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Montagna aree interne

Nelle nostre aree interne un segnale demografico in controtendenza


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In poco più di dieci anni la montagna e le aree interne del Friuli Venezia Giulia hanno subito una regressione demografica dell’11%, la contrazione dei servizi pubblici e l’erosione delle economie di prossimità. Circa 1.400 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’area e al 2030 si prevede un calo di circa 1.920 bambini tra 0 e 6 anni (oggi 2.236), con ricadute profonde sull’attuale offerta scolastica. Sono scomparse circa 1.000 imprese nel commercio e nell’artigianato, e il reddito imponibile resta inferiore di oltre il 12% alla media regionale.

A questo si aggiunge il cambiamento climatico: al 2050 le temperature aumenteranno di 1-2 °C in inverno e di 2-3 °C in estate, con effetti diretti sull’agroalimentare e sulle economie turistiche.

Il territorio non solo è interessato da 4 Strategie Aree Interne: 3 in attuazione (ciclo 2014-2020, con risultati alterni sul versante dello stato di avanzamento dei progetti) e la nuova Strategia SNAI delle Valli del Torre e Natisone, ma richiede politiche strutturali capaci di proiettarsi al 2030 e al 2050 e di anticipare le tendenze in atto.

Una preziosa opportunità

Nel periodo 2021-2024 sono tuttavia emerse prospettive di resilienza e innovazione, a partire da un segnale incoraggiante: la dinamica dei nuovi residenti. 

Nei 59 Comuni montani (61.891 abitanti) si sono insediati 1.470 nuovi residenti tra il 2021 e il 2024. 

Nelle quattro aree monitorate da Cramars e Melius (Carnia, Canal del Ferro Valcanale, Dolomiti Friulane e Prealpi Friulane Orientali, Gemonese Torre e Natisone) l’incremento medio ha sfiorato il 2,4%, invertendo in diversi casi il saldo naturale negativo. Le performance migliori riguardano le Dolomiti e Prealpi Friulane (+5,68%), con Tramonti di Sopra e Clauzetto oltre il 10%; più contenuti i risultati in Carnia (+1,65%). 

I nuovi residenti provengono da tre flussi: proprietari di seconde case che hanno trasferito la residenza, famiglie rientrate nei Comuni di origine, e “nuovi abitanti” provenienti da altre zone del Friuli Venezia Giulia e del Paese.

Occorre non disperdere questa opportunità e promuoverne altre anche valorizzando l’educazione e l’istruzione, il ruolo dei Consorzi di sviluppo economico e delle filiere. La reputazione della montagna è essa stessa fattore di attrattività che si rafforza raccontando con onestà la complessità costituita da fragilità, vincoli e potenzialità dei territori.

Tre direttrici di lavoro

Servono in questo senso politiche ecosistemiche lungo tre direttrici. La prima è la riforma dell’offerta formativa: si tratta di ripensare il modello adattandolo a questi contesti a bassa densità e orientandolo alla formazione di competenze per lo sviluppo territoriale e l’innovazione. 

La seconda si riferisce all’ulteriore potenziamento di Carnia Industrial Park e NIP di Maniago (500 imprese, 12.000 addetti) perché sostengano i Comuni montani attraverso la gestione delle aree produttive ed i benefici derivanti dai “contratti di insediamento”, i programmi di “smart mountain” e l’applicazione di politiche di welfare territoriale sul modello NIP capaci di integrare imprese, lavoro ed economie di prossimità. 

La terza è la strutturazione della filiera del legno, che presenta oltre 200 imprese nei Comuni considerati, colmando il “missing middle”: a monte c’è la risorsa forestale, a valle creatività e design, ma mancano falegnamerie industriali e imprese di seconda trasformazione. 

Sono alcune condizioni per radicare le dinamiche positive in atto e spezzare la “trappola per lo sviluppo”, quel circolo vizioso costituito dalle interdipendenze di dinamiche e fenomeni strutturali: calo demografico, bassa natalità, invecchiamento della popolazione, fuga dei giovani, poche reti lunghe, innovazione e start-up, cambiamento climatico. 

Maurizio Ionico autore
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Urbanista, ricercatore. Amministratore Unico di Melius srl – impresa sociale

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