
Missioni militari 2026: Rete Pace Disarmo chiede un cambio di rotta
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La Rete Italiana Pace e Disarmo, rappresentata da Claudia Lamonaca e Alfio Nicotra, è stata recentemente audita dalle Commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera dei Deputati nell’ambito dell’esame della Deliberazione del Consiglio dei ministri sulle missioni internazionali per il 2026. Seguono le valutazioni espresse in quella sede e riprese da https://retepacedisarmo.org/
La Rete Italiana Pace e Disarmo torna a sollevare, in occasione dell’odierna audizione, una questione procedurale che ritiene imprescindibile e che da anni denuncia con forza: le missioni internazionali italiane per il 2026 sono operative dal mese di gennaio; la Deliberazione del Consiglio dei ministri è stata adottata il 14 maggio; eppure il Parlamento avvia soltanto oggi (9 giugno) il proprio dibattito, che include anche il confronto con le organizzazioni della società civile, su impegni che sono già pienamente in corso da oltre cinque mesi.
Si tratta di un metodo che la Rete Italiana Pace e Disarmo considera politicamente e istituzionalmente inaccettabile. Una consultazione che interviene a missioni già avviate non costituisce un reale esercizio di controllo parlamentare, bensì una ratifica postuma di decisioni già assunte. È uno schema che si ripete con sistematica regolarità e che chiediamo venga corretto in modo strutturale, restituendo al Parlamento e alla società civile un ruolo sostanziale (e non meramente formale) nel processo di deliberazione sugli impegni militari internazionali del Paese.
Detto questo l’audizione ha affrontato questioni di merito che non possono essere eluse.

Dieci anni di legge quadro: efficienza senza efficacia?
Quest’anno ricorrono dieci anni dall’approvazione della legge quadro sulle missioni internazionali. Un decennio che avrebbe dovuto consentire una valutazione approfondita non solo dell’efficienza amministrativa dello strumento, ma soprattutto della sua efficacia politica. Quella valutazione, a nostro avviso, è ancora largamente assente.
La criticità principale che emerge è una crescente incoerenza tra gli obiettivi dichiarati delle missioni (stabilizzazione, protezione delle popolazioni, sostegno alla pace) e altre politiche perseguite dall’Italia, in primo luogo le esportazioni di armamenti. Ciò che la mano destra tenta di costruire sul terreno viene sistematicamente indebolito dalla mano sinistra attraverso trasferimenti di armi verso aree già instabili e accordi di cooperazione militare con Paesi rispetto ai quali permangono interrogativi seri su diritti umani e destinazione finale dei sistemi d’arma.
Il caso del Kuwait, primo importatore di armamenti italiani, situato nel Golfo Persico dove l’Italia è contemporaneamente impegnata con proprie missioni e basi operative, è emblematico di questa contraddizione. Analoghe preoccupazioni riguardano gli Emirati Arabi Uniti, coinvolti secondo diversi organismi ONU nel conflitto sudanese, con cui si discute di accordi di cooperazione militare. Il Sudan rappresenta oggi una delle più gravi emergenze umanitarie del pianeta. Salutiamo gli sforzi umanitari del Governo italiano, ma riteniamo che agli aiuti debba accompagnarsi un’iniziativa diplomatica ben più incisiva verso gli attori regionali (inclusi alcuni nostri interlocutori privilegiati) che continuano ad alimentare il conflitto.
Afghanistan, Siria, la sorte delle comunità curde abbandonate dopo essere state utilizzate come strumento contro Daesh: sono capitoli che non possiamo chiudere senza trarne lezioni. Una politica estera fondata su alleanze temporanee e su popoli “usa e getta” non produce stabilità, ma sfiducia. E la sfiducia colpisce per prima chi opera sul terreno: i nostri militari, il personale delle ONG, gli operatori umanitari.
Analoghe domande di coerenza si pongono riguardo alla formazione della Guardia Costiera libica e delle forze di sicurezza tunisine. Giungono da più parti denunce documentate — supportate da testimonianze e rapporti di organizzazioni per i diritti umani — sul coinvolgimento di queste forze nella gestione della tratta delle persone, nelle detenzioni arbitrarie, nella pianificazione di violenze sessuali nei confronti dei migranti, con particolare brutalità verso le donne. Di fronte a questo quadro, la Rete Italiana Pace e Disarmo chiede che venga avviata una verifica seria sull’efficacia reale di queste missioni e sulla loro rispondenza con i principi costituzionali italiani e con il diritto umanitario internazionale. L’involuzione sempre più autoritaria del regime tunisino è argomento che non può essere ignorato, né può non interrogare la volontà politica di proseguire questo tipo di rapporto senza condizioni e senza meccanismi di verifica.
Desta inoltre preoccupazione lo spostamento di assetti militari: i due cacciamine trasferiti nel Mar Rosso in attesa di poter operare nello Stretto di Hormuz. Chiediamo al Parlamento e al Governo di chiarire in quale contesto strategico e in base a quale mandato internazionale questi assetti dovrebbero operare. È una domanda che non ammette risposte generiche.

