
Bloqueos in Bolivia: le ragioni di una lunga crisi, la difesa dei beni comuni
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Dopo quasi due mesi di sciopero attraverso blocchi stradali e manifestazioni che hanno bloccato gran parte del Paese, la Bolivia è entrata in una nuova fase della sua crisi politica. Il 19 giugno il governo del presidente Rodrigo Paz e la Central Obrera Boliviana (COB), guidata dal segretario esecutivo Mario Argollo, hanno raggiunto un accordo che ha portato alla sospensione delle principali mobilitazioni. Il giorno successivo Paz ha dichiarato lo stato di emergenza, autorizzando il dispiegamento delle Forze Armate per rafforzare il controllo del territorio e reprimere le proteste ancora in corso. Questi sviluppi hanno contribuito ad allentare la tensione, senza tuttavia affrontare le cause economiche e sociali che hanno alimentato la mobilitazione. Per comprendere perché la Bolivia sia arrivata a questa recente ondata di proteste è necessario ricostruire il contesto politico e le cause che li ha prodotti.
La svolta liberale
Le proteste si sviluppano dopo i primi sei mesi del governo di Rodrigo Paz, eletto presidente nell’ottobre 2025 con il 54,6% dei voti. Ex sindaco di Tarija ed esponente del Partito Democratico Cristiano, Paz è arrivato al potere proponendo un programma di riforme economiche liberali, basato sull’apertura agli investimenti privati e sulla riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia. La sua elezione segna una svolta nella politica boliviana dopo quasi vent’anni di predominio del Movimiento al Socialismo (MAS). Dal 2005, infatti, la politica del Paese si è articolata attorno a tre grandi blocchi elettorali: il mondo indigeno-contadino, tradizionalmente vicino al MAS; il settore urbano e imprenditoriale, rappresentato dalla destra liberale; e un ampio segmento di lavoratori informali, giovani e settori popolari urbani, storicamente decisivo nelle competizioni elettorali. Nel 2025 proprio quest’ultimo elettorato si è spostato verso Paz, favorito anche dalla profonda crisi economica e dalla crescente frammentazione della sinistra boliviana. Tuttavia, il nuovo presidente si trova fin dall’inizio del mandato a governare un Paese fortemente polarizzato e con margini politici limitati.
Tuttavia, le proteste non nascono improvvisamente e si appoggiano su un lungo periodo di instabilità. Da almeno tre anni la Bolivia attraversa una grave crisi economica. L’inflazione è in costante aumento (alla fine del 2025 ha raggiunto un picco di circa il 20%), mentre la scarsità di dollari rende sempre più difficile finanziare le importazioni. La conseguenza più evidente riguarda il carburante. La progressiva eliminazione dei sussidi statali, in vigore da circa vent’anni, ha provocato forti aumenti dei prezzi e frequenti carenze di benzina e diesel. Alla scarsità si è aggiunta una diffusa percezione del peggioramento della qualità del carburante, spesso definito dalla popolazione “gasolina de basura”, ritenuto responsabile di danni ai motori di automobili e mezzi di trasporto. Il carburante è così diventato uno dei principali simboli della crisi. Alla base delle difficoltà economiche vi è anche l’esaurimento del modello di sviluppo che aveva sostenuto la crescita del Paese nei quindici anni precedenti. Tra il 2005 e il 2014 la Bolivia aveva beneficiato dell’elevato prezzo internazionale degli idrocarburi, esportando grandi quantità di gas naturale soprattutto verso Brasile e Argentina. Il progressivo declino della produzione ha però ridotto drasticamente le entrate dello Stato, mettendo in crisi un modello economico fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche.
È in questo contesto che, il 17 dicembre, a meno di un mese dal suo insediamento, Rodrigo Paz presenta il Decreto Supremo 5503. Il governo lo descrive come una risposta a una “emergenza economica, finanziaria, energetica e sociale” e attribuisce la responsabilità della crisi al precedente esecutivo. Secondo Paz, la situazione richiede interventi immediati e straordinari. Il decreto introduce un ampio pacchetto di riforme economiche con l’obiettivo di attrarre investimenti, facilitare l’attività delle imprese e aumentare la disponibilità di risorse finanziarie nel Paese. Tra le principali misure figurano incentivi fiscali, procedure burocratiche semplificate per i nuovi investimenti, strumenti per favorire il rientro dei capitali detenuti all’estero e una maggiore apertura del settore dei carburanti all’iniziativa privata. Per il governo il Decreto 5503 rappresenta il primo passo necessario per rilanciare l’economia. Per sindacati, organizzazioni contadine e movimenti indigeni, invece, il provvedimento segna una netta svolta liberale e mette in discussione il ruolo dello Stato costruito durante i governi del MAS.

