
Storia e storie di genere nel nostro territorio. Dieci anni del Premio Paola Schiratti
Ascolta l’audio
Indice dei contenuti
A margine di un novembre dedicato giustamente a iniziative per l’eliminazione della violenza sulle donne, all’analisi di dati e a riflessioni su questo odioso fenomeno che riempie le cronache quasi quotidianamente, ci sono ricerche, eventi e percorsi formativi attivi tutto l’anno, da anni, per indagare le radici e le ragioni di questo fenomeno sociale, e degli aspetti culturali che lo determinano. Tra queste iniziative va annoverato il Premio Paola Schiratti, che da dieci anni si propone di portare nelle scuole di ogni ordine e grado del territorio provinciale udinese proposte e materiali relativi alla storia di genere e al suo inserimento nell’attività didattica della storia. Infatti, la finalità principale del Premio, fin dalla sua prima edizione del 2016, è di sensibilizzare e valorizzare attività didattiche che mettano al centro della ricerca la storia delle donne, ma anche la storia vista e raccontata secondo un punto di vista femminile.
Per fare il punto su questo complesso tema, mercoledì 28 ottobre si è svolta una tavola rotonda presso la Fondazione Friuli a Udine, organizzata dall’Associazione Le Donne resistenti APS, con il contributo del Comune di Udine e la collaborazione della Biblioteca Civica V. Joppi, della Commissione Pari Opportunità, e della Casa delle Donne “Paola Trombetti”. Il tema di indagine che il Premio biennale propone alle scuole della provincia di Udine, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale e il Comune di Martignacco, dove la prof.ssa Schiratti ha vissuto, riguarda sempre il territorio di riferimento della scuola e il tema del lavoro delle donne.
Ad ogni edizione, questo tema generale viene declinato in maniera più puntuale, fino a diventare un concreto focus di lavoro: dalla conciliazione tra il lavoro in casa e fuori casa al valore dato allo studio e alla carriera, dal ruolo avuto dalle donne nelle famiglie durante la pandemia, a come sono cambiate le regole educative nel corso del tempo. Quindi la tavola rotonda è stata l’occasione per fare il punto sulle attività di ricerca storica e didattica di storia di genere, in quanto erano presenti le insegnanti (sì, tutte donne), che nel corso degli anni hanno partecipato al Premio, inviando materiali di indagine e ricerca, svolte da allieve e allievi delle loro classi nel territorio di riferimento. Attraverso gli occhi e le menti di ragazze e ragazzi delle scuole primarie, secondarie di primo grado e dei bienni superiori, abbiamo potuto fare il punto su diversi temi di storia femminile in vari territori del Friuli. Da Forni di Sopra a San Daniele del Friuli, da Martignacco a Tolmezzo, da Ruda a Lestizza, le insegnanti hanno presentato lavori e dati sulla situazione femminile.

Un laboratorio di microstorie di genere nel tempo
Uno degli aspetti più interessanti di questo tipo di lavoro è la metodologia che viene proposta alle classi e in particolare l’uso delle interviste orali intergenerazionali. Come la prof.ssa Schiratti documentò nel volume che scrisse con Mauro Bullo, Io, donna nel tempo, edito negli anni ‘90 del secolo scorso (disponibile sul sito dell’associazione www.ledonneresistenti.it), le interviste sono un importante strumento di indagine, non semplice da predisporre e maneggiare, ma utile a recuperare informazioni per ricostruire contesti storici vicini nel tempo. Nel nostro caso, le classi vengono invitate a intervistare tre donne di diverse generazioni della propria famiglia o del proprio contesto: nonna, mamma, sorella o zia, sottoponendo un questionario-tipo, preparato dall’intera classe e che tutti condividono. Questo permette all’insegnante di fare un lavoro di sintesi dei dati sia diacronico (tre generazioni coprono comunque un ampio arco di tempo) sia sincronico, perché si possono fare raffronti tra le risposte delle nonne o delle sorelle.
Questo metodo permette ai giovanissimi protagonisti di operare all’interno di un ‘laboratorio di microstoria’ che è la base per ogni opera storiografica di ampio respiro. Ma permette anche loro di trattare dati ed eventi attraverso una visione femminile, che nessuno di noi, nel proprio percorso formativo, è stato abituato a prendere in considerazione.
Un metodo che appassiona studentesse e studenti
In questa proposta metodologica, c’è un altro aspetto interessante, che solo pochi considerano, nonostante sia stato proposto da uno dei maestri della storiografia moderna; ci riferiamo a Marc Bloch che scrisse quel capolavoro metodologico che è la sua Apologia della storia o Mestiere di storico, in cui presenta il cosiddetto metodo regressivo cioè la necessità di studiare la storia a ritroso, a partire dal presente verso il passato, all’inverso rispetto alla storiografia tradizionale. Noi, con la nostra proposta, non pretendiamo di modificare stratificate abitudini didattiche, ma le insegnanti testimoniano una grande passione di allievi e allieve verso questa modalità di indagine, che li avvicina alla materia della storia, di solito considerata ostica, e che favorisce il dialogo in famiglia, che restituisce un senso a musei, biblioteche, archivi presenti sul territorio, che di solito vengono interpellati – o visitati – in maniera passiva.
