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Vivere in montagna tra crisi demografica e voglia di futuro


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Nell’ambito del Progetto Cantiere Friuli dell’Università di Udine, recentemente sono stati pubblicati due volumi dedicati alla montagna friulana: il primo di Alessio Fornasin e Paolo Ermano ‘La montagna friulana tra crisi demografica e ipotesi di ripresa’, il secondo di Gian Pietro Zaccomer e Marta Tasso ‘Partire o restare? Giovani generazioni e scelte di vita nelle montagne friulane’.

Entrambi i lavori si interrogano su quale potrà essere il futuro demografico della montagna, o meglio delle montagne friulane, e quale sarà la struttura della popolazione che continuerà a popolare i paesi e i centri piccoli e grandi che costellano la pedemontana e la montagna che si distende dalle Dolomiti Friulane alle Valli del Natisone.

I ragionamenti e le analisi contenute nei volumi si inseriscono nel più ampio dibattito che la montagna italiana sta conoscendo anche a seguito dell’approvazione della legge 12 settembre 2025, n. 131 ‘Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane’, con cui l’Italia si è dotata di un quadro organico per le aree montane, dopo oltre trent’anni dall’ultima legge dedicata alla governance dei territori montani e alla loro valorizzazione (legge 97/1994 ’Nuove disposizioni per le zone montane).

Le terre alte una risorsa sottovalutata

Sarebbe utile ripercorrere la storia legislativa dei provvedimenti che hanno interessato la montagna, sia a livello nazionale che a livello regionale, con le molte modifiche intervenute sia nella definizione stessa di montagna che nell’assetto degli enti territoriali di governo. Esemplare è anche la storia di quanto accaduto nella nostra regione che ha visto, a partire dal 1971 con la legge 1102, l’istituzione di 10 Comunità montane, poi ridotte a 5, poi soppresse, poi ritornate in vita, fino all’attuale assetto che vede 6 Comunità di Montagna.

Chissà se questa era la volontà e l’auspicio che spinsero Michele Gortani a far inserire all’articolo 44 della Costituzione il secondo comma: «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane».

Perché occuparsi di montagna quando spesso questa è vista come marginale, arretrata, caratterizzata da abbandono, spopolamento, carenza di servizi e scarsa dinamicità, mentre in realtà, come ci ricorda il Manifesto di Camaldoli ‘Per una nuova centralità della montagna’ (2019) «Le terre alte si distinguono per la straordinaria ricchezza e varietà del patrimonio ambientale, paesaggistico, architettonico e storico‐culturale, per la presenza di infrastrutture (percorsi, versanti terrazzati e altri manufatti rurali) disponibili al riuso, per la rete policentrica degli insediamenti e dei sistemi socio‐produttivi modellata sulla varietà del rilievo e delle sue condizioni climatiche, per le risorse potenziali idriche, energetiche, agro‐pastorali, forestali e turistiche, per una biodiversità agricola alimentare e culturale».

Una montagna, dinamica, un vero laboratorio sociale che specie dopo la pandemia sta conoscendo un nuovo forte interesse, dovuto anche alla crisi climatica e quindi percepita come sicura, più fresca, con una potenziale migliore qualità della vita. Per questo Alpi e Appennini sono interessati da flussi di nuovi abitanti, da una tenuta della residenza, da una volontà di restare a vivere in montagna.

Considerando che in Italia il 35,2% è territorio montano e in Friuli Venezia Giulia la percentuale arriva al 43%, risulta evidente l’importanza che la montagna ha nelle dinamiche e nelle politiche relative alla coesione territoriale e al rapporto montagna-pianura. Ma se dal punto di vista della superficie la montagna ha un peso significativo, non si può dire altrettanto per la numerosità della popolazione che per la Penisola pesa per il 12,1% e per il Friuli Venezia Giulia per il 5%. 

la montagna friulana

Tra crisi demografica e ipotesi di ripresa

Per aiutarci a capire meglio quale è quale sarà la situazione delle nostre montagne l’analisi di Alessio Fornasin e Paolo Ermano ci suggerisce alcune considerazioni e alcuni scenari futuri. Tralasciando la vexata quaestio di cos’è montagna, anche alla luce della riclassificazione voluta dalla legge 131/2025, gli autori hanno optato per una suddivisone del territorio regionale in tre categorie: la ‘montagna’ che comprende i comuni montani sulla base della collocazione altimetrica, così come definiti dall’ISTAT; la ‘non montagna’ che raggruppa tutti gli altri comuni; i ‘capoluoghi’ (Udine, Pordenone, Gorizia e Trieste) che costituiscono una categoria autonoma per le loro caratteristiche peculiari relative alla demografia.

