
Estate 1976, i volontari scout generatori di speranza, le radici della Protezione Civile
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Chi scrive all’epoca era il responsabile regionale dell’AGESCI per il Friuli Venezia Giulia. Il testo qui pubblicato è una selezione da un intervento più articolato di prossima pubblicazione editoriale.
La prima riflessione, a distanza di anni, resta scomoda ma imprescindibile: il terremoto ci ha trovati drammaticamente impreparati. Non per nostra negligenza, sia chiaro, ma per un profondo vuoto di memoria collettiva. All’epoca avevo quasi 38 anni e non avevo mai sentito parlare di terremoti in modo concreto, eppure il Friuli sorge sulla faglia peri-adriatica, una delle zone sismiche più attive d’Europa. L’ultimo sisma rilevante di cui la gente conservasse un vago racconto orale risaliva al 1522, l’evento che distrusse Cividale, mentre il terremoto del 1928 era già completamente svanito dai ricordi comuni.
Questa assenza di memoria storica non è un dettaglio trascurabile: rappresenta la radice stessa del problema. La vera prevenzione non è soltanto una questione ingegneristica o tecnica, è prima di tutto un fatto culturale. Tenere viva la consapevolezza che determinati eventi appartengono al nostro passato, e che dunque possono ripresentarsi, costituisce già la prima fondamentale forma di protezione. Nel 1976 non esisteva una struttura di protezione civile, né era diffusa l’idea di prevedere i rischi e prevenire le calamità con difese adeguate. Eravamo, semplicemente, del tutto indifesi.
Dalla sede nazionale dell’Agesci giunse un riscontro immediato: stavano arrivando le prime massicce adesioni di capi e adulti scout maggiorenni pronti a partire per il Friuli. Le primissime giornate sul campo, tuttavia, evidenziarono un problema logistico enorme, tipico di ogni emergenza: l’entusiasmo, da solo, non basta. Senza una ferrea organizzazione, la buona volontà rischia di trasformarsi in un peso per la macchina dei soccorsi. Abbiamo dovuto rimandare a casa diverse persone che arrivavano in buona fede ma munite di ombrellini e tacchi a spillo, totalmente prive di attrezzatura, di autonomia o di un piano preciso su cosa fare.
Il sistema scout: autonomia e accostamento
Per evitare il caos, strutturammo un sistema semplice ma rigidissimo. Il centro di raccolta a Roma centralizzava le disponibilità e formava squadre di circa cento persone, ciascuna guidata da un capo campo. I responsabili Agesci del Veneto fornivano supporto logistico per il viaggio. Ogni venerdì sera i contingenti partivano da tutta Italia e il sabato mattina arrivavano a Udine, presso la parrocchia del Carmine, situata strategicamente vicino alla stazione ferroviaria. Il parroco del Carmine ci mise a disposizione ampi cortili e sale, dove l’Agesci regionale allestì la propria centrale operativa per il coordinamento dei volontari e lo smistamento degli aiuti materiali.
Prima di essere smistate negli oltre trenta campi base dislocati sul territorio (da Gemona a Resiutta, da Maiano fino al tarcentino e alla destra Tagliamento), le squadre ricevevano una formazione specifica. Non si trattava di un semplice briefing tecnico, ma di un vero e proprio “manuale d’incontro” con il Friuli. Spiegavamo ai ragazzi che stavano entrando in una terra dotata di una forte identità culturale, con una lingua propria, tradizioni antiche e una storia recente segnata da una dolorosa emigrazione.
Le persone che avrebbero accostato vivevano ormai nelle tendopoli; erano sradicate, traumatizzate e in gran parte anziane. Sgomberare le macerie era necessario, certo, ma l’urgenza reale era di natura umana: stare vicini alla gente, ascoltare, lasciare che parlassero. Chi subisce un trauma così devastante sente il bisogno vitale di ripetere il proprio racconto, di ridire ciò che ha visto per elaborarlo, e necessita di qualcuno disposto a porgergli l’orecchio con pazienza. Questa è stata la nostra prima missione.
Se all’inizio l’afflusso era stato un movimento spontaneo di singoli, nel giro di pochi giorni la nostra rete capillare permise di distribuire i volontari persino nelle frazioni più remote e isolate della regione. Tra maggio e ottobre si sono alternati nei campi d’intervento oltre 7.000 scout, superando le 10.000 presenze complessive calcolando i vari turni e le diverse fasce d’età, inclusi i rover e le scolte. Il mercoledì si teneva un briefing di verifica intermedio e il sabato, prima del rientro a casa, ogni squadra partecipava a una dettagliatissima verifica scritta. Su appositi quaderni e verbali registravamo i nomi delle persone assistite, i luoghi visitati e i compiti portati a termine.
