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Fotografia di Paolo Iacop
*Fotografia di Paolo Iacop

Solidarietà e identità: la lezione del 1976


Riprendiamo, tradotto in italiano, una parte dell’editoriale del numero di aprile de La Patrie dal Friûl, perché ricorda un tema sempre presente nella storia di questa terra di confine ma che talvolta non affiora e talaltra viene letta con punti di vista strumentali. Ci è sembrato un modo per richiamare un aspetto poco presente nel trentennale del sisma e insieme un ulteriore spunto di contemporaneità dello spazio geopolitico friulano e regionale. Con l’inizio del mese di giugno l’intero editoriale è leggibile in friulano qui: https://www.lapatriedalfriul.org/ 

 

La terrà tremò, caddero case e monumenti, ma a vacillare il 6 maggio fu anche il concetto stesso di Stato e delle sue istituzioni. 

Nel 1976 il Friuli è un punto nevralgico della strategia militare della Nato, anzi è “il Punto”. Da qui dovrebbero passare i carri armati del Patto di Varsavia in caso d’invasione. Non solo: qui, ad Aviano, ci sono, ma tutti allora smentivano, le testate nucleari, i bombardieri americani hanno la loro base. 

L’America non può permettere una “situazione di forte instabilità” su questo territorio. Il comunismo resta il nemico principale, l’Urss di Breznev una minaccia reale, i piani militari della Nato prevedono ancora quella “soglia di Gorizia” lungo la quale l’esercito italiano dovrebbe resistere per ben cinque minuti, dando così il tempo agli aerei di bombardare l’invasore, ma anche tutto quello che gli sta attorno.

Tra la riunione del governo della mattina del 7 maggio, la prima nomina di Zamberletti e la successiva, con l’intervento diretto di Moro e la sua decisione di affidare la ricostruzione alla Regione, passano pochi giorni ed è impensabile non ci sia stato un contatto diretto con i comandi Nato e il governo americano per concordare una linea d’azione che tenesse conto del confine orientale.

Non fu la classe dirigente friulana, in particolare la Dc locale, a chiedersene l’assunzione, ma questa fu decisa, direi ordinata, da Moro stesso.

Il presidente Comelli accettò, non senza paura e titubanze, quest’onere: basterebbe ricordare l’espressione del suo viso in televisione o il tono sommesso della sua voce nei giorni immediatamente successivi al sisma.  Mentre nei paesi dove ancora si scavava tra le macerie, già comparivano le prime scritte “Non sarà un altro Belice” a indicare una chiara volontà di reazione, dai palazzi della Regione uscivano solo flebili appelli alla solidarietà nazionale.

No caserme ma case fotografia di Paolo Iacop
No caserme ma case, fotografia di Paolo Iacop

Non sappiamo se ci furono analisti della Cia a dettare le regole, se invece fu proprio l’intelligenza politica dello statista democristiano a imporre una strategia di decentramento di poteri e risorse, grazie alle quali si sarebbe tentato di non ripetere il Belice evitando così una potenziale situazione esplosiva.

Non sappiamo neppure quali “dossier”  fossero giunti sul tavolo di Moro dalle zone terremotate: certamente i rapporti del Sid avevano segnalato i primi sintomi della sfiducia della popolazione colpita verso le promesse romane, avevano notato l’affluire di volontari e giovani da tutta Italia, le gerarchie che saltavano tra i soldati e gli ufficiali impegnati tra le macerie,  le prime riunioni tra i capifamiglia che configuravano le nascenti forme spontanee di autorganizzazione e vigilanza con picconi e fucili da caccia.

 

E nemmeno dal Vaticano giungevano buone notizie, con i preti friulani, da tempo conosciuti e bollati come clero riottoso e facile ad accendersi ai fuochi autonomisti.

Moro, dunque, scelse la strada a lui più consona: quella di stemperare il clima, prima che si scatenasse il temporale.

Quello che possiamo definire un colpo di mano, aveva bisogno però dell’approvazione americana che non mancò all’arrivo in Friuli del vicepresidente Rockefeller, il 13 maggio, con l’annuncio dello stanziamento di ventuno miliardi a favore della ricostruzione da parte del Congresso USA.

La delega alla Regione venne approvata, assieme ai provvedimenti urgenti nella legge 336 del 29 maggio.

Tre giorni prima a Gemona si era tenuta la prima assemblea del coordinamento delle tendopoli, una riunione vietata dalla Prefettura, mentre si moltiplicavano i fogli di via per i volontari e i tentativi di militarizzare la vita nelle tendopoli stesse: tutti atti respinti dalle popolazioni.

 

Il processo di responsabilità collettiva dunque era iniziato e vani si dimostrarono i successivi passi per bloccarne lo sviluppo che, grazie anche a quella legge voluta da Moro, permise di coinvolgere sindaci e amministratori in una ricostruzione gestita e controllata dal basso.

Ma per giungere a quel risultato si dovette ribaltare il concetto stesso della politica e le forze in campo si misurarono proprio nella capacità di adattare metodi e strategie alla nuova situazione.

Se, come abbiamo visto, il comune denominatore dei due partiti maggiori, DC e PCI, fu quello di evitare il ripetersi del caso Belice per motivi diversi, ma comunque univoco nel presentare un’immagine dello Stato in grado di rispondere all’emergenza, i primi interventi non si mossero certo in quella direzione.

 

A prevalere nell’apparato statale, esercito in primis, dopo le prime fasi di totale disorganizzazione in cui si deve all’iniziativa dei singoli comandanti di reparto, spesso ai sottoufficiali, l’uscita di uomini e mezzi dalle caserme, fu la tendenza a vedere gli interventi stessi come operazioni “militari” senza nessuna considerazione per l’esperienza, la conoscenza dei luoghi e dei materiali della popolazione locale. Significativa la decisione di installare le prime tendopoli con una logica di tal tipo, ma non corrispondente ai bisogni dei sopravvissuti oppure su terreni non adatti: solo la determinazione degli abitanti fece cambiare idea a colonnelli e generali. 

Ma sono solo alcuni esempi di quella discrasia che, a pochi giorni dalla scossa del 6 maggio, si stava già creando tra popolazione e autorità.

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