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Isonzo tra due Stati, ritardi culturali, burocrazie miopi e interessi parziali


L’Isonzo che vediamo oggi è un personaggio che ha modellato la sua fisionomia a partire da oltre 11 mila anni fa, concepito però circa 8 mila anni più indietro, tra le rocce alpine, mentre si ritiravano e dissolvevano gli immani ghiacci del quaternario. In questa prospettiva è veramente assurdo che, a partire dalla disastrosa conclusione della seconda guerra mondiale e dai confini stabiliti dal Trattato di pace del 1947, non si riesca, da parte di noi contemporanei – che rispetto ai tempi geologici siamo un nonnulla, anche se nonnulla disastroso all’ennesima potenza – a realizzare la gestione internazionale del fiume italo – sloveno.

Le vicende politiche, diplomatiche, legislative lungo l’Isonzo – Soča vanno studiate con gli strumenti della geologia, tanto si sono depositate, fossilizzate e stratificate in un complesso che amalgama fatti e mistificazioni, nazionalismi e contrapposizioni politiche, mascherate da campagna elettorale ed esternazioni che rivelano clientele ancora attive a destra e a sinistra, buone e coraggiose intenzioni che si scontrano con interessi meramente economici allineati ai presidi del potere, opacità dei piani alti e mancanza di coscienza e responsabilità ambientale, indifferenza virale ai moniti dell’ecologia e cumuli di documenti onorevolmente prodotti da Interreg e progetti internazionali a prender polvere sugli scaffali delle pubbliche amministrazioni, allarmi, proteste e azioni a tutela dell’ecosistema prodotte a livello locale, nazionale ed europeo dalla cittadinanza… Molti i fossili, soprattutto nell’ambito del diritto internazionale, con situazioni di obsolescenza di norme pattizie e accordi amministrativi che pure avremmo avuto modo di svecchiare e rendere coerenti alle mutazioni intervenute, soprattutto a quelle climatiche. 

In questo difficile contesto, mentre l’ecosistema dell’Isonzo in Italia agonizza in questa climaticamente folle estate 2026, si è mosso Forum Gorizia. 

Un’istanza a Ministeri, Regione Friuli Venezia Giulia, Autorità di bacino

Innanzitutto, per mano del suo presidente e consigliere comunale della lista NOI MI NOALTRIS GO!, Andrea Picco, ha trasmesso ad agosto un’istanza formale ai Ministeri dell’Ambiente, degli Affari Esteri e delle Infrastrutture, oltre che alla Regione Friuli Venezia Giulia e all’Autorità di Bacino delle Alpi Orientali chiedendo un intervento governativo urgente per ottenere subito rilasci d’acqua maggiori dalla diga slovena di Salcano, gestita dalla società Soške elektrarne d.o.o., interamente partecipata dalla Holding statale HSE.

L’istanza solleva anche la mai risolta mancanza di trasparenza della Commissione mista italo-slovena per l’idroeconomia, le cui dinamiche interne sono ancora regolate da logiche obsolete che risalgono agli accordi allegati al Trattato di Osimo del 1975, e cioè sullo sfondo della Guerra Fredda, riguardanti essenzialmente la spartizione di quantità d’acqua tra Stati con finalità di sfruttamento economico e poco altro sul fronte dell’inquinamento delle acque condivise tra i due Stati.

Pochi anni prima, nel 1972, la Conferenza ONU di Stoccolma aveva sancito il principio che nel rapporto tra protezione dell’ambiente e sviluppo economico la prima è componente essenziale del secondo. Il Trattato di Osimo ignorò l’evoluzione culturale e politica e rimase rigidamente antropocentrico. Ma perché meravigliarsi, se nel 2010, lo statuto del GECT consacrò nuovamente il tossico concetto e conserva tuttora, tra i suoi obiettivi, lo “sfruttamento e gestione delle risorse energetiche e ambientali locali”, scansando qualsiasi riferimento a serie politiche ambientali ed energetiche, alla conversione ecologica dell’economia, ai principi dello sviluppo sostenibile e della giustizia ambientale, alla resistenza e mitigazione della crisi climatica. 

