
Genova: e se li lasciassimo soli?
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Immaginate la scena. Genova, XX luglio 2001: i sette Grandi del pianeta – anzi otto perché per galateo invitano anche la Russia – che escono dai loro alberghi. Sono seguiti da decine di ministri, consiglieri e portaborse. All’esterno uno stuolo di giornalisti, cameramen, microfoni. Ovunque poliziotti armati, elicotteri, tiratori scelti, spie in borghese e carabinieri a cavallo. Tutto intorno, solo il vuoto più assoluto: negozi chiusi, vie deserte, Genova nel silenzio. Nessuna protesta, nessuna contro-manifestazione, neppure i curiosi a guardare. Vuoto. E poliziotti e carabinieri che, non sapendo cosa fare, si chiedono i documenti a vicenda…
Attorno alla questione vertice dei G-8 a Genova si concentra ormai da mesi l’attenzione di una vasta area dell’impegno sociale italiano. Dalla Rete di Lilliput ai Centri sociali del nord-est, dai movimenti ambientalisti a quelli per la solidarietà internazionale, tutti o quasi aspettano questo come l’Evento politico dell’anno. Immaginarsi quanta maggiore valenza andrà ad assumere dopo il voto del 13 maggio, come sfogo e catarsi nel caso di vittoria del centro-destra oppure come “sfida da sinistra” se vincerà l’Ulivo. E il dibattito già ora si fa acceso, sui contenuti così come sui metodi di questo “essere in piazza contro”, sentimento che al momento rappresenta forse il maggior collante tra le diverse aree. Schematizzando si può dire che c’è chi, memore di Seattle, vuole bloccare comunque il vertice ufficiale (sottinteso: con ogni mezzo necessario, o quasi); chi pensa ad azioni dirette nonviolente, che portino in piazza il dissenso ma incanalandolo attraverso strumenti di protesta alternativi ai classici cortei; chi infine propone una sfida più culturale, concentrandosi su un contro-vertice della società civile con conferenze, incontri e dibattiti. E c’è chi tenta di conciliare i tre percorsi, sviluppando pensieri e proposte comuni.
Si tratta di un dibattito per certi versi interessante e utile tra le mille anime dei movimenti e delle realtà sociali di base, e che comunque vale da solo lo sforzo organizzativo di questi mesi. Il problema è però se saprà raggiungere una fetta abbastanza consistente del “popolo di Seattle”, tanto da determinare poi effetti concreti durante le giornate di Genova. O se invece riemergeranno di nuovo, come a Napoli in marzo, la voglia di fare casino (e disfare vetrine), la logica della contrapposizione totale (e fine a sè stessa), l’effetto mediatico perverso per cui le manifestazioni hanno successo o meno sulla base dei minuti che gli dedicano i telegiornali (e dunque, in ultima istanza, sul tasso di violenza controllata che riescono a smuovere).

Un Grillo alle origini
Seguendo da spettatore esterno il filo di questo ragionamento, che ormai da alcuni mesi si dipana e attraversa diversi luoghi della “rete”, mi sono imbattuto in una proposta assolutamente poco seria, e per questo interessante. A proporla un soggetto altrettanto poco serio, eppure a volte interessante: Beppe Grillo. Si tratta della città deserta; Genova che accoglie gli otto grandi chiudendo i negozi e andandosene altrove. Nessuno spettacolo serale, neppure quelli dei locali alternativi. Nessun corteo, nessuna manifestazione visibile, nessuno in piazza. Una cosa a metà strada tra il lutto – e ce ne sarebbero i motivi, pensando all’impostazione omicida delle politiche mondiali – e lo sberleffo irridente. Una disobbedienza civile e forte, vicina tanto all’insegnamento gandhiano dell’hartal quanto ai grandi scioperi delle lotte operaie. Con in più la sfida pacifica di un luogo Altro, di una Genova della cultura e del pensiero civile che si ritrova ad esempio a Sanremo, o a La Spezia, non per sfuggire o ritirarsi sull’Aventino ma per affermare con forza ed in autonomia le proprie idee e proposte. Insomma, uno slogan semplice: “Lasciamoli soli!”.