Quando poi questa indagine ha coinvolto le classi del Centro Provinciale Istruzione Adulti della provincia di Udine, frequentate prevalentemente da donne straniere che si sono intervistate reciprocamente e hanno intervistato donne italiane del territorio in cui vivono, l’apertura interculturale ha permesso di valorizzare sia il background delle nuove arrivate, sia quello delle donne locali. La tavola rotonda è stata anche l’occasione per le insegnanti di rispondere alla domanda: quanta attenzione e quanto tempo si dedica alla storia di genere nelle nostre scuole? Quante o quanti insegnanti, di qualsiasi grado e disciplina, insegnano ai loro allievi e allieve a guardare al loro ambito di riferimento -scientifico, matematico, filosofico, tecnologico, letterario, artistico ecc.- attraverso le esperienze e i saperi al femminile?

Un riequilibrio di genere anche nella toponomastica dei nostri Comuni
Nonostante la ricerca scientifica confermi da decenni l’importanza di questo approccio, si tratta di proposte ancora di nicchia, che vengono costruite con consapevolezza e competenza solo da pochi insegnanti. Ma è unanime la considerazione che l’utilizzo delle interviste orali a donne di più generazioni come metodo di indagine di un fenomeno, risulta spesso appassionante soprattutto per i più giovani, che scoprono come la storiografia parte dalle microstorie che hanno di fronte e che devono imparare a “vedere” e a “registrare”.
Infine, va detto che il tema dell’ultima edizione si è discostato un po’ dalle precedenti: è stata proposta alle classi una ricerca di personaggi femminili che, in qualsiasi ambito, abbiano lasciato la loro impronta sul territorio circostante e che meriterebbero l’intitolazione di uno spazio pubblico. Poiché la toponomastica dei luoghi incide non solo sul nostro immaginario, ma anche sulla trasmissione di conoscenze di generazione in generazione, abbiamo sollecitato le scuole a scovare donne a cui le amministrazioni dovrebbero intitolare qualche spazio pubblico, considerata la forte sperequazione nazionale tra utilizzo di nomi maschili e femminili in questo ambito.
Un gap di genere che pochi considerano, ma con il quale conviviamo da sempre inconsapevolmente. E quale modo migliore per avvicinare ragazze e ragazzi alla amministrazione della cosa pubblica se non con proposte operative e argomentate? Tra i lavori presentati merita una segnalazione quello della 2L dell’ISIS Solari di Tolmezzo che ha ricostruito la storia umana e politica di Cornelia Puppini d’Agaro, sindaca a Cavazzo durante il terremoto e consigliera regionale. Un personaggio fuori dagli schemi, che rivive nel bellissimo video che i ragazzi le hanno dedicato, coordinati dai prof. Sonia Zanier e Stefano Morandini.
Le due relatrici, la ricercatrice dell’IRES FVG, dott.ssa Chiara Cristini, e l’antropologa dell’Università di Udine, prof.ssa Donatella Cozzi, hanno confermato la validità della scelta metodologica, ma soprattutto il valore della grande mole di dati che il Premio negli anni ha raccolto, in particolare circa 500 interviste orali a donne di varie età. L’intero lavoro è stato sintetizzato dal video-documentario di Paolo Comuzzi, che a breve sarà disponibile sul sito dell’Associazione già citato.
E speriamo che esperienze così significative si moltiplichino nelle nostre scuole, perché per combattere gli stereotipi di genere è necessario partire molto precocemente, insegnare a guardare la realtà con sguardi anche femminili e riconoscerne il valore. Altrimenti continueremo a inorridire davanti agli articoli di cronaca e a indignarci un giorno solo all’anno.
Sono nata e cresciuta in Valcanale, di famiglia e lingua slovena, ho studiato e lavorato tra Udine, Trieste e i Balcani. Insegnante di Materie letterarie in diversi istituti superiori, negli ultimi anni mi sono dedicata soprattutto all’educazione di genere e alla ricerca storica della vita sul confine orientale, soprattutto sotto il cosiddetto triplice confine. Mi interessa l’intreccio tra culture, persone e lingue, dovunque e comunque.
Sono stata amica e collega di Paola Schiratti e ho partecipato fin dall’inizio alle iniziative dell’Associazione Le Donne resistenti di Udine, da lei fondata. Attualmente sono vice presidente dell’Associazione e segretaria del Premio Paola Schiratti.

