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Questura

Quando è l’istituzione a non garantire un diritto. Il dossier “Limbo”


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Il corpo di Kareem è segnato da piccoli punti rossi, alcuni dei quali sanguinano, lasciando spazio a croste sottili. A prima vista potrebbe sembrare scabbia, ma basta uno sguardo più attento per accorgersi che quei segni si concentrano dove la pelle resta scoperta. È il doloroso benvenuto dell’estate friulana, il risultato delle notti passate a dormire sulle panchine del parco, dove nugoli di zanzare si nutrono della sua vulnerabilità e della sua sofferenza.

Anche stamattina Kareem si è svegliato all’alba. Ha ripiegato la sua coperta, ha stretto a sé lo zaino e si è incamminato per mettersi in fila davanti alla Questura. Lo scenario che si consuma ogni giorno su quel marciapiede è una frammentazione geometrica del diritto: a sinistra dell’ingresso, una lunga colonna di persone attende un appuntamento semplicemente per poter ritornare in fila un altro giorno a rinnovare il permesso di soggiorno; a destra, altre persone migranti attendono fin dalla mattina un biglietto che permetterà loro di accedere agli uffici nel pomeriggio. In mezzo a queste due file strutturate, rimane una massa indistinta di corpi non desiderati. Persone come Kareem a cui viene negata persino la dignità di una fila riconosciuta. Una massa di circa sessanta persone al giorno che da giorni – spesso da settimane – tenta disperatamente di varcare quella porta per depositare una domanda di asilo e vedere finalmente convalidata la propria esistenza. Quello che la legge definisce come un diritto fondamentale e inalienabile, qui viene quotidianamente convertito in uno strumento di violenza istituzionale.

La soglia dell’invisibilità: l’amministrazione del rifiuto

In quel tratto di marciapiede prende forma una vera e propria soglia: un limbo in cui le persone non sono ancora all’interno dell’istituzione, ma si trovano già totalmente intrappolate nella sua presa. È uno spazio sospeso, dove la promessa del diritto si trasforma in una brutale prova di resistenza fisica e psicologica. Le forze dell’ordine e l’amministrazione non agiscono più come meri esecutori della legge, ma si ergono a custodi discreti del diritto, gestendo in modo arbitrario il passaggio dall’invisibilità della strada al riconoscimento dell’ufficio. Decidono se e quando si entra, in quale numero, con quale priorità, stabilendo arbitrariamente quale presenza sia da interpretare come legittima e quale, invece, come un semplice disturbo all’ordine pubblico. Il messaggio è chiaro: il tuo tempo non ha valore, la tua sofferenza è un costo sociale accettabile, il tuo diritto è una concessione discrezionale e la tua storia non ha alcuna importanza.

I dati dell’indagine parlano da soli sulla situazione alla Questura di Udine

Giovedì scorso abbiamo presentato ufficialmente alla stampa e alla cittadinanza il nostro report sulle sistematiche e abusive inadempienze dell’ufficio immigrazione della Questura di Udine. Il documento, stilato dalla nostra équipe di strada e sottoscritto da Rete DASI e da numerose altre associazioni del territorio, non raccoglie semplici numeri: è un formale atto d’accusa contro una barriera istituzionale violenta e illegittima.

Il monitoraggio, condotto con costanza bisettimanale tra il 26 gennaio e la fine di maggio 2026, ha fatto emergere una realtà speculare alle storie come quella di Kareem:

  • 547 persone intercettate e monitorate in coda fuori dalla Questura.
  • 456 testimonianze dirette raccolte e verbalizzate dai nostri volontari.
  • Il 100% degli intervistati ha dichiarato di essersi visto sistematicamente negare l’immediato accesso agli sportelli per la formalizzazione della domanda di protezione internazionale.
  • Oltre 10 giorni di attesa minima in strada, che nella maggior parte dei casi si prolungano fino a 2 o 3 settimane, con picchi frequenti che raggiungono i 30-35 giorni di totale abbandono istituzionale.

Le responsabilità istituzionali e l’appello alla città

Il documento è stato ufficialmente trasmesso alla Questura di Udine e alle organizzazioni internazionali preposte alla tutela dei diritti umani, ovvero l’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e l’EUAA (Agenzia dell’Unione europea per l’asilo), alle quali abbiamo chiesto un intervento ispettivo urgente e l’attivazione di misure di salvaguardia stringenti.

Interpelliamo con fermezza anche il Sindaco di Udine e l’amministrazione comunale: il silenzio e l’assenza di interventi strutturali di accoglienza e mediazione di fronte a questa emergenza umanitaria strisciante equivalgono a una precisa scelta di complicità. Quando le istituzioni violano la legge e calpestano i trattati internazionali, vanno richiamate alle proprie precise responsabilità giuridiche e politiche. La giurisprudenza amministrativa in Italia ha già ampiamente condannato, tramite storiche sentenze del TAR, diverse Questure sul territorio nazionale per queste medesime prassi illegittime di ritardo e respingimento informale. Udine non può e non deve fare eccezione.

Per fare crollare questo muro di indifferenza burocratica abbiamo bisogno del supporto e della voce di tutta la comunità.

Vi invitiamo a leggere il report, a condividerlo e a far circolare questa denuncia. Venite a sostenere il monitoraggio fuori dalla Questura, unitevi a noi. La solidarietà e il rispetto dei diritti umani non possono restare sospesi su un marciapiede.

 

Nella nostra sezione Documenti il report integrale a cura dell’associazione Ospiti in arrivo.

Qui il video della conferenza stampa presso il Centro Balducci: 

 

Report integrale – Limbo

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