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“Se importiamo il Terzo Mondo”… ma siamo noi a tenerlo così, senza diritti


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Nella due giorni del Primo Coordinamento Nazionale dei Migranti della Federazione Lavoratori Agro Industria Cgil svoltosi a Roma, il 30 giugno e il 1° luglio, si sono riuniti più di 200 lavoratrici e lavoratori migranti di più di 20 nazionalità, provenienti da tutte le regioni d’Italia.

Questo coordinamento si inserisce come una tappa nel percorso di coinvolgimento delle lavoratrici e dei lavoratori migranti sui temi sindacali e di rivendicazione dei diritti di cittadinanza, percorso che è iniziato a febbraio di quest’anno con la costituzione dello stesso coordinamento a livello nazionale. Oltre al livello nazionale si sono costituiti anche tutti i coordinamenti regionali, ivi compreso quello del Friuli-Venezia Giulia.

L’obiettivo è quello, attraverso l’aggregazione di lavoratrici e lavoratori sia italiane/i che straniere/i, di dar voce alle migranti e ai migranti sui temi strettamente connessi all’integrazione lavorativa, oltre che abitativa e sociale.

Il razzismo nasconde l’ingiustizia economica e sociale

Durante l’Assemblea Nazionale, attraverso i numerosi interventi, si è parlato di temi come il razzismo contro i migranti e dello sfruttamento nel lavoro che investe per la maggior parte proprio gli stessi migranti.

Oltre alle tante testimonianze rese dalle delegate e dai delegati oltre che dalle lavoratrici e dai lavoratori, abbiamo potuto ascoltare le parole dello zio di Bakary Sako (quel ragazzo maliano di 35 anni ucciso a Taranto da alcuni ragazzini) che ha ricordato lo stesso tra la commozione generale. Le sue parole hanno evidenziato la drammaticità dell’evento e assunto Bakary come simbolo delle ingiustizie subite dai lavoratori migranti in quel territorio.

Tutti gli interventi si sono caratterizzati per la richiesta e la rivendicazione di più diritti, salari giusti, diritto all’abitazione e condizioni di lavoro sicure, criticando aspramente la Legge Bossi-Fini che rende più difficile e complessa la vita degli stessi migranti.

È stato un appuntamento molto partecipato e sentito che ha visto il suo momento topico nella convivialità della serata, con una cena etnica, canti e balli di tutto il mondo, tra risate e momenti emozionanti.

Il Friuli-Venezia Giulia ha partecipato all’evento con una piccola delegazione di ragazzi indiani che di recente hanno deciso, dopo molte vessazioni e sfruttamento, di denunciare il loro caporale e anche loro hanno potuto raccontare la loro storia di riscossa.

La situazione nel nostro territorio permane critica e ha una connotazione legata allo sfruttamento e al caporalato non dissimile da quella del sud Italia.

Il contesto regionale

Nel nostro territorio troviamo prevalentemente casi di “caporalato grigio” (come è stato definito dalla Guardia di Finanza di Gorizia nel report reso durante una sessione dell’Osservatorio Regionale sul Caporalato tenutosi lo scorso febbraio). I contratti formalmente ci sono ma poi non troviamo dichiarate tutte le ore o i giorni lavorati.

All’apparenza tutto in ordine ma poi verificando con i lavoratori si scopre un’altra realtà, fatta di sfruttamento e soprusi e in alcuni casi di riduzione in schiavitù.

Troviamo sempre più casi di ragazzi che arrivano con i flussi, quindi con un visto per lavoro, ma che poi, una volta giunti in loco, non vengono regolarizzati con un regolare contratto di soggiorno e la relativa conversione dal datore di lavoro che li ha chiamati, divenendo così illegali e di conseguenza facilmente sfruttabili e ricattabili. Spesso la mancata regolarizzazione delle posizioni lavorative, abitative e dei documenti è legata alle richieste di somme di denaro da parte dei caporali, cifre che si vanno a sommare a quelle già versate dai lavoratori stessi agli intermediari nel loro paese di origine per essere chiamati qua in Italia. Il vero business per i caporali è proprio legato allo sfruttamento derivante dalla regolarizzazione lavorativa, abitativa e dei documenti di soggiorno.

Noi come Flai Cgil siamo sempre in campo per contrastare ogni forma di sfruttamento e ogni forma di razzismo e rilanceremo anche per il 2026 l’attività delle Brigate del lavoro come metodo strutturato per portare alla luce le distorsioni del sistema, sottolineando che il problema non sono i migranti, ma chi attraverso il loro apporto lavorativo produce sfruttamento, siano essi italiani o stranieri.

Voglio sottolineare che in ambito agricolo, nella nostra regione, i lavoratori sono più del 50% del totale, con picchi, in alcune lavorazioni, che sfiorano il 60/70%. Senza l’apporto fondamentale di tutte le lavoratrici e i lavoratori migranti, che ogni giorno ci consentono di imbandire le tavole per pranzo e cena, avremmo un serio problema di sostenibilità. Quindi fare demagogia con termini come reimmigrazione o deportazione non significa occuparsi degli stranieri, significa semplicemente depotenziare la nostra società e privarla dell’apporto fondamentale che ognuno di loro porta con sé, da tutti i punti di vista, lavorativo, culturale, umano.

A chi parla di reimmigrazione, noi proponiamo di utilizzare quei soldi per regolarizzare tutti gli stranieri che vivono una situazione precaria e di toglierli dallo sfruttamento con un giusto contratto di lavoro e una giusta retribuzione alla luce del sole.

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Funzionaria flai cgil pordenone

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