei permessi di emissione europei: un sistema che impone un tetto massimo decrescente alla CO₂. Le aziende devono acquistare o ricevere quote per ogni tonnellata emessa; scambiandosi queste quote, si forma un prezzo di mercato che penalizza chi inquina di più e premia chi decarbonizza. L’estensione dell’ETS2 ai settori dei trasporti e del riscaldamento – previsto da anni – rischia di tradursi in un aggravio economico diretto per le famiglie, stimato in alcune centinaia di euro l’anno, soprattutto in assenza di politiche redistributive efficaci. Eppure, le risorse per compensare questi impatti esistono. Negli ultimi anni, l’Italia ha incassato decine di miliardi di euro dalle aste ETS, ma solo una quota marginale è stata reinvestita in progetti climatici strutturali. Il resto è rimasto inutilizzato o disperso, alimentando la percezione di una transizione vissuta come costo ingiusto anziché come opportunità collettiva.

Le risorse finanziarie ci sono
Una dinamica simile emerge osservando la gestione del Fondo Italiano per il Clima, le cui risorse sono state in larga parte indirizzate verso iniziative esterne come il Piano Mattei, spesso prive di trasparenza e con il rischio di rafforzare filiere legate ai combustibili fossili o ai biocarburanti. Negli Stati Generali dell’Azione per il Clima, processo partecipativo tra le realtà dell’attivismo italiano promosso da Ci sarà un bel clima, questo tema è stato affrontato apertamente, con la proposta di utilizzare i proventi della CO₂ per una redistribuzione progressiva a favore delle fasce più vulnerabili, trasformando uno strumento potenzialmente regressivo in una leva di equità e innovazione.
Le rinnovabili crescono – o crescevano – ma non al ritmo necessario per rispettare gli impegni climatici, come dimostrato proprio in occasione della COP 30. Gli strumenti esistono, dalle CER alle aree idonee, dall’autoconsumo collettivo agli incentivi, ma vengono indeboliti da scelte tardive e da una governance priva di una visione chiara.
Le difficoltà incontrate dalle Comunità Energetiche Rinnovabili, quindi, non sono un’eccezione, ma si inseriscono in un quadro più ampio di criticità che riguarda l’intera governance della transizione energetica. Come emerge anche dall’analisi sul PNRR e su REPowerEU pubblicata in questo stesso numero, il sistema italiano sta progressivamente spostando il baricentro dalle ambizioni di trasformazione strutturale alla necessità di rispettare scadenze formali e target amministrativi. In questo contesto, strumenti che richiedono tempo, capacità progettuale locale e continuità politica – come le CER – diventano i primi candidati alla riduzione o alla semplificazione al ribasso.
Produzione di energia diffusa, potere decentrato, comunità responsabili
Il grande valore aggiunto di fonti come il solare e l’eolico sta proprio nella loro capacità di favorire la generazione distribuita, rompendo i meccanismi del sistema fossile che per oltre un secolo hanno concentrato la produzione energetica nelle mani di pochi grandi attori. L’autoproduzione e l’autoconsumo restituiscono un ruolo attivo a cittadini e comunità, riducendo su scala nazionale la dipendenza da Paesi esteri instabili e, su scala locale, redistribuendo potere e consapevolezza. È una lezione che dovrebbe guidare anche le scelte future, evitando di ripetere per il sole e il vento quanto già accaduto nel Novecento con l’acqua e le grandi centrali idroelettriche e seguendo piuttosto l’esempio della Società Cooperativa SECAB, attiva in Carnia da più di un secolo. Un tema attualissimo che si innesta con quello del rinnovo delle concessioni idroelettriche con scadenza al 2029 -molto sentito nella nostra regione, che ricorda con cordoglio i piani di SADE e la tragedia del Vajont- e le attuali problematiche degli sfruttamenti idrici nell’alto corso del Tagliamento e del lago di Cavazzo.
Mettendo insieme tutti questi elementi, appare evidente che una transizione, che sia calata dall’alto – o peggio, lasciata in mano alle sole iniziative private – o poco comunicata e mal governata non potrà mai essere realmente compresa né accettata. Lo dimostrano le resistenze crescenti, i comitati che nascono attorno a ogni nuovo impianto, la difficoltà dei comuni, lasciati soli senza risorse adeguate.
Eppure, gli strumenti per rendere la transizione giusta, partecipata e desiderabile esistono già. Ciò che continua a mancare, oggi, è la volontà di metterli in pratica.
Un collettivo di persone impegnate a creare collaborazioni per portare giustizia climatica nella società. Il gruppo promuove un'idea di transizione ecologica fondata sulla partecipazione e su una comunicazione onesta e responsabile. Dal 2023 coordina gli Stati generali dell'azione per il clima, uno spazio di incontro tra realtà italiane attive attorno alla causa climatica.


