
Tocai, il nome perduto che il Friuli non vuole dimenticare
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C’è chi la considera una battaglia di retroguardia, chi invece una questione identitaria ancora apertissima. A quasi vent’anni dalla scomparsa ufficiale del nome “Tocai” dalle etichette dei vini friulani, il dibattito torna d’attualità grazie all’iniziativa di tre protagonisti molto diversi tra loro ma accomunati dalla volontà di non disperdere una memoria collettiva: l’ex presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin, l’ex sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone e la vignaiola Bruna Flaibani. Un terzetto davvero eterogeneo: Zanin e Corleone hanno passato una vita su opposte sponde politiche, l’uno forzista e l’altro verde-radicale, mentre Flaibani il Friuli lo ha conosciuto solo per amore, ma se n’è invaghita al punto da insediarvi una piccola e vivace realtà vinicola, condotta con energia ed entusiasmo.
La loro non è una semplice operazione nostalgica. O almeno così la raccontano. Dopo aver fatto stampare un centinaio di etichette con la scritta “Tocai” su bottiglie prodotte dall’azienda Flaibani di Prepotto, i promotori dell’iniziativa hanno deciso di distribuire il vino in forma privata, senza finalità commerciali per non violare la legge, accompagnandolo con cartoncini-insegne destinati a osterie, trattorie e bar del Friuli. Sopra vi campeggia una frase volutamente provocatoria: “Qui si beve Tocai”. Un gesto simbolico, ma capace di riaprire una ferita mai del tutto rimarginata nella cultura enologica regionale.
Una storia che parte da lontano
Per comprendere il significato di questa iniziativa bisogna tornare agli anni Novanta, quando l’Unione Europea avviò il percorso di tutela della denominazione del vino ungherese Tokaji. Nel 1993 venne firmato un accordo tra Bruxelles e Ungheria che riconosceva la protezione esclusiva di quel nome. Per il Friuli Venezia Giulia si trattò dell’inizio di una lunga e complessa battaglia politica e giuridica.
Nel 2005 arrivò la svolta definitiva: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilì che il nome Tocai non avrebbe più potuto essere utilizzato fuori dall’Ungheria, a pena di rilevanti sanzioni. Dopo il ricorso del Governo italiano, il divieto diventò operativo con la vendemmia 2008. Da quel momento il “Tocai friulano” divenne ufficialmente “Friulano”. E se qualcuno volesse mettere quel nome in etichetta, dovrebbe pagarne le conseguenze.
Per migliaia di friulani non fu soltanto un cambio di denominazione commerciale. Il Tocai rappresentava infatti molto più di un vino: era un elemento della cultura popolare, un simbolo quotidiano delle osterie, delle famiglie, della civiltà contadina e della socialità regionale. Non a caso il vignettista Skiaffino coniò all’epoca un’espressione rimasta celebre: denominazione di origine cancellata.

La battaglia della memoria
È proprio da questa percezione di perdita che nasce l’iniziativa di Zanin, Corleone e Flaibani. I tre insistono nel chiarire che non esiste alcuna volontà di riaprire un contenzioso legale con l’Ungheria. L’obiettivo è piuttosto culturale e simbolico: impedire che il nome Tocai sparisca dalla memoria collettiva. “Perché il nome è il nome”, hanno ripetuto di recente, nel corso di un incontro al bar Caucigh di Udine, i promotori dell’iniziativa.
Corleone parla apertamente di “rivendicazione identitaria”. Zanin definisce l’operazione “un lavoro di resilienza pedagogica”, sottolineando come le nuove generazioni rischino ormai di ignorare completamente il legame tra il vecchio Tocai e l’attuale Friulano.
È proprio questo uno degli aspetti che più preoccupa i sostenitori della battaglia. Bruna Flaibani racconta spesso un episodio diventato emblematico: alcuni clienti chiesero del Tocai a un giovane cameriere, che dopo aver controllato la carta dei vini tornò sconsolato spiegando che il locale non ne disponeva. Non sapeva che il Friulano è semplicemente l’ex Tocai. Secondo Flaibani è questo il vero rischio: la cancellazione progressiva di una memoria storica e linguistica che per secoli ha accompagnato il vino bianco più rappresentativo del Friuli.