Torno all’istanza del Forum Gorizia: la modalità blindata con cui tuttora opera la Commissione mista impedisce il controllo e la partecipazione su temi e decisioni che attengono alla materia ambientale, come previsto dalla Convenzione di Aarhus, e non consente di identificare le responsabilità dell’agire delle autorità pubbliche anche ai fini della tutela di diritti e interessi collettivi: queste caratteristiche della Commissione mista trattengono l’Isonzo entro i limiti inconcepibili di un affare riservato tra Stati e relative amministrazioni pubbliche, non consentendo la partecipazione e il contributo dei cittadini, in totale deficit democratico. Oltretutto rende impossibile valutare se la Commissione mista abbia recepito gli sviluppi scientifici che, a partire dai progetti internazionali Nexus e Rexus, evidenziano la necessità di considerare, discutendo di gestione transfrontaliera e cooperante, l’Isonzo una unità ecologica indivisibile, la pressione sempre più forte del cambiamento climatico, la scarsità della risorsa idrica, il concetto del flusso ecologico necessario alla vita del fiume a valle del confine italo sloveno ben diverso da quella preso a parametro da trattati e accordi fondati su semplici verbali di riunioni intergovernative.

Istituire una Commissione internazionale per la protezione dell’Isonzo

Infine, l’istanza di Forum guarda al futuro con la richiesta di avviare la concertazione per una vera e propria Commissione Internazionale per la Protezione del Fiume Isonzo – Soča, sul modello delle grandi esperienze internazionali. 

“Il fatto che la Commissione mista per l’idroeconomia Italia-Slovenia, nel quadro del diritto e delle politiche eurounitarie, sia l’organo deputato a occuparsi con specifiche deleghe e capacità di agire vincolando le pubbliche amministrazioni locali, per raggiungere e mantenere il buono stato ecologico del fiume, dalla sorgente fino alla foce, non sta scritto a chiare lettere da nessuna parte” sostiene Andrea Picco.  Né i fatti a conoscenza del pubblico dimostrano che ci siano progressi nella costituzione di una qualche autorità per la gestione internazionale dell’Isonzo. Del resto, la Commissione, così come concepita dall’Accordo di cooperazione economica del 1975, ha la finalità di studiare i “problemi idrologici” e “proporre soluzioni idonee” per l’approvvigionamento idrico ed elettrico: corrisponde ad una fase storica in cui il problema era la spartizione dell’acqua tra due Paesi confinanti.”

Forum immagina un nuovo organismo internazionale su tre livelli (decisionale, tecnico-scientifico e sociale), che agisca in un contesto cristallino di assoluta trasparenza, in coerenza con la legislazione europea e gli obiettivi comunitari, con i più recenti orientamenti scientifici in materia e con le istanze collettive di tutela del bene comune “acqua” e del patrimonio naturalistico.

L’istanza di Forum Gorizia si conclude con la richiesta di un tempestivo riscontro scritto da parte delle autorità italiane, ai sensi della Legge 241/90 e delle norme sull’accesso alle informazioni ambientali.
Per ora tutto tace. Evidentemente il fatto che la secretazione in materia ambientale è preistoria unitamente ai segnali di disastro ambientale che incombe sull’Isonzo non sono ragione sufficiente per accelerare l’interlocuzione tra i livelli di governo e la cittadinanza. 

La questione poi è stata tradotta anche in un ordine del giorno dal titolo “Iniziative urgenti per una gestione transfrontaliera dell’Isonzo coerente con la crisi climatica e le ricorrenti crisi dell’ecosistema Isonzo a valle del confine italo sloveno.” che i consiglieri comunali di Noi, Mi, Noaltris GO! Eleonora Sartori e Andrea Picco porteranno nell’aula del Consiglio comunale a Gorizia. 

Il documento impegna il Sindaco e la Giunta a sollecitare con massima urgenza il Governo Italiano, affinché nella prossima riunione della Commissione mista per l’idroeconomia, annunciata il 30 settembre a Gorizia, si descriva formalmente l’insostenibile criticità dell’attuale quadro regolatorio con cui opera il soggetto gestore dell’impianto idroelettrico di Salcano, che fa parte del gruppo statale HSE e a chiedere che si proceda a concordare e stabilire, con un atto dotato di piena efficacia sul piano del diritto interno e internazionale, la ridefinizione di rilasci graduali e di un più alto deflusso minimo costante dalla diga di Salcano, tramite la rimodulazione gestionale e operativa dell’impianto idroelettrico come già adottato in altri contesti europei. 

