Montasio, l’ultimo ghiacciaio delle Alpi Giulie
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La Carovana dei Ghiacciai di Legambiente, dopo le visite del 2020 e del 2022, è tornata nel 2026 sul ghiacciaio Occidentale del Montasio, trovando una situazione di marcata sofferenza. Nell’estate del 2023 il deflusso generato da un intenso evento piovoso aveva scavato una grande cavità nel cuore del ghiacciaio minandone l’ormai storico equilibrio. Dopo un 2024 segnato da un piccolo recupero di massa, la cavità è collassata nel corso del 2025 formando una grande depressione. Il 2026 è stato caratterizzato da scarse e tardive nevicate invernali e il manto nevoso si è rapidamente esaurito nel corso della calda estate esponendo il ghiaccio alla fusione. In agosto un intenso evento piovoso ha aperto una nuova grande cavità nella parte superiore del ghiacciaio e il deflusso ne ha eroso la superficie scavando poi un canale nella copertura detritica che ne caratterizza la parte inferiore.
Cos’è un ghiacciaio
Tra i corpi glaciali presenti nella regione solo il ghiacciaio Occidentale del Montasio ha ancora le caratteristiche di un ghiacciaio montano vero e proprio mentre gli altri sono da tempo stati classificati come glacionevati. Un ghiacciaio è caratterizzato da un’area superiore, al di sopra di quella che potremmo chiamare la “quota delle nevi perenni”, in cui la massa di neve che si accumula è mediamente superiore alla massa che si fonde, e un’area inferiore in cui avviene esattamente l’opposto. La neve che si accumula in alto nel tempo si trasforma in ghiaccio e il ghiaccio scorre lentamente verso il basso, alimentando l’area in cui prevale la fusione. Quando il ghiacciaio è in equilibrio il bilancio tra accumulo di massa, scorrimento e fusione è tendenzialmente pari a zero. Lo scorrimento provoca la formazione di crepacci anche quando la velocità, come nel caso dell’occidentale del Montasio, è solo di qualche decina di centimetri all’anno. Con l’aumento della temperatura la “quota delle nevi perenni” si alza e quindi l’area superiore in cui prevale l’accumulo si riduce, a vantaggio della crescita dell’area di fusione. Quindi la fusione diventa prevalente, il ghiacciaio diventa più sottile e l’area complessiva del ghiacciaio si riduce. Un glacionevato è un corpo glaciale che non ha più un’area di accumulo e non scorre più.
Le tante peculiarità del ghiacciaio Occidentale del Montasio
Il ghiacciaio Occidentale del Montasio è stato documentato scientificamente per la prima volta da Ardito Desio nel 1920. Successivamente vari glaciologi hanno proseguito, sia pure in modo non sistematico, l’attività di rilievo. Dal 2010 l’Università di Udine, in collaborazione con il Corpo Forestale Regionale e la Protezione Civile Regionale, effettua il rilievo topografico ad alta risoluzione del ghiacciaio due volte l’anno. A fine maggio, prima che inizi la fusione estiva, si misura il volume dell’accumulo invernale ovvero lo spessore medio del manto nevoso. Alla fine di settembre, quando la fusione estiva è terminata e prima che riprenda a nevicare, si rileva la superficie topografica e, dalla differenza punto per punto con la superficie dell’autunno precedente, si determina il bilancio annuo. Se la superficie è mediamente aumentata di quota il bilancio è positivo, ovvero la massa del ghiacciaio è cresciuta, se la quota è mediamente calata il bilancio è al contrario negativo. Le tecniche del rilievo si sono evolute nel tempo e da qualche anno viene effettuato con la scansione laser altimetrica (LiDAR – Light Detection and Ranging) da drone. Questo consente di ottenere una elevata densità di punti misurati, anche centinaia per metro quadro, da cui ricavare un dettagliatissimo modello tridimensionale.
