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Una rosa sul tavolo - Sala Pierluigi Cappello Tricesimo

Una rosa sul tavolo


Che cos’è quella rosa sul tavolo
ferma nella sua freschezza come un lago alpino
alta nel suo silenzio più del fragore
dei quotidiani affastellati lì accanto
più del disordine dei notiziari,
la concitazione delle chiavi di casa.
Che cos’è questa parola verdeggiante d’amore
se non il suolo dove lasciarsi cadere
la penombra di un bosco da attraversare
e la mano che si apre e prende la mia
e mi conduce a me.

Partiamo da qui, dalla poesia di Pierluigi che ha ‘dettato’ il titolo della serata e diamo voce alla sua voce, sentiamo ancora come si modula la musica delle parole, lo splendore delle immagini che silenzia fragori e disordini, ansie e timori, e ci porta in alto nel fresco, nella penombra del bosco, nella confidenza di mani amiche, amorose.

Si rasserena tutto intorno, mentre ascoltiamo la voce fresca del giovane attore Jacopo Mascitelli che legge in tono limpido, sicuro, attento al ritmo e alla melodia dei versi, le poesie che ciascuno di noi ha scelto, coordinati da Vincenzo Della Mea, poeta, amico di Pier, animatore dell’Associazione Pierluigi Cappello, sollecitati dal presidente delle Nuove Querce di Tricesimo, Maurizio Artico, che ha aperto la serata nella bella sala dove Pier ci sorride dalla vetrofania dell’ingresso.

Mario Turello, che ha sempre seguito Pierluigi e ne conosce opere e percorso più di ogni altro, ha scelto per la lettura La Viarte poesia apparsa ne La misura dell’erba (I. M. Gallino Editore, Milano, 1998), e l’ha legata ai versi di Wislawa Szymborska e a quelli di Natività, rimarcando la necessità di «dare risposte ai nostri morti per il fatto che le nostre azioni si inscrivono nelle loro», finché starà fermo il palo drizzato / nel mezzo del ricordare:

NATIVITÀ
La neve sarà già alta la mattina,
nessuno di loro guarderà il nero dei rami che taglia
il cielo dell’inverno, il cielo che si specchia nella neve
la neve che si specchia dentro il cielo,
sfileranno dalle cassettiere i pantaloni migliori, la gonna giusta
la giacca che era del padre quando si sono sposati
annoderanno la cravatta con dita imprecise
e sapranno di acqua di rose e naftalina
perché sarà il giorno che accoglie la devozione
e ferma il tempo degli abiti sudici, dei tagli sulle mani;
si troveranno tutti nella chiesa troppo grande
per il paese piccolo e daranno al Natale la forma
delle loro giacche sformate, del loro stare vicini,
del vapore dei loro aliti, lo faranno per loro
e perché è la festa, e per tornare alle case
se non conciliati meno pesanti nel buio del giorno corto,
lo faranno allora, lo faranno oggi, lo faranno domani
lo faranno finché starà fermo il palo drizzato
nel mezzo del ricordare di chi li ricorda e la neve,
nel freddo, sarà già alta la mattina.

* in Come un sentiero di matita, Rizzoli, 2024, p. 371.

Gianmario Villalta, poeta, premio Viareggio 2011, direttore artistico di Pordenonelegge, e amico e sodale di Pierluigi Cappello, – suo “Non un milligrammo in meno. Da Il me donzel ad Assetto di vol.” uno dei saggi fondamentali che aprono Come un sentiero di matita, la raccolta di poesie, prose e interventi di Pierluigi –, ha scelto, illustrato e commentato da par suo, mettendone in luce la struttura in cinque distici e la chiusa fulminante, Appunto, sesta delle poesie d’amore di Dedica a chi sa, sezione di Mandate a dire all’imperatore, la raccolta per la quale Pier aveva ricevuto il Premio Viareggio nel 2010.

APPUNTO
Dal desiderarti al pensarti mia
sei rimasta tu, mentre entri e ti siedi.
La luce ti viene alle spalle dalla porta socchiusa,
il pruno lascia il suo bianco al mattino.
Così intonati, il bianco e il pruno
fermi nel sole, noi.

In questa maniera gli alberi parlano al cielo
l’ombra degli alberi cresce lungo le iridi
verde più cielo
in questo modo di stare, precipitati.

* in Csm, p. 274.

Antonella Sbuelz, dispiaciuta per non poter essere presente per una indisposizione, aveva segnalato a Maurizio Artico la poesia:

Che cosa c’è dentro le vostre teste, bambini?
Che cosa c’era dentro la mia?
il sandalo sporcato dalla polvere,
il passo leggero del lupo
il sasso che spacca la bottiglia
l’aria pulita nel cerchio delle pupille
nel declinare del sole
la figura di un biplano rampante,
che cosa c’era dentro la mia?

Sono qui, con voi, perché sia voce
la mia dentro le vostre
voce dimenticata
e l’assolata fantasia dei vostri anni
la forza che reclama da ogni radice il frutto
salvata intatta nel vostro guardare di uomini,
che cosa posso perché voi possiate,
che cosa posso io, a voi che tutto potete
a voi che guardate le cose che vi daranno lo sguardo
che cosa posso, bambini?

Dicembre 2002 — * in Csm, p. 232.

Sempre intensa in Pier, affiorante dal profondo della sua storia, dalla sua umanissima disposizione al dono della poesia, l’adesione luminosa, consapevole e irrinunciabile, alla relazione con gli altri, a partire dai “piccoli”, poiché Pierluigi Cappello coltiva uno sguardo limpido e fermo, si pone in una disposizione di rispetto grande per uomini e cose, per le parole che devono nominarli e che non sono «Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti, … puro suono», ma «Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. Di versarsi in un corpo che si faccia vaso perché ne possano assumere la forma e la storia.»
* Questa libertà, Rizzoli 2013, p. 7.

Parole incarnate, dunque, coltivate con vivo senso della tradizione poetica e della stratificazione storica e antropologica della lingua e dei dialetti, dei loro inestricabili, fecondi legami: «l’essere bilingui, lungi dal costituire un handicap, consente una pronuncia estesa del proprio io, in contrasto con la massificazione del linguaggio e in accordo con i tempi.»
* Il Dio del mare, Lineadaria, 2008, p. 52 e Rizzoli 2015, p. 74.

Parole che si distendono pacificate e serene in Sera, la poesia scelta da Vincenzo Della Mea, o risuonano, per tornare al colore della rosa, disincantate e taglienti, ma sempre avvivate da un appello alla solidarietà con il lettore in Verso le dieci in ozio:
Stacca dal colore della rosa / la prima volta che te ne portarono un mazzo;
… … / e il suono dello strappo lasciato / chiamalo con il mio nome.

Perché quel nome si conservi vivo nella sua poesia per chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e non lo dimentica, perché continui a vivere in tutti i lettori che vorranno, ora, ascoltarne la voce, in pubblico – come è successo con viva partecipazione a Tricesimo il primo ottobre e a Gemona, il 4 di ottobre, con la voce amica e preziosa di Giuseppe Battiston –, o ancora nel silenzio accogliente della mente di chi legge in qualsiasi luogo le poesie di Pierluigi.

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