Perché l’attuale Commissione mista per l’idroeconomia non basta

La Commissione mista italo-slovena non ha prodotto un piano unico a causa di una serie di ostacoli strutturali, politici ed economici che si trascinano fin dalla sua costituzione. E’ un organo di coordinamento politico e tecnico istituito dall’Accordo di cooperazione economica del Trattato di Osimo del 1975 con funzione attuative di quanto stabilito nei due documenti, entrambi prodotti in un’epoca lontana anni luce dalle moderne normative ambientali europee. La Commissione agisce come tavolo di concertazione diplomatica, non ha un’autorità sovranazionale indipendente, produce verbali e non atti che abbiano il rango adeguato a finire nella Gazzetta Ufficiale e nel BUR Friuli-Venezia Giulia. Non può imporre sanzioni o decisioni vincolanti agli Stati. Se una delle due delegazioni non trova un accordo su un punto critico (come i volumi dei rilasci idrici), il processo si blocca. O meglio, langue, senza nemmeno si sappia esattamente quando e dove la Commissione si riunirà nuovamente.
La divergenza principale riguarda l’uso industriale dell’acqua e le necessità di tutela del tratto a valle. La Slovenia ricava una fetta importante della sua energia pulita dalle centrali idroelettriche posizionate lungo l’Isonzo (tra cui la diga di Salcano). L’hydropeaking è prodotto dalla gestione della centrale, è la conseguenza del rilasciare acqua a impulsi per generare energia nei momenti di picco del mercato elettrico, alterando pesantemente il flusso verso valle e danneggiando ambiente e servizi ecosistemici.  Oggi sappiamo che in altri Paesi europei queste criticità sono risolte adottando tecniche gestionali particolari degli impianti. 

Qui da noi, la Regione Friuli Venezia Giulia che avrebbe pieno titolo di fare il diavolo a quattro a Bruxelles per risolvere il problema causato dalla centrale slovena, si fa carico, con risorse pubbliche, dell’impatto economico dell’hydropeaking e dà mandato al Consorzio di bonifica pianura isontina per costruire un bacino di rifasamento in Comune di Gorizia: il Consorzio è evidentemente un portatore di interessi economici, quelli dei consorziati agricoltori, e lungo la sua rete di canali sussistono diverse centraline idroelettriche che pagano un canone per l’acqua. Nel suo DNA non c’è nulla di ecologico o di “europeo”.
La Direttiva Acque stabilisce che, in mancanza di un piano transfrontaliero unico, gli Stati membri devono comunque produrre i propri piani nazionali coordinandoli tra loro. Italia e Slovenia hanno scelto questa seconda via, considerata politicamente più semplice: l’Italia inserisce la gestione dell’Isonzo all’interno del Piano di Gestione delle Acque del Distretto delle Alpi Orientali. La Slovenia adotta il proprio piano di gestione nazionale. Il coordinamento avviene tramite lo scambio di dati e la consultazione reciproca nella Commissione mista, ma i documenti rimangono scissi e separati, mancando di una visione strategica unica e vincolante per l’intero ecosistema del fiume.

La mancata realizzazione di un unico Piano di Gestione Transfrontaliero Integrato per il fiume Isonzo (Soča), come raccomandato dall’Articolo 13 della Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE), è un tema centrale nel dibattito ambientale tra Italia e Slovenia. Le associazioni ambientaliste hanno presentato in passato petizioni formali a Bruxelles per denunciare l’assenza del piano transfrontaliero e la violazione dello spirito della Direttiva Acque. La Commissione Europea ha risposto che, sebbene la redazione di un piano unico sia l’obiettivo auspicabile, la Direttiva non può obbligare legalmente gli Stati a fondere i propri strumenti di pianificazione se esiste già una qualche forma di cooperazione bilaterale: ritennero cioè, molto superficialmente che la Commissione mista per l’idroeconomia abbia competenze e poteri adeguate a coordinare la complessità del fiume internazionale dalla sorgente alla foce.
Chi ha detto che della questione può occuparsi il Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale (Gorizia, Nova Gorica e Šempeter-Vrtojba) si sbaglia alla grande: non ha alcuna autorità compatibile con la questione della gestione transfrontaliera dell’Isonzo – Soča dalla sorgente alla foce e si limita a gestire progetti transfrontalieri inerenti soltanto il territorio dei tre Comuni coinvolti: il fiume è condiviso da una quindicina di altri Municipi sloveni e italiani, da Bovec a Fiumicello Villa Vicentina sulla sponda destra della foce e Staranzano su quella sinistra, che dovrebbero essere di diritto componenti della Commissione internazionale così.

(prima parte)

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