Il principale motivo per cui l’Occidentale del Montasio conserva ancora lo status di ghiacciaio montano è l’abbondante alimentazione nevosa dovuta alle continue valanghe dalla soprastante e quasi verticale parete Nord dello Jôf di Montasio. La neve si accumula sul ghiacciaio, con spessori medi che negli ultimi 15 anni sono variati da 3.5 a 12 metri ma che in alcuni punti arrivano spesso a superare i 30 m. Inoltre, la sua sopravvivenza è favorita dall’esposizione Nord che limita molto l’insolazione, e dalla copertura di detrito che continuamente precipita dalle pareti di roccia e che isola il ghiaccio sottostante.
Oggi il ghiacciaio è contratto sul fondo della nicchia che occupa, risultando così ancora più ombreggiato dalle pareti circostanti. Infatti, nel corso degli ultimi 100 anni il ghiacciaio ha perso oltre 30 metri di spessore medio e oltre il 75% del suo volume, pur essendo la sua superficie ancora quasi la stessa. Dopo il 2005, in controtendenza rispetto alla media dei ghiacciai alpini, ha sorprendentemente smesso di perdere massa e si è grossomodo stabilizzato.
La storia recente
Questo precario equilibrio si è rotto nel 2022, anno con poca neve e molto caldo, e anche nel 2023 con la formazione della già citata cavità subglaciale. Nell’autunno del 2024, prima delle nevicate invernali, il ghiacciaio mostrava ancora una importante copertura di neve residua, concentrata nella parte alta, il cui volume corrispondeva a circa 25 centimetri di spessore medio su tutto il ghiacciaio. Dopo il collasso del 2025 ai lati della depressione erano evidenti due contrafforti di ghiaccio coperto di detrito. Sul ghiacciaio è molto evidente la presenza anche di altri, e più grandi, contrafforti, con ogni evidenza generati da precedenti crolli, infatti la formazione di una cavità dovuta a intense precipitazioni liquide era già stata osservata nel 2008, si è ripetuta nel 2026 ed è probabile che possa essere accaduto anche altre volte nel passato recente. Quindi i fenomeni che più incidono nella dinamica del ghiacciaio del Montasio, più che alla temperatura, sembrano legati alle precipitazioni, con l’accumulo di neve invernale in termini positivi e periodici crolli causati da intense precipitazioni estive in termini negativi. Nel complesso comunque il ghiacciaio, che è il più basso delle Alpi, negli ultimi 20 anni ha dimostrato una certa resistenza alla perdita di massa, con un comportamento nettamente divergente rispetto alla media degli altri ghiacciai delle Alpi.
Processi già previsti ma ancora in attesa di risposte politiche
Anche se, pur con alterne vicende, il Montasio tenta di sopravvivere, la criosfera alpina procede in un contesto di rapida e accelerata riduzione. Nell’ultimo secolo i ghiacciai delle Alpi hanno perso mediamente circa 40 metri di spessore e la velocità con cui si contraggono va continuamente aumentando. È una riduzione che il mondo della scienza si attendeva perché negli anni ’70 i modelli climatici avevano già previsto e quantificato l’incremento della temperatura a causa dell’aumento, di origine antropica, dell’emissione di gas serra in atmosfera.
A differenza di quanto avviene in altre regioni alpine i corpi glaciali del Friuli-Venezia Giulia sono troppo piccoli e frazionati per incidere in modo significativo sulle risorse idriche. Al contrario la rapida riduzione dell’innevamento invernale, sia come quantità sia come durata, dovrebbe imporre un radicale ripensamento dei modelli di sviluppo relativi al turismo invernale. La neve incide in modo significativo anche sul riempimento degli invasi e sulla ricarica delle falde, elementi essenziali per la disponibilità di risorse idriche.
Il 70% dell’acqua utilizzata è destinato al comparto agricolo e, in un’ottica di riduzione della disponibilità d’acqua, sarebbe il caso di riflettere sull’opportunità di perpetuare l’attuale modello basato sull’irrigazione artificiale. Quindi la politica, a livello locale, dovrà forzatamente riunire risorse e competenze per trovare soluzioni che non penalizzino né l’economia montana né il contesto produttivo. Nello stesso tempo e con urgenza, a tutti i livelli, dovrà trovare il coraggio per mettere in atto politiche efficaci, e non palliative, di contenimento delle emissioni di gas serra.
Professore di Idrologia all’Università di Udine, Fondazione Glaciologica Italiana