Diritto internazionale: l’erosione che svuota le missioni
Le missioni internazionali possono funzionare soltanto se esiste un quadro di regole condivise. Quel quadro è oggi sotto attacco: bombardamenti su infrastrutture civili, uccisioni di operatori sanitari e umanitari, operazioni al di fuori di qualsiasi mandato, eliminazioni extraterritoriali. E non soltanto da parte di attori non statali.
In questo contesto, l’incapacità dell’Unione Europea di applicare i propri principi (a partire dall’articolo 2 dell’Accordo di Associazione con Israele, che subordina la relazione al rispetto dei diritti umani) produce un duplice danno: indebolisce la tutela effettiva dei diritti e compromette la credibilità europea agli occhi delle popolazioni delle regioni in crisi.
Missioni come quella al valico di Rafah, quella di assistenza alla polizia palestinese o la stessa UNIFIL in Libano si trovano a operare in un contesto in cui la credibilità del sistema internazionale che le legittima è sistematicamente erosa. È una domanda politica che il Parlamento non può eludere.
L’Ucraina ha il pieno diritto di difendersi dall’aggressione subita, sancito dall’articolo 51 della Carta ONU. Ma quello stesso articolo stabilisce che tale diritto opera fino a quando la comunità internazionale non abbia assunto le misure necessarie per il mantenimento della pace. L’autodifesa non può diventare una delega permanente alla prosecuzione del conflitto. Non esiste soluzione militare a questa guerra: lo hanno detto anche alti ufficiali militari. Per questo è urgente costruire percorsi credibili di cessazione delle ostilità, negoziato e pace.
Un’ulteriore tendenza che merita attenzione critica è la progressiva sostituzione di missioni multilaterali con missioni bilaterali, come si osserva nei casi dell’Iraq e della Somalia. È ragionevole ipotizzare che tale orientamento sia in parte conseguenza della politica dell’amministrazione Trump e del suo disimpegno dai formati multilaterali. Ma questo solleva una domanda politica che il Parlamento non può eludere: si tratta di una tendenza destinata ad allargarsi? E non rappresenta, di fatto, una rinuncia a ricostruire proprio quei formati multilaterali di cui il mondo avrebbe oggi più che mai bisogno?
Il contesto in cui si inserisce questa deriva è quello di un attacco sistematico alle istituzioni internazionali: sanzioni unilaterali — palesemente illegittime sul piano del diritto internazionale — adottate dall’amministrazione americana contro giudici della Corte Penale Internazionale e contro la Relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati; il divieto di accesso a quei territori imposto persino al Segretario Generale delle Nazioni Unite; la messa al bando di agenzie ONU come l’UNRWA. Si tratta di atti che non colpiscono soltanto singole istituzioni: minano l’intero edificio del multilateralismo su cui si fondano la legittimità e l’efficacia delle missioni internazionali.

La pace si costruisce con la politica, non con le missioni armate
L’Europa è nata dal processo di Helsinki, dalla sicurezza comune, dal dialogo, dalla costruzione di istituzioni condivise. Il disarmo (a partire da quello nucleare) e non il riarmo ha consentito al nostro continente di vivere in relativa pace. Quella tradizione deve tornare al centro dell’azione internazionale europea.
Per questo chiediamo che venga rafforzata la componente civile degli interventi: i Corpi Civili di Pace, la cooperazione internazionale, la mediazione dei conflitti, il sostegno alle organizzazioni umanitarie. E che la protezione degli operatori umanitari e sanitari sempre più bersaglio degli attacchi militari nei contesti di guerra e violenza strutturale, diventi una priorità esplicita della politica estera italiana.
La vera domanda che il Parlamento deve porsi non è quante missioni prorogare. È se tali missioni siano inserite in una strategia coerente di pace, di rispetto del diritto internazionale e di prevenzione dei conflitti. Perché nessuna missione militare può sostituire la politica, e nessuna sicurezza può essere duratura se non è una sicurezza condivisa.

