
Misurare lo spazio della democrazia significa difenderla
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Trentasei persone davanti a un giudice per fatti contestati durante una manifestazione. Sindacalisti, studenti, lavoratori, attivisti e cittadini. Il 3 ottobre 2025 avevano partecipato a Massa a un corteo in solidarietà con la Palestina che, per circa cinquanta minuti, aveva occupato i binari della stazione. Un anno dopo sono state citate a giudizio per interruzione di pubblico servizio e ostacolo alla circolazione ferroviaria; per tredici di loro viene contestata anche la modifica del percorso del corteo. L’udienza predibattimentale è fissata per il 14 ottobre 2026.
È un episodio che aiuta a comprendere concretamente cosa significhi parlare oggi di restringimento dello spazio civico. Non necessariamente la cancellazione formale del diritto di manifestare o di associarsi, ma il progressivo aumento del costo – giudiziario, amministrativo, economico e personale – che può comportare esercitarlo.
Ma è anche un episodio successivo alla chiusura del Civic Space Report 2025 – Italy, realizzato da ARCI nell’ambito del progetto europeo Net4Defenders e aggiornato al novembre 2025. Ed è proprio per questo che racconta una delle ragioni per cui abbiamo deciso di intraprendere questo lavoro: non volevamo produrre una fotografia occasionale dello stato dello spazio civico in Italia, ma costruire uno strumento capace di osservare nel tempo le trasformazioni del rapporto tra istituzioni, società civile e dissenso.
Il rapporto nasce all’interno di Net4Defenders, un progetto europeo cofinanziato dal programma CERV dell’Unione europea per rafforzare la capacità delle organizzazioni della società civile e dei difensori dei diritti umani di prevenire e affrontare minacce e violazioni. In questo quadro ARCI ha coordinato in Italia il lavoro di monitoraggio dello spazio civico e di costruzione di strumenti di protezione.
Un monitoraggio basato su fonti aperte e pubbliche
Quando abbiamo iniziato questo lavoro, la domanda non era soltanto quanti episodi di repressione o limitazione dei diritti fosse possibile documentare. Ci interessava capire se, mettendo in relazione casi apparentemente differenti, fosse possibile riconoscere delle tendenze. Perché un foglio di via imposto a un attivista climatico, una richiesta milionaria di risarcimento contro chi denuncia un rischio ambientale, una carica durante una manifestazione, il fermo amministrativo di una nave di soccorso o l’utilizzo di uno spyware contro un giornalista appartengono a vicende molto diverse. Ma possono raccontare qualcosa di comune quando diventano parte di una trasformazione più ampia delle condizioni nelle quali la società civile può organizzarsi, esprimersi e contestare il potere.
Il rapporto è quindi il risultato di un’attività di monitoraggio basata su fonti aperte e pubbliche: stampa, provvedimenti normativi, comunicati istituzionali, rapporti della società civile, segnalazioni provenienti da organizzazioni, sindacati, attivisti e giornalisti. Non pretende di censire ogni violazione, ma seleziona casi significativi per individuare dinamiche ricorrenti e renderle confrontabili nel tempo.
Quello che emerge dal biennio 2024-2025 è un quadro nel quale procedimenti giudiziari, misure amministrative preventive, limitazioni delle manifestazioni, interventi di polizia, azioni giudiziarie contro attivisti e giornalisti, sorveglianza e intimidazioni tendono a concentrarsi soprattutto nei luoghi nei quali il conflitto sociale è più forte: giustizia climatica, migrazioni e soccorso in mare, diritto all’abitare, solidarietà con la Palestina, libertà di informazione, diritti LGBTQIA+.
Il punto non è sostenere che ogni procedimento penale, ogni identificazione o ogni intervento delle forze dell’ordine costituisca automaticamente una violazione dei diritti. Il dato che ci interessa osservare è l’effetto cumulativo prodotto dall’estensione degli strumenti attraverso i quali il dissenso viene gestito come questione di sicurezza e, soprattutto, dal crescente utilizzo di strumenti preventivi.
È particolarmente evidente nel caso dei movimenti climatici. Fogli di via, DASPO urbani, perquisizioni e altre misure di prevenzione sono stati utilizzati nei confronti di attivisti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion. Parallelamente è cambiata la legislazione. Nel gennaio 2024 è entrata in vigore la normativa contro il danneggiamento e il deturpamento di beni culturali e paesaggistici, con pene che in alcuni casi possono arrivare fino a cinque anni e sanzioni economiche fino a 60 mila euro.
Nel 2025 il primo decreto sicurezza ha introdotto quattordici nuovi reati, trasformato in illecito penale alcune forme di blocco stradale, previsto aggravanti connesse alle proteste contro opere pubbliche, inasprito le pene per alcune forme di protesta all’interno di CPR e istituti penitenziari ed esteso l’area di applicazione delle misure preventive. Anche l’ODIHR (*) dell’OSCE (**) aveva espresso preoccupazioni per il possibile impatto di diverse disposizioni sulle libertà fondamentali.
Non somma di episodi ma tendenza nel tempo
A questo si aggiungono altri fenomeni. L’Italia è passata dal 41° posto nel 2023 al 49° nel 2025 nell’indice mondiale sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders; il rapporto richiama inoltre i dati della Coalition Against SLAPPs in Europe (***) sulle azioni legali strategiche contro giornalisti e attivisti. Nel 2025 il caso Paragon ha poi mostrato un’altra dimensione del problema: giornalisti e difensori dei diritti umani italiani sono risultati tra i bersagli dello spyware Graphite.