Il quadro iniziale è dedicato all’evoluzione della popolazione in regione a partire dal 1951 quando gli abitanti erano 1.226.000, che sostanzialmente rimangono stabili per iniziare negli ultimi anni un percorso discendente raggiungendo al 2025 1.193.000. In questi ultimi anni la popolazione ha intrapreso un percorso di diminuzione, che le previsioni indicano al 2030 per una popolazione complessiva di circa 1.187.000 abitanti per poi raggiungere una quota inferiore, circa 1.163.000, nel 2040. Ma a cambiare è in particolare la struttura per età della popolazione che vede diminuire il numero complessivo dei nati, il numero medio di figli per donna, favorendo così un generale invecchiamento della popolazione e un aumento dell’età media.

 

L’analisi poi concentra il suo interesse, riguardo le tre aree individuate, a partire dal 2002, quando la popolazione della montagna era di 72.909 abitanti per ridursi a 59.833 nel 2025 passando dal 6,2% al 5% rispetto al totale della popolazione regionale. Ma a colpire è soprattutto l’indice di vecchiaia (rapporto fra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni per cento) che a livello complessivo è cresciuto in vent’anni del 30%, ma in montagna è aumentato in maniera elevata (passando da 198 nel 2002 a 359 nel 2025 a fronte di un valore regionale di 253) con un valore del 41%, che ha portato nel 2025 ad un tasso del 76% rispetto al resto della regione.

Rimandando, per un approfondimento, alla lettura puntuale del volume qui si intende presentare alcune risultanze rilevanti che tendono a ribaltare alcuni luoghi comuni, come ad esempio il ruolo dei cittadini stranieri nei comportamenti demografici e sul peso dei cittadini stranieri sulla popolazione regionale. Questi pesano per un 10% a livello regionale per scendere al 4% in montagna (2.503 unità), rispetto al 13,4% (51.133) dei capoluoghi: una montagna scarsamente abitata da stranieri e poco attrattiva per loro. Altri aspetti considerati sono stati il Tasso di fecondità totale (TFT), ovvero il numero medio di figli per donna e la speranza di vita alla nascita. Il quadro che emerge è di una montagna dove il rinnovo della popolazione è deficitario e non dà segni di crescita e l’aspettativa di vita, sia alla nascita che ai 65 anni, in montagna tanto per gli uomini che per le donne presentano valori peggiori rispetto al resto del territorio con 78 anni alla nascita per i maschi e 83,8 per le femmine.

montagna friuli

Età e genere, stranieri, tasso di fecondità, lavoro e redditi

Ma il risultato in prospettiva più interessante è quello dato dal rapporto di mascolinità, la misura che indica la prevalenza di un genere rispetto ad un altro, cioè il rapporto tra il numero dei maschi sul numero di femmine, moltiplicato per 100: nella montagna friulana i maschi sono più numerosi delle femmine e se aggiungiamo il dato sulle famiglie mono componente, la previsione è di una montagna sempre più abitata da uomini soli con tutte le conseguenti sociali del caso.

L’ultima parte del volume è dedicata all’influenza dell’economia sulla demografia e viceversa, con particolare attenzione agli addetti nella pubblica amministrazione e nei diversi settori economici. Anche in questo caso, rimandando alla lettura del volume per una più approfondita analisi, vanno tenute presenti alcune situazioni di contesto quali la presenza di pochi centri dotati di servizi superiori (Tolmezzo, Tarvisio, Gemona); di centri vocati al turismo (Sappada, Tarvisio, Sutrio, Ravascletto); di centri industriali quali Carnia Industrial Park (Amaro, Tolmezzo, Villa Santina), Moggio Udinese e in parte, per la funzione attrattiva, l’area industriale di Osoppo. Nel comparto pubblico, anche in montagna, come nel resto della regione, la presenza femminile è in larga maggioranza, mentre più variegata è la situazione nell’industria. Un discorso a parte merita l’agricoltura che per la sua particolarità sia nelle figure professionali, sia nelle strutture delle imprese non è facilmente confrontabile con gli altri settori. In montagna poi il comparto agricolo presenta i ben noti problemi legati alla frammentazione fondiaria, al passaggio generazionale, alla crisi dell’allevamento.

Un altro elemento analizzato, che solitamente non viene proposto, e quello legato ai redditi dichiarati, sia per tipologia e classi di reddito, che fa emergere come il reddito imponibile medio sia di circa 12.500 euro inferiore rispetto a quello regionale che era di 21.333,0 euro nel 2023.

In conclusione il volume offre una chiave di lettura non usuale della montagna friulana unendo le dinamiche demografiche a quelle economiche e disegnando un quadro in prospettiva futura che portano con le loro parole a considerare «che il quadro delle condizioni socio-demografiche che emerge in questa analisi con riferimento alla montagna del Friuli Venezia Giulia non induce all’ottimismo. Alla fragilità strutturale che caratterizza le aree montane, inserite in un contesto economico che tende a privilegiare le agglomerazioni e a concentrarsi sempre più nelle aree urbane e lungo le principali direttrici di comunicazione, si affiancano processi socio-culturali che contribuiscono a un progressivo deterioramento della qualità della vita. Tuttavia, negli ultimi anni, alcuni indicatori demografici delle nostre montagne sembra che stiano convergendo verso quelli degli altri contesti. Potrebbe essere la premessa di maggiori e più rilevanti cambiamenti futuri».

partire o restare

Partire o restare? Dove sarà il futuro dei giovani?

