
Definisci casa
Ascolta l’audio
Indice dei contenuti
Cos’è una casa? Una bambina la disegnerebbe con cinque righe, due per le mura, una per le fondamenta e due a spiovente per il tetto. Una giurista la definirebbe come il luogo di esercizio di diritti fondamentali della persona, oggetto di specifiche tutele costituzionali relative all’abitazione, alla privacy e all’inviolabilità del domicilio. Un’ingegnera come un sistema edilizio progettato per garantire sicurezza strutturale, comfort abitativo, efficienza energetica e protezione dagli agenti esterni. Un’economista/speculatrice come un bene di consumo essenziale, un fattore di stabilità sociale e un asset patrimoniale. Una sociologa come il luogo in cui si costruiscono relazioni, identità, ruoli familiari e appartenenze sociali.
Spingendo questo esercizio mentale un po’ più in là, potremmo immaginarci come la definirebbe una persona senza dimora (ciò che manca quando ogni giorno devi preoccuparti prima di tutto di dove dormire) o rifugiata (il posto che hai dovuto lasciare e quello che speri di riuscire a ricostruire). O, correndo con l’immaginazione, come lo definirebbe un’entità aliena: una struttura costruita dagli umani per ripararsi dall’ambiente e organizzare la propria vita sociale e riproduttiva.

Cambiare l’abitare
E in effetti il tema della casa è paradigmatico del vivere umano, stante la nostra natura corporea ineludibile che ci rende intrinsecamente interdipendenti e vulnerabili (un interessante podcast in merito lo trovate qui). La casa non è solo uno spazio fisicamente delimitato, bensì è il luogo dove si costruiscono relazioni significative. Come tale, l’abitare è un diritto fondamentale di cittadinanza, senza il quale non possono esistere neanche gli altri diritti. Ed è uno dei temi su cui più ci si sta interrogando: cosa significa abitare, non solo per i singoli individui, ma per l’affermazione della loro esistenza in una società? Allo stesso tempo, è uno degli elementi più trasformativi e trasformanti del nostro tempo e per i nostri territori. È evidente che la società sta cambiando con un’accelerazione sempre più spinta verso nuove forme di vivere: lo spopolamento delle aree montane e interne, i nuclei monopersonali ormai fortemente predominanti, le famiglie ricomposte, l’invecchiamento, la riduzione dei rapporti di comunità, la pressione turistica, la mobilità lavorativa in entrata e in uscita, la crescente vulnerabilità energetica e l’aumento delle disuguaglianze.
Un tema attraversato anche da profondi cambiamenti culturali, come quello del progressivo passaggio da una cultura della proprietà a una maggiore propensione verso l’affitto. Una trasformazione determinata sia dai costi sempre più elevati degli immobili, sia da un diverso rapporto delle nuove generazioni con il concetto di proprietà e di radicamento territoriale, fortemente in controtendenza con la sempre più ridotta propensione a valutare l’affitto a lungo termine da parte delle e dei proprietari di immobili. E pure dal lato dell’offerta abitativa il contesto è in continua evoluzione, tra l’esigenza di limitare il consumo di nuovo suolo e la crescente attenzione alla rigenerazione del patrimonio esistente secondo standard sempre più elevati di efficienza energetica, sostenibilità e accessibilità. Obiettivi pienamente condivisibili e necessari, che tuttavia comportano investimenti significativi, tempi più lunghi e maggiori complessità negli interventi di recupero e messa a disposizione degli alloggi.
Siamo di fronte a una trasformazione sistemica che pone sfide senza precedenti e rispetto alla quale è sempre più difficile costruire risposte efficaci con la rapidità richiesta dai cambiamenti in corso.