Nel dicembre 2025 CIVICUS Monitor ha declassato l’Italia da “Narrowed” (ristretta) a “Obstructed” (ostruita), attribuendole un punteggio di 60 su 100. Nello stesso anno anche Francia e Germania sono passate alla categoria “Obstructed”. Il fenomeno ha quindi una dimensione europea: secondo CIVICUS, la quota della popolazione europea che vive in Paesi classificati come “Open” o “Narrowed” è diminuita significativamente negli ultimi anni.
Il rapporto si ferma al novembre 2025, ma il monitoraggio continua. Ed è questo forse l’aspetto più importante del lavoro. Gli sviluppi del 2026, dal secondo intervento legislativo in materia di sicurezza ai nuovi procedimenti collegati alle mobilitazioni sociali, mostrano perché non sia sufficiente pubblicare periodicamente un rapporto. Serve un osservatorio capace di registrare gli episodi, classificarli secondo criteri omogenei e confrontarli nel tempo. Il caso di Massa, successivo alla chiusura del rapporto, è uno degli episodi che entreranno necessariamente in questa nuova fase del monitoraggio.
Prima di avere un’opinione pensaci due volte…
La questione centrale è infatti il chilling effect, l’effetto dissuasivo, di raffreddamento che può essere prodotto anche quando un procedimento non arriva a una condanna. Il rapporto documenta casi conclusi con assoluzioni o archiviazioni dopo avere comunque comportato costi legali, conseguenze economiche, pressione psicologica ed esposizione mediatica. Una persona rimane formalmente libera di manifestare, ma può scegliere di non farlo se percepisce come troppo elevato il rischio di essere identificata, denunciata o coinvolta per anni in un procedimento. Per misurare lo stato dello spazio civico, dunque, non basta contare le condanne: bisogna provare a osservare anche il progressivo aumento del costo del dissenso.
Per ARCI il monitoraggio non è quindi un esercizio accademico e neppure un’attività fine a sé stessa. Serve innanzitutto a trasformare singoli episodi in conoscenza: riconoscere pattern, individuare precocemente le minacce, costruire contenzioso strategico, orientare l’advocacy e, soprattutto, mettere a disposizione di chi è esposto strumenti concreti di protezione.
Da questa stessa esperienza è nato HubForDefenders, l’Hub italiano per la protezione degli Human Rights Defenders e delle organizzazioni della società civile. Attorno all’Hub si è costruita una rete che mette insieme esperienze e competenze differenti, con organizzazioni come ARCI, Amnesty International Italia, Antigone, ASGI, A Sud, COSPE, Greenpeace Italia, Giuristi Democratici, Legal Team Italia e Un Ponte Per, insieme alla Rete In Difesa Di e ad altre realtà della società civile.
La difesa dei diritti umani non riguarda più solo “la jungla là fuori”
L’idea da cui partiamo è che anche il concetto di protezione dei difensori dei diritti umani debba essere ripensato. Per molti anni gli strumenti internazionali sono stati costruiti soprattutto per sostenere attivisti e organizzazioni minacciati in Paesi terzi, attraverso meccanismi di referral, relocation e protezione internazionale. Oggi dobbiamo riconoscere che anche all’interno dell’Unione europea giornalisti, attivisti e organizzazioni possono avere bisogno di assistenza legale, sicurezza digitale, supporto psicosociale, formazione e strumenti di protezione.
HubForDefenders prova a costruire questa infrastruttura a livello nazionale, mettendo insieme protezione legale e contenzioso strategico, sicurezza digitale, supporto psicologico e psicosociale, monitoraggio e formazione attraverso il programma Training for Defenders. L’obiettivo è passare dalla solidarietà successiva a un episodio repressivo alla capacità di prevenirlo, affrontarlo e, quando possibile, modificare le condizioni che lo hanno reso possibile. Informazioni sul progetto e sugli strumenti di protezione sono disponibili su hubforDefenders.org
È questa, in fondo, la finalità con cui ARCI ha promosso il Civic Space Report e ha deciso di rendere il monitoraggio un’attività continuativa. Una democrazia non si restringe necessariamente attraverso un unico atto di rottura. Può farlo gradualmente, attraverso l’accumularsi di norme, procedure amministrative, misure preventive, pratiche di polizia, sorveglianza, procedimenti giudiziari e campagne di delegittimazione. Ciascuno di questi elementi, osservato singolarmente, può apparire circoscritto. È mettendoli in relazione e osservandoli nel tempo che diventa possibile riconoscere una tendenza.
Monitorare lo spazio civico significa quindi, in ultima analisi, misurare uno degli aspetti essenziali della qualità di una democrazia: lo spazio che essa riconosce al conflitto, alla partecipazione e al dissenso. Difenderlo non significa necessariamente condividere le ragioni di chi protesta. Significa difendere le condizioni che permettono a ciascuno di associarsi, manifestare, scioperare, fare informazione, criticare chi governa o contestare un potere pubblico o privato.
Perché lo spazio civico non appartiene soltanto agli attivisti o alle organizzazioni che se ne occupano. È lo spazio di libertà di tutti.
* ODIHR Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani
** OSCE Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa
*** CASE Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE)
Nella sezione Documenti riportiamo il Rapporto 2026 dell’Osservatorio Spazio Civico per l’Italia (in inglese) e la sintesi 2026 (in italiano) per il contesto europeo.
Coordinatore nazionale ARCI per lo spazio civico e la democrazia e coordinatore del progetto HubForDefenders, l’Hub italiano per la protezione degli Human Rights Defenders e delle organizzazioni della società civile. È stato deputato nella XVII e XVIII legislatura, vicepresidente della Commissione Affari Esteri e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. È membro del Board di SOLIDAR Foundation e dello European Civic Forum.


