
Contro le guerre, il riarmo, le testate nucleari
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L’ANPI, oltre ad essere custode della vicenda storica attraverso la quale l’Italia è riuscita con la Resistenza a sconfiggere la dittatura fascista e l’occupazione nazista, è generosamente impegnata per la difesa e la piena attuazione della nostra Carta Costituzionale, insostituibile dettato di diritti e democrazia. La nostra missione è batterci per la pace, per una società che non lascia indietro nessuno e per uno Stato coerentemente antifascista, per la democrazia partecipata che oggi è messa di fatto in discussione; una missione che ribadiamo e su cui dobbiamo operare sempre meglio con un più largo fronte di forze civili, sociali e politiche che condividano questi obiettivi.
E poiché la pace non appartiene soltanto ai governi o alle istituzioni, ma nasce anche dalla responsabilità e dall’impegno quotidiano della collettività, l’ANPI Regionale del Friuli Venezia Giulia, a cui si sono unite associazioni, movimenti, organizzazioni religiose, sindacati e partiti politici, ha indetto per il pomeriggio del 6 giugno prossimo ad Aviano, una manifestazione non violenta per la pace, contro le guerre, il riarmo e le testate nucleari.
Il luogo scelto per la manifestazione è uno dei principali simboli del potere armato degli Stati Uniti in Europa e da lì verrà lanciato un messaggio politico e umano contro la normalizzazione della guerra.
Sono sotto i nostri occhi gli effetti del cessate il fuoco in Palestina, dove il genocidio continua, la popolazione muore per fame, sete, mancanza di cure mediche; dove l’esercito israeliano bombarda le infrastrutture idriche e igienico-sanitarie con il fine di provocare epidemie e accelerare questo sterminio senza fine. Sono evidenti poi la violenza e gli sfollamenti in Cisgiordania che hanno raggiunto livelli mai visti prima e, come se ciò non bastasse, la pena di morte approvata dal Governo israeliano, è stata estesa anche ai territori occupati; un atto che, come scrive Eliana Riva sul Il Manifesto, istituzionalizza l’omicidio discriminatorio mirato ai soli palestinesi.
Sappiamo poi dei bombardamenti in Libano dove gli attacchi di Israele non si sono fermati per un solo minuto e delle minacce del presidente degli Stati Uniti all’Iran con il pericolo di una guerra nucleare. Questi sono solo alcuni delle decine e decine di scenari di guerra che insanguinano il mondo, per non parlare dell’Ucraina, del Sudan, del Myanmar.
Le parole ambigue costruiscono il clima della guerra
Ottant’anni fa, dopo la guerra, il nazismo, il fascismo e lo sterminio razziale e politico si disse “mai più”. Ma cosa rimane oggi di quell’impegno che le potenze mondiali presero di fronte all’umanità tutta? Oggi ci ritroviamo nuovamente in un clima in cui il linguaggio delle armi è diventato di uso quotidiano nell’indifferenza dei più; anzi subiamo l’influenza di un lessico che non è affatto neutro perché la guerra si prepara anche con le parole. La guerra diventa allora “intervento di pace”, i bombardamenti sono “attacchi chirurgici”, le morti dei civili “danni collaterali”, lo straniero è un soggetto “da cui difendersi” e da isolare con le “zone rosse”, e le migrazioni sono viste come “invasioni” da rimandare indietro, da lasciare morire in mare o sulla rotta balcanica. Così le parole sicurezza, deterrenza e riarmo alimentano una cultura che ci fa ritenere la guerra come inevitabile.
Che cosa rimane della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, varata dall’ONU nel 1948, entrata in vigore nel 1948 e ratificata dall’Italia nel 1952? Il diritto internazionale umanitario proibisce gli “atti o le minacce di violenza il cui scopo principale è diffondere il terrore tra la popolazione civile”. Ad oggi, invece, sembra che il nuovo ordine mondiale si fondi sullo strumento della distruzione di intere civiltà nel silenzio e nell’immobilismo dell’Europa e dell’Italia.
I dati del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) resi pubblici ad aprile di quest’anno ci dicono che la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9% in termini reali rispetto al 2024. L’Italia non fa eccezione: il nostro Paese è tra i principali contributori della spirale militarista europea, rientrando stabilmente nel gruppo dei primi 15 Paesi della classifica derivante dai dati SIPRI. Si tratta di scelte politiche precise, che sottraggono risorse enormi a sanità, scuola, transizione ecologica e politiche sociali.