Il nostro territorio si inserisce pienamente in queste sfide: da una parte esiste un patrimonio abitativo ampio e in parte inutilizzato, con decine di migliaia di abitazioni vuote o sottoutilizzate, spesso collocate in territori interessati da fenomeni di spopolamento e progressivo degrado edilizio. Dall’altra, cresce il numero di persone che incontrano difficoltà nell’accedere a un’abitazione adeguata a costi sostenibili. Giovani, famiglie, lavoratori e lavoratrici, persone sole, genitori separati e nuclei fragili faticano sempre più a trovare soluzioni abitative accessibili, soprattutto nelle aree urbane e nei territori maggiormente attrattivi dal punto di vista occupazionale. Questa situazione assume caratteri particolarmente preoccupanti nelle aree interne e montane della regione, dove l’abbandono del patrimonio edilizio si accompagna alla perdita di popolazione, servizi e opportunità economiche, e dall’altro lato nei territori che iniziano a subire gli effetti dell’iperturistificazione, come Trieste.
Il problema della casa, insieme a quello del lavoro, è diventato uno dei principali fattori che contribuiscono all’emigrazione di giovani e famiglie e che limitano la capacità della regione di attrarre nuove persone, anche relativamente a ambiti consolidati da decenni, come quello degli scambi scientifici con i numerosi istituti di ricerca. Per affrontare questa sfida non è sufficiente intervenire esclusivamente sugli strumenti tradizionali dell’edilizia residenziale pubblica. È necessario sviluppare una visione più ampia delle politiche abitative, che consideri la casa come parte integrante delle politiche di welfare, di inclusione sociale, di valorizzazione territoriale e di contrasto allo spopolamento.

Una legge nuova o una legge buona?
Il tema delle politiche abitative rappresenta da molti anni una delle materie sulle quali la Regione ha investito maggiormente, sia sotto il profilo delle risorse economiche sia sotto quello della costruzione di strumenti normativi e amministrativi dedicati. La precedente legge regionale 1/2016 ha rappresentato un importante punto di riferimento per il sistema delle politiche abitative regionali. E infatti numerosi principi, istituti e impostazioni contenuti in quella norma sono stati ripresi nel nuovo disegno di legge. Non siamo dunque convinte che servisse una nuova legge: bastava una manutenzione di quella esistente.
Tuttavia, proprio le poche novità che la legge prevede sono quelle che destano dubbi e preoccupazioni. In primis, la nuova legge assegna alle Ater un ruolo di coordinamento dei Tavoli territoriali. Ma le Ater, già chiamate a svolgere funzioni fondamentali nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica, hanno le competenze e le risorse umane per assumere questo nuovo ruolo di regia? È necessario che la Regione si assuma maggiori responsabilità, e in questo senso è positivo che sia stato approvato il nostro emendamento che prevede che sia l’Amministrazione regionale ad avviare il lavoro dei tavoli, quantomeno effettuando un passaggio di consegne rispetto al coordinamento del confronto tra tutti i soggetti coinvolti. Analoghe considerazioni riguardano il ruolo attribuito ai Comuni. Si può condividere la scelta di riconoscere agli enti locali una funzione centrale nella lettura dei bisogni abitativi e nella costruzione di risposte territoriali integrate, ma è necessario interrogarsi con realismo sulla capacità effettiva oggi dei Comuni di assumere ulteriori compiti e responsabilità rispetto a quelli che già oggi sono chiamati a svolgere. Molti enti locali, soprattutto quelli di piccole e medie dimensioni, operano infatti in condizioni di crescente difficoltà organizzativa, come abbiamo più volte denunciato anche sollevando il tema dei fondi inutilizzati nelle casse comunali, legate alla carenza di personale, limitate risorse tecniche e dall’altro canto un progressivo aumento in numero e complessità di funzioni da gestire.
Ci sono però anche degli aspetti positivi. Sono state introdotte le Agenzie per l’Abitare, sul modello dell’Emilia-Romagna: uno strumento che può contribuire a mettere in contatto domanda e offerta di alloggi. Tuttavia, affinché funzioni davvero, non basta prevederlo sulla carta, servono maggiori investimenti nella promozione e nella pubblicizzazione di questi strumenti. A Trieste, ad esempio, esistevano già esperienze analoghe che non hanno prodotto i risultati sperati anche perché troppo poco conosciute da proprietari e inquilini. E a breve, con l’approdo in Aula della Legge urbanistica, andremo a discutere dell’Osservatorio regionale sul modello del RUPA di Trieste.