Il secondo volume che completa il quadro è quello curato da Gian Pietro Zaccomer e Marta Tasso che raccoglie i risultati di un’indagine sul campo, con questionario, svolta tra l’autunno 2023 e la primavera 2024, rivolta agli studenti delle classi IV e V delle scuole superiori della montagna friulana e dell’Università degli Studi di Udine che hanno la residenza in montagna, per raccogliere la propensione dei giovani a vivere e lavorare nella montagna friulana tra nuove e tradizionali competenze. 

I risultati elaborati dai quasi 800 questionari raccolti analizzano le scelte che gli studenti compiono rispetto all’ipotetica volontà di allontanarsi dal proprio territorio di origine o di restarci, in funzione anche delle prospettive professionali nel contesto geografico in cui si immagina il proprio futuro.

Come prima evidenza è emerso che le intenzioni dei giovani mutano con l’avanzare del percorso formativo. Tra gli studenti delle scuole superiori residenti in montagna, il 60,8% manifesta l’intenzione di proseguire gli studi, eventualmente affiancandoli a un lavoro, mentre il 22,2% punta a dedicarsi esclusivamente all’attività professionale dopo il diploma di maturità. Il quadro cambia a livello universitario: il 45,1% desidera continuare la propria formazione, spesso abbinandola a un’attività lavorativa (35%), mentre il 31,9% intende dedicarsi unicamente a quest’ultima. 

Nonostante il forte radicamento ai luoghi di vita, legato a fattori prevalentemente affettivi, relazionali e ambientali, la mancanza di opportunità lavorative rappresenta la principale criticità, riconosciuta come fattore spinta ad andarsene dal 54,6% degli studenti delle scuole superiori e dal 51,4% degli universitari. La percezione delle opportunità lavorative migliora tuttavia con l’avanzare dell’età: il 70,4% degli studenti universitari ritiene che l’area montana del Friuli Venezia Giulia possa, anche potenzialmente, offrire loro un impiego, contro il 62,8% degli studenti delle scuole superiori.

Le aspirazioni professionali dei giovani intervistati si orientano verso settori che uniscono innovazione e servizi essenziali. Sviluppo tecnologico e innovazione risultano i più attrattivi, 21,8% tra gli studenti delle superiori e 15,2% tra gli universitari. L’attenzione per l’ambiente e la valorizzazione del territorio si riflette nelle competenze che gli universitari ritengono fondamentali per lo sviluppo sostenibile dell’area montana: al primo posto si trovano la gestione ambientale e la conservazione della biodiversità (15,6%), affiancate dalla pianificazione territoriale (10,5%), insieme alla comunicazione, al marketing e alla promozione del territorio (11%) e quelle legaste alla gestione del turismo e dell’ospitalità (10,2%).

Secondo l’analisi condotta la principale sfida per gli ambiti montani del Friuli Venezia Giulia non riguarda il legame affettivo con la propria terra, particolarmente profondo nei giovani, ma la capacità di tradurre questo radicamento in opportunità professionali in loco. I giovani residenti nelle aree montane non chiedono assistenza, ma servizi pubblici funzionali, come quelli relativi ai trasporti pubblici e, soprattutto, prospettive di impiego coerenti con le loro aspirazioni. Per gli universitari, la scelta finale dipenderà soprattutto dal bilanciamento tra la qualità della vita nel proprio ambiente e la necessità di una realizzazione professionale che, ad oggi, è percepita come maggiormente disponibile altrove.

Affidando la riflessione finale agli autori: «La domanda ‘partire o restare? durante l’analisi delle risposte ai questionari si è rivelata progressivamente sempre meno dicotomica. L’aspettativa di ottenere una risposta netta si è fatta sempre più sfumata, lasciando emergere invece uno spaccato articolato di aspirazioni, priorità e modi di immaginare il proprio vivere in montagna. Le evidenze emerse mostrano che la scelta tra partire o restare non può essere interpretata come un gesto individuale né come una semplice dicotomia. Al contrario, le giovani generazioni delle aree montane del Friuli Venezia Giulia si muovono all’interno di un equilibrio complesso tra desideri personali, vincoli strutturali e significati collettivi attribuiti ai luoghi di vita».

Mauro Pascolini
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Già professore ordinario di Geografia presso l’Università degli studi di Udine, impegnato in tematiche di ricerca che riguardano il paesaggio e la valorizzazione del territorio, in particolare di quello montano. 
Ha coordinato la parte strategica del Piano paesaggistico regionale del Friuli Venezia Giulia, è membro del comitato scientifico di Dolomiti Unesco ed è stato presidente di Rete Montagna. E' stato responsabile del Progetto Cantiere Friuli dell'Università di Udine.

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