
Dall’accettazione alla desiderabilità: dalla Commissione Europea idee e strumenti per la transizione energetica
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Durante la lunga e non ancora conclusa fase in cui il caldo estremo colpisce l’Europa con effetti devastanti e concomitanti (incendi, siccità, mari riscaldati, bombe d’acqua, nevai in fuga verso la sparizione, ecc.) colpisce che poco o nulla si legga o si dica su ciò che ne è la causa fondamentale; i cambiamenti climatici indotti dai consumi sfrenati di energie fossili che inducono il riscaldamento dell’atmosfera.
Fermarsi alla semplice osservazione dei fenomeni contingenti (quanto fa caldo oggi o domani; i laghi alpini o il Po senza acqua, ecc.), senza raccontarne l’origine e la causa, sembra volerci dire che siamo semplicemente di fronte all’ennesima evenienza metereologica da cui, con ulteriori input energetici, verremo miracolosamente fuori, con un po’ di pazienza e, per chi ci crede, di fede. Se anche sta cambiando il mondo, la tecnica (magari quella nucleare di cui si sta – casualmente? – parlando vieppiù) ci salverà, dandoci il lusso di continuare stili di vita sopra ogni sostenibilità e ragionevolezza.
Ma non è così, purtroppo, e gli scienziati, testardi, ce lo ripetono da anni; siamo sull’orlo del baratro non solo ambientale, ma anche, con grande evidenza, sociale (povertà energetica, immigrazioni crescenti) e economica (costi dell’energia e, quindi, della vita, alti e crescenti, anche, e non solo, per le guerre sempre più diffuse).
Per vincere la sfida della transizione “il privato” non basta
Pur in questo quadro, si svolge pian piano e, per fortuna, inesorabilmente, una transizione energetica che, se non altro, va imponendosi per i vantaggi che ne derivano (le rinnovabili producono energia a costi rasenti lo 0) e le opportunità che reca agli investitori che, finalmente ci credono e, saggiamente, ne approfittano.
Grazie al miglioramento tecnologico e alla riduzione dei costi di installazione, l’energia rinnovabile è fondamentale per mantenere l’energia a prezzi accessibili, garantire la sicurezza degli approvvigionamenti e raggiungere gli obiettivi climatici.
Ma in questo processo, oggi governato solo dal privato, mancano gli interlocutori fondamentali: le comunità locali e i loro rappresentanti istituzionali (gli enti pubblici).
Ciò che sta avvenendo riproduce quanto successo con l’idroelettrico 80 anni fa; allora, grandi investimenti statali, poi passati in mano a grandi concessionari privati; oggi, investimenti privati fotovoltaici ed eolici, che si prendono terra, sole e vento senza che “il pubblico” batta un colpo. Privatizzare tutta l’energia “nostrana” è tanto pericoloso, nel lungo periodo, quanto dipendere da rifornimenti materiali e tecnologici altrui.

L’energia è un bene comune
Ma se l’energia, che è un bene comune come l’acqua, del nostro Paese è tutta in mani private, è chiaro che la reazione dei territori non può essere accondiscendente o favorevole; detto in una battuta: cosa resta ai territori se, persi terra, sole e vento, le bollette restano sempre care?
Serve un cambio di passo, non rinviabile, se vogliamo che la transizione continui nei modi e con le prospettive che le spettano e, magari, sia disponibile e anche giusta per tutti: serve un’ampia iniziativa politica che renda vere l’accettazione pubblica, con misure di partecipazione procedurale e di costruzione della fiducia, e la desiderabilità della transizione, con misure di partecipazione finanziaria e di condivisione dei benefici.
Questo afferma il recentissimo documento della Commissione Europea che definisce gli strumenti per il coinvolgimento del pubblico nel settore delle energie rinnovabili; si tratta di linee guida molto concrete ed articolate che dicono, da un lato, come sia necessario non solo accrescere l’accettazione sociale con maggior inclusione e partecipazione, sin dalle fasi di impostazione dei progetti, di tutti i portatori di interesse, senza nascondere nulla, ma, anzi, avvalendosi anche delle idee e delle indicazioni della gente il cui coinvolgimento può ridurre le controversie relative alla localizzazione degli impianti e i conflitti ambientali; ma, afferma ancora la Commissione, come, d’altro canto, la sola partecipazione alle fasi progettuali non sia più, se mai lo è stata, sufficiente a garantire successo e velocizzazione ai progetti, ma serva un di più che renda concreta la percezione di essere partecipi di un processo che porti vantaggi diretti e misurabili; si tratta di quell’insieme di cose che rendono desiderabile la transizione perché accessibile, vantaggiosa per le persone e i territori, coinvolgente, inclusiva.

Partecipazione locale, proprietà diffusa, benefici per le comunità
E allora, la Commissione non esita a parlare di partecipazione finanziaria e di condivisione dei benefici tramite strumenti, siano essi finanziari, economici, sociali o ambientali (Financial participation and benefit-sharing measures), diretti a dare vantaggi concreti e tangibili alle persone e alle Comunità partecipando alla proprietà degli impianti tramite cooperative energetiche o a schemi di co-investimento, a crowdfunding, a modelli di vendita con locazione finanziaria di ritorno (sale-and-lease-back). Trattasi di misure dirette che consentono ai residenti di diventare comproprietari, allineando il successo del progetto alla prosperità della comunità e indirette quali la redistribuzione alle comunità di compensazioni, di potenziamento delle strutture locali, di riduzione delle bollette elettriche per le famiglie, di affiancamento alle comunità energetiche.
Si tratta di misure tecniche, progettuali ed economiche, che possono essere adottate anche dai Comuni che, sostenuti da Regioni o Stato, realizzino impianti di comunità, anche in concorrenza con gli investitori privati, creando un circuito di energia prodotta e ceduta in loco con contratti di lunga durata. Non si partirebbe da zero; ci sono esempi anche nella nostra regione. In tempi di liberismo sfrenato, la Commissione apre un varco interessante e percorribile.
Il punto qui è interrogarsi su chi decide, su quali trasformazioni vengono considerate accettabili e su come vengono distribuiti costi e benefici.
In assenza di ciò, il rischio è quello di un “colonialismo energetico” che mette in conflitto territori con territori creando tensioni ed opposizioni anche da parte di quei gruppi che, a condizioni diverse, sarebbero favorevoli al cambiamento energetico.
Il mondo dell’energia che si sta aprendo a mille opportunità per esserci da protagonisti e, quindi, impone alla parte pubblica della società, nelle sue varie articolazioni, di mettersi in gioco con azioni rapide ed efficaci per creare una presenza che conti e porti risultati e benefici duraturi e vantaggiosi per tutti.
Referente per l’energia e le CER di Legambiente FVG, già ispettore forestale del Corpo forestale regionale.