Quel passo in più che manca
In altri territori europei che da molto più tempo stanno tentando di far fronte alla crisi abitativa, sono state messe in campo politiche molto più coraggiose. Va bene prevedere incentivi e garanzie per chi mette a disposizione gli immobili, ma va considerata anche la responsabilità sociale di chi lascia inutilizzati gli alloggi, in particolare nelle aree ad alta intensità abitativa. Barcellona e la Catalogna, ad esempio, riconoscendo la funzione sociale nel caso della proprietà privata di un alloggio, hanno cercato di riportare sul mercato le case inutilizzate attraverso il censimento degli alloggi vuoti, un registro dei grandi proprietari, l’introduzione di sanzioni o la tassazione per immobili lasciati sfitti senza giustificazione, così come fatto anche a Parigi. Amsterdam si è spinta ancora oltre: la casa vuota non è più considerata una scelta privata neutrale, ma un problema di interesse pubblico in presenza di emergenza abitativa. Vi è quindi l’obbligo di registrare una casa vuota, dopo il quale si viene contattati per renderla abitabile entro due mesi e concordare un affitto ragionevole. Inoltre, per limitare la finanziarizzazione del mercato residenziale, Amsterdam ha introdotto una misura che impedisce per alcuni anni di acquistare un’abitazione e metterla immediatamente a reddito in determinate fasce di valore.
E in effetti il valore sociale dell’abitare è evidente, poiché riguarda tutte e tutti. Dopo averne parlato spesso su queste pagine virtuali, non possiamo non pensare anche a chi sta affrontando percorsi di esecuzione penale o di reinserimento sociale. La mancanza di una soluzione abitativa è spesso uno degli ostacoli principali al rientro nella società, e contribuisce a peggiorare il sovraffollamento delle carceri, considerando che chi potrebbe scontare parte della pena ai domiciliari per farlo deve avere, appunto, un domicilio. Così come è nota la difficoltà di trovare un’abitazione adeguata o anche solo un riparo temporaneo per tutte le persone straniere in transito o perché fuori dai circuiti di accoglienza, o perché in attesa di entrarvi, o perché diventate maggiorenni nel caso di minori stranieri non accompagnati, o perché abbiano ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari o lavorativi. è un tema che abbiamo affrontato più volte anche in occasione delle ricche finanziarie, purtroppo senza mai ottenere nessuna risposta. Continueremo ad avanzare proposte in tal senso, anche nella fase di emissione dei bandi e regolamenti che andranno a completare il percorso della nuova legge: non possiamo godere il calore delle nostre case sapendo che nelle nostre città ci sono persone che dormono – e purtroppo talvolta muoiono, come avvenuto lo scorso inverno – per strada.
Ma al di là delle emergenze abitative si può essere più coraggiose anche nell’affrontare i cambiamenti dell’abitare, riempiendo di senso un modo di stare nei nostri spazi e includendo un obiettivo di solidarietà e collaborazione. Lo fanno da molti anni a Barcellona, con le cooperative di abitazione a proprietà indivisa. Nella più famosa, la Borda, mi è capitato di alloggiare nel corso di un incontro-studio nella Capitale della Catalogna: una stanza è infatti dedicata a chi viene in città per scambi culturali e politici, al di fuori delle logiche dell’overtourism. Gli spazi condivisi di grandissima qualità architettonica e dalla piacevole fruizione parlavano da soli di come l’abitare possa diventare un fortissimo atto politico.
Abbiamo posto questi e altri temi con 19 emendamenti e tre ordini del giorno. Purtroppo, come ormai prassi di questa maggioranza, sono stati tutti bocciati senza discussione, tranne uno accolto parzialmente. Per l’ennesima volta un’occasione persa di migliorare le opportunità del nostro territorio nell’interesse di chi lo vive.
Giulia Massolino, dottorata in ingegneria dell’energia e dell’ambiente, con master in comunicazione della scienza, economia blu sostenibile e studi di futuro. Da sempre attiva nell’associazionismo, dopo esser stata Consigliera comunale con Adesso Trieste, di cui è co-fondatrice, è attualmente eletta in Regione con il Patto per l’Autonomia.
- Giulia Massolino
- Giulia Massolino
- Giulia Massolino