Il Bloqueo
In questo clima di crescente tensione arriva un secondo elemento ad alimentare il conflitto. L’8 aprile una marcia composta da comunità indigene e contadine parte da Porvenir, nel dipartimento di Pando, e percorre quasi mille chilometri fino a La Paz. La mobilitazione nasce per chiedere il ritiro della Legge n. 1720, promulgata due giorni dopo. La legge consente ai piccoli proprietari terrieri di trasformare volontariamente le proprie terre in proprietà di tipo medio. Secondo il governo, questa modifica permette agli agricoltori di utilizzare i terreni come garanzia per ottenere prestiti e investire nella produzione. Per molti movimenti contadini e indigeni, invece, la riforma apre la strada alla perdita delle terre. Una volta trasformata la proprietà, infatti, questa può essere ipotecata e, in caso di insolvenza, pignorata. Da qui nasce il timore che l’indebitamento possa favorire una progressiva concentrazione della terra nelle mani di grandi proprietari o investitori. La contestazione della Legge 1720 diventa così l’innesco di un malcontento accumulato negli anni.
Il 1° maggio la COB promuove a La Paz il Gran Cabildo Nacional, proclamando uno sciopero generale a tempo indeterminato e dando avvio ai primi blocchi stradali o “bloqueos”. I bloqueos costituiscono una delle forme di protesta più caratteristiche della storia recente della Bolivia e sono diventati uno strumento centrale di pressione politica soprattutto a partire dalla Guerra del Gas del 2003. Questi consistono nell’interruzione fisica delle principali vie di comunicazione mediante pietre, cumuli di terra, veicoli e pneumatici incendiati, con l’obiettivo di creare disagio attraverso il blocco della circolazione di persone e merci. Alle proteste aderiscono sindacati minerari, organizzazioni contadine e movimenti indigeni, in particolare delle comunità Aymara e Quechua. Nel corso delle settimane si consolida anche il coordinamento con il CONAMAQ e con alcune strutture della Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB). Le proteste finiscono così per poggiare su una vasta coalizione sociale e sindacale riconducibile, almeno in parte, all’area politica del MAS, impegnato in una fase di riorganizzazione e riposizionamento dopo quasi vent’anni di predominio sulla scena politica nazionale e ancora oggi principale forza di opposizione al governo Paz.
Con il passare delle settimane i bloqueos producono conseguenze sempre più pesanti sulla popolazione. L’interruzione delle principali vie di comunicazione rallenta l’arrivo di carburanti, alimenti e medicinali in molte città. Diversi ospedali denunciano la mancanza di ossigeno e materiali sanitari, mentre la scarsità di beni essenziali contribuisce ad alimentare ulteriormente il malcontento sociale. Parallelamente aumenta anche il costo economico della crisi, aggravando una situazione già compromessa dalla carenza di valuta estera e dalla debolezza dell’economia.

Quali prospettive?
È proprio di fronte al crescente impatto economico e sociale delle mobilitazioni che governo e COB raggiungono l’accordo del 19 giugno, ponendo fine, almeno temporaneamente, ai principali blocchi stradali. La sospensione dei bloqueos rappresenta tuttavia una tregua all’interno di una crisi che resta aperta. L’intesa ha attenuato la conflittualità, ma non ha risolto le profonde tensioni che attraversano il Paese. Il governo di Rodrigo Paz si trova ora di fronte a una sfida complessa: attuare il proprio programma di riforme liberali senza compromettere la stabilità sociale in un Paese in cui la mobilitazione di piazza rappresenta da decenni uno dei principali strumenti di partecipazione e pressione politica. Allo stesso tempo, le organizzazioni sindacali, contadine e indigene dovranno decidere se proseguire la mobilitazione o aprire una nuova fase di negoziato. La crisi degli ultimi mesi mostra come l’esaurimento del modello economico fondato sulle rendite degli idrocarburi stia ridefinendo anche gli equilibri politici e sociali della Bolivia. In questo scenario, la capacità del governo di costruire consenso attorno alle proprie riforme e quella delle organizzazioni sociali di trasferire il conflitto sul terreno del confronto istituzionale saranno determinanti per capire se la tregua raggiunta segni l’inizio di una nuova fase o rappresenti soltanto una pausa in una crisi destinata a riemergere.
Laurea magistrale in Ecologia ed Etologia per la Conservazione della Natura presso l'Università di Parma. Appassionata dello studio degli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi alpini, ha orientato il proprio percorso di studi e professionale verso questa tematica. Attualmente è volontaria del Servizio Civile Universale per la ONG CeVI a Cochabamba, in Bolivia, dove si occupa principalmente di agroecologia e della promozione di orti familiari e scolastici.
Agronoma specializzata in sviluppo rurale, lavora in sud America dalla tesi di magistrale. Attualmente servizio civilista per la ONG CeVI a Cochabamba, Bolivia. Attivista nei campi dell'anti-meridionalismo, femminismo e ambientalismo, da sempre nell'associazionismo.



