Passa al contenuto principale
immigrazione

Immigrazione nella regione, qualche ragionamento sui numeri


Ascolta l’audio

I segnali, a saperli vedere e a volerli cogliere, ci sono tutti. 

Dopo mezzo secolo di crescita costante e di stabilizzazione del fenomeno migratorio sul territorio nazionale (dove più, dove meno), è sempre più difficile negare l’evidenza di oltre 5 milioni di persone che hanno scelto l’Italia per realizzare il proprio progetto di vita, continuando invece a tenerle fuori dalla porta, o meglio sulla soglia: lavoratori/trici sì, cittadini/e (in senso ampio) no. 

Ne abbiamo bisogno, ma non li vogliamo: un paradosso valido sia a livello nazionale (e, si potrebbe dire, europeo) che nei territori regionali. Anche in Friuli-Venezia Giulia.  Ormai da 35 anni il Dossier Statistico immigrazione del Centro Studi e Ricerche IDOS fotografa con cadenza annuale una situazione che evolve e si consolida, e mette i risultati a disposizione dell’opinione pubblica e del decisore politico.

La demografia regionale

Ma quali sono questi segnali? Vediamoli un po’ più nel dettaglio, per quel che riguarda la nostra regione.  Da diversi anni la popolazione regionale cala (di oltre 26.000 unità dal 2018 a oggi) ed è ormai sotto la soglia del milione e duecentomila residenti. Se il calo non è maggiore dipende solo dagli stranieri che, invece, sono in costante aumento e ormai, di conseguenza, superano il 10% del totale. Una dimostrazione dell’attrattività di questo territorio, e della preferenza che gli stranieri gli accordano, e che li porta verso una progressiva stabilizzazione. 

Quasi la metà sono infatti soggiornanti di lungo periodo (oltre cinque anni), e sono più di 5.000 i nuovi cittadini che dal 2024 hanno un passaporto italiano in tasca. Anche fra i lavoratori, gli stranieri sono più di uno su dieci (l’11%), e hanno creato oltre 14.000 imprese a livello regionale. I loro figli frequentano le scuole della regione, e sfiorano ormai il 15% del totale. In buona parte sono nati in Italia, ed è solo in base a un’anacronistica legge di oltre 30 anni fa che vengono considerati stranieri, con tutte le difficoltà che ne conseguono. 

E allora, sempre più stranieri, sempre più integrati? Ai numeri che crescono non corrisponde purtroppo un aumento della loro qualità della vita. Le persone migranti, italiani e italiane vivono dunque le une accanto alle altre (e, come detto, la presenza straniera aumenta in tutti i settori, in termini quali-quantitativi), ma, più che una comunità coesa, ci restituiscono spesso un’immagine da separati in casa, con traiettorie di vita e aspettative ben distinte e molto diverse fra loro.  I primi più giovani e sempre più ai margini, i secondi sempre più anziani e meno numerosi. Alla loro ricerca di integrazione corrispondono condizioni di vita ben diverse da quelle degli autoctoni. 

La scuola e i giovani “stranieri”

Anche qui poche cifre bastano per tratteggiare il quadro di queste vite parallele. Nonostante la lunga marcia degli studenti stranieri nella scuola, la loro crescita è soprattutto orientata a quelle tipologie che rendono possibile un rapido inserimento nel mondo del lavoro, mentre nei licei (ancor oggi naturalmente propedeutici agli studi universitari) sono ancora soltanto il 7% del totale. E l’incidenza maggiore degli stranieri (quasi uno su cinque) si registra nella formazione professionale.

Le nuove “Indicazioni nazionali per il curricolo”, che entreranno in vigore nel prossimo anno scolastico, non parlano più il linguaggio dell’inclusione (come facevano i corrispondenti documenti ministeriali degli anni ’90), ma mettono al centro la costruzione dell’identità nazionale, proponendo modelli di assimilazione cui gli stranieri difficilmente potranno conformarsi (sempre ammesso che lo vogliano). L’inclusione subalterna nella scuola è poi inevitabilmente destinata ad estendersi al mondo del lavoro, nel quale permangono fortissime differenze fra i lavoratori stranieri e autoctoni. 