Bottiglie simboliche e cartoncini nelle osterie
La nuova iniziativa punta proprio a riportare quel nome nei luoghi della convivialità friulana. Dopo le prime cento bottiglie distribuite in occasione di un incontro pubblico alla Società Filologica Friulana di Udine, sono arrivati i cartoncini destinati a bar e osterie. L’idea è semplice: mantenere vivo l’uso popolare della parola Tocai, anche se non più utilizzabile commercialmente in etichetta.
Dal punto di vista normativo, spiegano i promotori, l’operazione non viola la legge perché le bottiglie non sono messe in commercio. Si tratta di prodotti distribuiti gratuitamente in forma privata e commemorativa. L’iniziativa ha trovato rapidamente consenso in diversi locali della regione. Alcuni esercenti hanno persino chiesto ulteriori cartellini da appendere accanto ai banconi, segno che il legame affettivo con quel nome resta fortissimo.
Le responsabilità della politica
Naturalmente il ritorno del Tocai nel dibattito pubblico ha riaperto anche le polemiche sulle responsabilità politiche della vicenda. C’è chi sostiene che il Friuli avrebbe dovuto opporsi con maggiore decisione alle richieste ungheresi. Secondo questa corrente di pensiero, il territorio avrebbe ceduto troppo facilmente, rinunciando a un patrimonio identitario e commerciale senza combattere fino in fondo.
Ma esiste anche una lettura opposta. Durante uno degli incontri dedicati al tema, l’ex dirigente della Regione Licio Laurino ha ricordato il contesto geopolitico di quegli anni: dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Unione Europea puntava ad avvicinare i Paesi dell’Est e considerava strategico il rapporto con l’Ungheria. In quel quadro politico, sostiene Laurino, il destino del Tocai friulano era sostanzialmente segnato fin da subito. Secondo questa interpretazione, il Friuli tentò realmente una mediazione, anche attraverso missioni diplomatiche a Budapest, ma senza successo.

Dal Tocai al Friulano
Dopo il divieto europeo si aprì il difficile problema della nuova denominazione. Furono avanzate varie ipotesi: qualcuno propose “Tai”, richiamando il tradizionale “tajut” friulano, mentre altri suggerirono nomi più internazionali. Alla fine prevalse la soluzione “Friulano”. Una scelta che non convinse tutti, ma che col tempo ha trovato una sua collocazione sul mercato.
Anzi, una parte significativa del mondo vitivinicolo regionale ritiene oggi che il cambio di nome abbia persino favorito un riposizionamento qualitativo del prodotto. Diversi produttori sostengono infatti che il Friulano sia diventato un vino di fascia medio-alta, apprezzato anche all’estero, mentre il vecchio Tocai soffriva di una collocazione più generica e popolare. Vignaioli autorevoli, come Silvio Jermann, hanno ricordato come già molti anni fa sui mercati internazionali il nome Tokaji fosse immediatamente associato al vino ungherese. Per questo alcune aziende avevano iniziato a valorizzare soprattutto il marchio aziendale.
Numeri in discesa
Resta però il dato oggettivo del ridimensionamento produttivo. Negli ultimi vent’anni il Friulano ha perso quote importanti rispetto ad altri vitigni, soprattutto dopo l’esplosione del Prosecco e della conseguente coltivazione della Glera, il vitigno che ne è alla base.
Secondo i dati ricordati durante il recente dibattito pubblico, tra il 2005 e il 2025 gli ettari coltivati a ex Tocai in Friuli Venezia Giulia sono passati da oltre duemila a circa millequattrocento. Ancora più marcata la riduzione delle bottiglie prodotte, scese da circa 21 milioni a poco più di sei milioni e mezzo. Numeri che per i nostalgici del Tocai confermano come la perdita del nome abbia indebolito il vino simbolo del Friuli.
Un nome che continua a vivere
Al di là degli aspetti commerciali e giuridici, la vicenda del Tocai continua dunque a toccare corde profonde dell’identità friulana. Non è soltanto una questione di etichette o disciplinari europei. È il rapporto tra un territorio e la propria memoria.
Per questo Zanin, Corleone e Flaibani insistono nel definire la loro iniziativa una battaglia culturale prima ancora che enologica. Nessuno immagina realisticamente un ritorno ufficiale del nome Tocai sulle bottiglie in commercio. Ma molti ritengono importante che quella parola non venga cancellata dalla storia e dal linguaggio quotidiano. Nelle osterie friulane, del resto, capita ancora oggi di sentire ordinare “un taj di Tocai”. Ed è forse proprio lì, nel lessico popolare e nella memoria collettiva, che il vecchio nome continua ostinatamente a sopravvivere.