Chi spende di più per armamenti?
Un altro dato interessante riportato dal SIPRI è che la somma della spesa dei 32 paesi NATO ha raggiunto l’enorme cifra di 1.581 miliardi di dollari, corrispondente a quasi il 55% del totale mondiale) con i membri europei che contribuiscono per 559 miliardi (il 35% del livello complessivo dell’Alleanza) e indica l’Italia al sesto posto al mondo per vendita di armamenti, davanti a Israele, al Regno Unito, alla Corea del Sud e alla Spagna.
Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle scelte compiute: il 59% va al Medio Oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre il 16% verso Asia e Oceania (spicca l’Indonesia con il 12%). Solo il 13% rimane in Europa.
Per un ventennio dopo la fine della Guerra Fredda, le armi nucleari erano un’ipotesi irrilevante, qualcosa di politicamente e moralmente inaccettabile.
I redattori originali del TNP (Trattato di non proliferazione) operarono in un momento di straordinaria tensione geopolitica. Attraverso i negoziati trovarono un modo per ridurre i rischi nucleari e avviare un piano per l’eliminazione degli arsenali nucleari. Ora, decenni dopo, i rischi di proliferazione sono di nuovo in aumento.
Caduti tutti gli accordi di controllo dell’equilibrio nucleare
Nel 2024, come si può leggere dal nuovo report di ICAN “Hidden Costs” (https://retepacedisarmo.org/disarmo-nucleare/i-costi-nascosti-degli-arsenali-nucleari/ ), il mondo ha speso oltre cento miliardi di dollari per mantenere e modernizzare gli arsenali nucleari, cioè migliaia di armi di distruzione di massa. Una fetta dell’opinione pubblica italiana continua a vivere come se questa fosse una realtà lontana mentre bombe atomiche sono ospitate sul nostro territorio e miliardi di euro vengono trasferiti silenziosamente verso progetti militari che nessuno ha votato e che pochi conoscono. Ciascuno di noi dovrebbe sapere che quelle armi non sono solo un simbolo del potere di qualcuno, ma una anche potenziale condanna per chi vive vicino alle basi militari, un bersaglio implicito in caso di conflitto e uno spreco di risorse che, se usate diversamente, potrebbero aiutare a costruire un futuro migliore per tutte e tutti.
Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete Italiana Pace e Disarmo, segnala che: “Al momento noi stimiamo per l’Italia un costo nucleare indiretto e collegato alla presenza testate nucleari statunitensi di circa 500 milioni di euro ma il dato non è certo, a causa di enormi opacità e difficoltà di accesso a molti dati”. Sempre secondo il report di ICAN, al momento l’Italia ospita 35 armi nucleari e sta acquistando, assieme a Belgio, Germania e Paesi Bassi, aerei caccia stealth F35A Lightning II, certificati per sganciare bombe nucleari B61.
Ripartire da Aviano
Di fronte a questi fatti l’ANPI, riferendosi all’art. 11 della Costituzione italiana, si oppone alla “guerra permanente” e auspica che il Governo italiano cessi il commercio di armi e la fornitura di armamenti ai Paesi coinvolti in conflitti o a quelli che violano sistematicamente i diritti umani e il diritto internazionale.
La grande mobilitazione di Aviano non si limiterà a denunciare ma a lanciare una proposta.
L’Italia, l’Europa, il mondo intero hanno bisogno di demilitarizzare non solo i territori, ma anche le politiche e l’immaginario collettivo.
Serve un cambio radicale: basta con modelli che depredano e distruggono. Serve valorizzare le comunità, le risorse, la dignità delle persone; serve un nuovo umanesimo. Serve lavorare per lo sviluppo di nuovi quadri di sicurezza internazionale fondati sulla sicurezza comune, il disarmo e la giustizia globale, con un impegno rinnovato per la diplomazia, il multilateralismo e la riforma delle Nazioni Unite, inclusa la convocazione di una Quarta Sessione Speciale sul Disarmo all’ONU, come concordato all’unanimità nel Patto per il Futuro.
Per questo è importante partecipare, essere presenti, darsi da fare. Perché i governi che considerano la guerra normalità e quelli che complici li sostengono in silenzio, come quello italiano, diventino una minoranza, disarmata dalla forza dei cittadini e delle cittadine.
Coordinatrice regionale A.N.P.I. Friuli-Venezia Giulia.