Ci sono almeno tre motivi per cui, secondo me, questa boutade da comico potrebbe essere più seria di molte altre iniziative di “opposizione dura”. Una prima ragione è di natura banalmente tattica: non se l’aspettano. Da mesi ormai tutti prevedono scontri duri a Genova, e comunque manifestazioni imponenti di cui già si discutono i numeri. E’ ovvio, è banale. Dopo Seattle sembra che ogni vertice mondiale debba essere accompagnato dai cortei, ed i giornalisti già oggi s’informano su dove potrebbero esserci gli scontri, tanto per non trovarsi impreparati… La forma prende il posto della sostanza, il fine diventa il mezzo. E se c’è routine non c’è più sorpresa, che è invece l’unica arma per creare dubbio e aprire varchi di dialogo. A Seattle ciò che è accaduto è stato importante ed efficace proprio perché ha sorpreso la stampa e gli stessi politici. Se il vertice del G-8 di Genova venisse pure interrotto, nessuno dei Grandi ne sarebbe sorpreso ma al più scocciato. E invece di spazi di dialogo si aprirebbero voragini di banalità, con discussioni astratte sui metodi più o meno civili per protestare e sul grado di democraticità dei manganelli. Con tanti saluti per i contenuti veri delle (nostre) proteste e dei (nostri) movimenti. Creare il vuoto in città sarebbe una novità, e potrebbe – forse – porre qualche interrogativo in più. Se non altro spingerebbe i giornalisti ad essere meno banali…
Creare maggioranze
Una ragione un po’ più seria è di natura strategica: per svolgere un vero boicottaggio sociale di massa – il mondo francese la chiama ville morte – ci vuole una cosa fondamentale: la partecipazione dei cittadini. Che a parole tutti i nostri movimenti auspicano e dichiarano, salvo poi avere spesso difficoltà a realizzare. E’ facile convincerci “tra di noi” che il G-8 è una cosa brutta. Andiamo a spiegarlo ai ristoratori, ai tassisti, ai netturbini di Genova… Certo, in parte questa è una provocazione populista. Ma in parte ci dice la necessità di avvicinare veramente le lotte sociali alle dinamiche del quotidiano. Che poi con qualche sforzo in più si può anche fare: in tempi di allarme alimentare e di timore per le bio-tecnologie, come non pensare ad un’alleanza con la parte pulita degli agricoltori, degli allevatori, dei macellai o degli stessi commercianti? E con il mondo delle parrocchie, dopo tutta la mobilitazione fatta in quest’ultimo anno sulla questione del debito internazionale? E più banalmente con i semplici abitanti del centro storico ligure, che già da un po’ si sono visti schedare dalla Questura e potranno muoversi in quei giorni solo con permessi speciali, neanche fossero in zona di guerra? Nessuno di questi gruppi parteciperà mai ad un corteo di protesta; diverso se gli si chiede di aderire ad uno sciopero, ad una serrata, ad una “gita fuori porta” per una giornata intera. I mezzi sono anche fini. Una modalità di protesta alla portata di tutti favorisce la partecipazione di tutti: è un concetto gandhiano, oltre che lapalissiano…
C’è infine una terza ragione, forse la più valida, per considerare interessante la proposta di Grillo, ed è quella che definirei culturale: manifestare attivamente a Genova durante i giorni del vertice significa riconoscere almeno implicitamente il ruolo di governo mondiale assunto dal G-8. Magari criticandolo in quanto luogo non democratico, ma comunque dandogli importanza e valore (quando mai si sono viste manifestazioni di protesta rilevanti fuori dal Palazzo di vetro dell’ONU? E non ci dice questo qualcosa sul peso reale delle Nazioni Unite?). Andare a Genova assume così il senso di seguire l’agenda politica dei Grandi della terra, di accettare il loro ruolo centrale e andare a giocare una partita in casa loro. Attira sul vertice l’attenzione mondiale, al di là di quanto viene realmente deciso nelle riunioni. Al contrario abbandonare Genova, boicottare quel campo e scegliersene un altro avrebbe il significato simbolico di togliere valore al G-8, di sancirne in termini popolari la delegittimazione pur tenendo aperta l’esigenza – ormai imprescindibile in un mondo che si dice globalizzato – di inventare un sistema di governo per il pianeta. “Sì, voi siete i Grandi. Ma guardatevi attorno, siete soli. Noi, le vostre società, siamo Altrove. La nostra agenda non la fate voi, ce la dettano i Piccoli della terra. E i nostri vertici, i nostri incontri calorosi sono troppo importanti per mescolarsi alle vostre fredde cerimonie blindate”.

Riprendere le fila, riannodare percorsi
Questi sono i motivi per cui ho trovato stimolante l’idea del silenzio e del vuoto. Non certo per fuggire, ma per rivendicare una propria soggettività autonoma ed un proprio pensiero in dialogo alla pari con gli altri attori internazionali. Economie alternative, autogestione dal basso, bilanci partecipati, sviluppo locale sostenibile sono alcune delle piste di esplorazione che appartengono ad un patrimonio diffuso diverso dal pensiero dominante, da vent’anni almeno bloccato sull’idea del libero mercato, della deregulation e degli aggiustamenti strutturali (e al massimo corretto con qualche nota di carità, come la proposta Visco per una beneficenza delle multinazionali). E dunque meritano un loro spazio che non può essere residuale, di mero slogan da gridare in piazza. Se nelle istituzioni internazionali si vive l’assenza della politica, non è lì che bisogna guardare. Piuttosto – forse – va segnalato il vuoto, e riempito altrove. Anche scegliendo una politica dell’assenza.
Sociologo, che vuol dire tutto e niente. Originario di Tolmezzo, ha vissuto in Trentino e in Alto Adige, con puntate nei Balcani, e da un paio d'anni è tornato sui suoi passi. Ha avuto varie esperienze nella cooperazione internazionale, nel lavoro sociale in Italia e nella promozione culturale, tra cui direttore diwww.balcanicaucaso.orge collaboratore della Fondazione Langer. Ha scritto con Michele NardelliDarsi il tempo. Idee e pratiche per un’altra cooperazione internazionale, EMI, 2008 eSicurezza, Edizioni Il Messaggero, 2018.