Il dato più straordinario, però, non era scritto nei registri ufficiali, ma risuonava nelle parole dei ragazzi al momento della partenza: “Abbiamo ricevuto molto più di quello che abbiamo dato”. I giovani tornavano a casa trasformati. Avevano condiviso un caffè o un bicchiere di grappa con vecchi friulani che la vulgata dipingeva come “musoni” e che invece si rivelavano di un’umanità straordinaria. Avevano appreso le prime parole di una nuova lingua e capito che stare accanto al dolore non richiede chissà quali risposte tecniche, ma richiede presenza, umiltà, silenzio e rispetto. Questo è lo stile del servizio scout.

L’intuizione di Zamberletti e l’informazione tra le tende
Questo “segreto” organizzativo attirò ben presto l’attenzione dell’onorevole Giuseppe Zamberletti, Commissario straordinario del Governo. Vedendo che i turni degli scout proseguivano senza sosta e che la stampa ne parlava ampiamente, mi convocò per chiedermi: “Ma come fate? Non chiedete niente a nessuno, siete completamente autonomi e lavorate sodo”. Nella complessità della gestione dell’emergenza, Zamberletti colse l’estrema efficacia del nostro metodo. La risposta che gli diedi era disarmante nella sua semplicità: ogni scout partiva da casa avendo nello zaino tutto il necessario per sopravvivere (cibo, vestiti, attrezzatura) per almeno una settimana, senza pesare in alcun modo sulle scarse risorse della comunità ospitante. Eravamo lì per servire le persone, non per chiedere assistenza.
Accanto al lavoro fisico, portammo avanti due progetti di cruciale importanza sociale. Il primo fu l’attivazione di ventuno centri estivi per l’animazione dei bambini delle zone colpite, attività che continuò anche dopo le scosse di settembre e per tutto l’inverno all’interno dei centri scolastici prefabbricati. Fu una scelta educativa ponderata: i più piccoli, costretti a vivere tra le macerie delle tendopoli accanto ad adulti comprensibilmente paralizzati dal terrore, avevano un disperato bisogno di ritrovare la normalità, il gioco e il sorriso. Ancora oggi, a distanza di decenni, alcune di quelle persone ormai adulte ci ricordano quanto sia stato salvifico poter vivere momenti di serenità fuori dalla tragedia. Non eravamo lì come semplice manodopera per la ricostruzione, eravamo lì nel pieno della nostra vocazione di educatori.
Il secondo grande contributo fu la creazione e la stampa di un bollettino di coordinamento per le tendopoli, battezzato con il nome fortemente evocativo di “In Uaite” (Attenti, state in guardia). In quel periodo le tendopoli erano drammaticamente isolate e la militarizzazione del territorio, disposta da Zamberletti per prevenire sciacallaggi e disordini, ostacolava notevolmente la mobilità dei cittadini. Il bollettino ciclostilato rispose al bisogno vitale di informazione: veniva distribuito capillarmente con informazioni dai diversi campi e sulla vita delle varie comunità. “In Uaite” divenne così uno strumento politico preziosissimo. Favorendo la nascita di un organismo di rappresentanza dei terremotati (ogni tendopoli eleggeva un proprio capo campo che interloquiva con i Comuni e con il Commissario di Governo), il foglio ruppe l’isolamento e alimentò il dibattito sul modello di ricostruzione, fungendo da costruttiva forza di pressione sulla Giunta regionale per ottenere leggi rapide e adeguate. Diceva a ogni famiglia: “Non siete soli, sapete cosa succede e fate parte della rinascita di un nuovo Friuli”.
Pastori in mezzo al popolo ed eredità storica
La speranza del popolo friulano fu costantemente alimentata dalla presenza fisica e instancabile di monsignor Battisti. Il Vescovo non restò chiuso nel suo episcopio a Udine, ma scelse di condividere in tutto e per tutto il travaglio del terremoto stando costantemente in mezzo alla gente, nelle tendopoli e tra le baracche. La sua sollecitudine pastorale e il desiderio di farsi prossimo lo spinsero persino a imparare la lingua friulana per far risuonare la sua parola in modo ancora più intimo ed efficace. Le sue lettere pastorali davano coraggio ai fedeli, ma memorabili restano anche le sue durissime prese di posizione pubbliche contro i ritardi governativi nella consegna delle tende o contro le speculazioni sui prezzi dei materiali edili.
In questa titanica opera, monsignor Battisti trovò un alleato di pari statura in monsignor Giovanni Nervo, storico direttore di Caritas Italiana. Monsignor Nervo lasciò senza esitazione la sede romana per trasferirsi stabilmente in Friuli. Dal cuore e dall’intelligenza di questi due sacerdoti padovani nacquero i già citati gemellaggi e i “Centri delle Comunità”. Ad ogni parrocchia terremotata venne affiancata una specifica diocesi italiana: nacquero così 81 gemellaggi che convogliarono in Friuli un flusso ininterrotto di energie fresche, risorse economiche e mezzi, sostenendo psicologicamente e materialmente le comunità ferite.
I gruppi scout cooperarono attivamente all’interno di questa rete ecclesiale, stabilendo legami così saldi che diverse realtà — come ho avuto modo di verificare di recente — proseguono tuttora questi storici gemellaggi a cinquant’anni di distanza: una testimonianza di fedeltà al servizio davvero eccezionale. I “Centri della Comunità” divennero i veri cardini della vita sociale del post-terremoto: erano strutture polifunzionali che fungevano temporaneamente da chiese, da aule per i consigli comunali e da piazze coperte in cui i cittadini potevano recuperare la socialità e confrontarsi liberamente sul futuro urbanistico dei propri paesi. Inoltre, l’impegno che il Vescovo ci chiese espressamente nei nostri incontri non si esaurì nell’animazione dei bambini: ci incaricò di setacciare le chiese distrutte e le canoniche per recuperare gli archivi storici e le innumerevoli opere d’arte disperse sotto le macerie. Ne traemmo in salvo un patrimonio culturale e documentario di valore inestimabile.

Laboratorio di solidarietà
Come aveva profeticamente intuito Giuseppe Zamberletti osservando la rigida e discreta autogestione dei nostri ragazzi, l’esperienza dei volontari scout in Friuli costituì il primo nucleo originario attorno al quale è nata e cresciuta l’odierna Protezione Civile Italiana. Da quel laboratorio di solidarietà si è giunti negli anni a una legge organica nazionale, a un corpo centrale coordinato e a ramificate strutture regionali e comunali, obbligando ogni municipalità a dotarsi di un proprio piano di emergenza. Questo è indubbiamente uno dei frutti più maturi e preziosi che l’esperienza del 1976 ha lasciato in eredità al Paese.
I diecimila scout che transitarono nei vari centri Agesci tra il maggio e l’ottobre di quel lontano 1976 sono tornati a casa profondamente cambiati. Non tanto per i muri che avevano contribuito a puntellare o per le macerie rimosse, quanto per il valore degli incontri umani che hanno vissuto. Hanno scoperto sulla propria pelle la grande verità del servizio scout: che esso è un atto intimamente reciproco in cui chi offre aiuto riceve molto più di colui che viene aiutato.
“Se non avessimo avuto tanta gente che ci è stata fisicamente vicina” — ripetono ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, alcune vecchie famiglie di Gemona — “noi non avremmo mai trovato la forza di continuare a sperare”. Non è una concessione alla retorica. È la misura esatta e scientifica di cosa significhi accostarsi a chi soffre. Non significa pretendere di risolvere tutto con formule magiche o sostituirsi a chi ha subito il danno. Significa, molto più umilmente, essere lì. Ascoltare. Consegnare un bollettino parrocchiale. Far giocare i bambini nel fango. Condividere un caffè in una tenda.
Cinquant’anni dopo, quella straordinaria lezione del Friuli non ha perso un solo briciolo della sua immensa, generatrice forza.
Le immagini storiche presenti in questo articolo sono tratte dal patrimonio del Centro Documentazione AGESCI (archivi.agesci.it).
Nato nel '41 a Casarsa, inizia nel 1966 la sua esperienza nel volontariato come educatore nell’Agesci. Dopo il sisma del 76, coordina l'intervento di migliaia di Scout che vengono da tutta Italia avviando un impegno nella protezione civile che lo porterà a presiedere dal 1995 al 2001 il Comitato nazionale del volontariato di Protezione Civile. Tra i promotori del Movimento di Volontariato Italiano del FVG, diventa presidente nazionale del MoVI dal 2012 al 2018.