Il nostro mercato del lavoro

Mentre sul totale dei lavoratori gli stranieri sono oltre uno su dieci (11,1%), fra i disoccupati sono quasi uno su tre (29,8%). Considerando solo gli italiani, la disoccupazione in regione è al 3,5%, mentre se guardiamo solo agli stranieri, il loro tasso di disoccupazione è più che triplo (10,9%). Ma, anche quando lavorano, gli stranieri occupano le fasce più basse del mercato del lavoro, i famosi lavori che gli italiani non vogliono fare, o che forse non hanno mai voluto fare: oltre il 10% dei lavoratori stranieri è occupato nell’edilizia (contro il 5,6% degli italiani), mentre il settore del lavoro domestico impiega il 12,3% degli stranieri, ma soltanto l’1,1% degli italiani. Si potrebbe dire che ciò accade perché, in media, gli stranieri hanno un tasso di scolarizzazione minore, ma è anche vero che il fenomeno dei “sovraistruiti” (coloro che hanno un livello di studi più alto rispetto alle mansioni che svolgono), una piaga endemica del mercato del lavoro italiano, colpisce gli italiani “solo” nel 29% dei casi, e gli stranieri in oltre il 38%. 

Questa situazione di vera e propria “segregazione occupazionale” trova poi il suo apice nell’ambito degli infortuni, dove i lavoratori stranieri pagano un prezzo ben più alto rispetto agli italiani: per il 2024, l’INAIL ci restituisce un quadro in cui gli incidenti dei lavoratori stranieri crescono di quasi il 15%, e quelli dei lavoratori italiani calano dell’1% (rispetto all’anno precedente). In regione un lavoratore su dieci è straniero, ma, fra questi, oltre uno su quattro è vittima di un infortunio sul lavoro.  

C’è chi viene, c’è chi va

Gli esempi potrebbero continuare, ma la realtà appare già abbastanza chiara: oltre 120.000 persone hanno scommesso (e continuano a farlo) sulla nostra regione per (ri)costruirsi un futuro. Non sono meteore di passaggio, ma persone venute qui per rimanere, o che dopo un periodo in regione hanno deciso di restare. Nel frattempo, sono quasi il doppio i corregionali di tutte le età che hanno lasciato il Friuli-Venezia Giulia per realizzare altrove il proprio progetto di vita, di studio e di lavoro e vivono attualmente all’estero. L’ultimo decreto flussi assegna al FVG 1.200 lavoratori/trici. I conti evidentemente non tornano, e la mancanza di manodopera (di tutti i livelli) si fa sentire.  

Eppure, la situazione reale ci dice chiaramente che gli immigrati in questa regione (e non solo) sono destinati a essere cittadini di serie B, cui si fa volentieri (si fa per dire) ricorso per il lavoro, ma che nella vita civile, pubblica, culturale, sociale, devono essere il più invisibili possibile. Sentirsi accettati è una condizione imprescindibile per il successo di ogni progetto migratorio, e per la voglia di proseguirlo. Gli stranieri non resteranno qui a qualunque costo e in qualunque situazione: sono già numerosi i casi di riemigrazione verso un terzo paese, considerato più aperto e più confacente alle esigenze proprie e della famiglia. Per qualcuno potrà anche essere una buona notizia, ma non c’è bisogno di essere animati da chissà quale spirito umanitario per capire che non lo è. 

Basta un po’ di buon senso e saper fare di conto per comprendere che il nostro sistema produttivo non ha futuro senza una rilevante partecipazione di forza-lavoro straniera. I lavoratori però non vengono da soli (come i Gastarbeiter di quando gli emigranti eravamo noi), ma si tratta di accogliere famiglie, che hanno ciascuna esigenze diversificate al proprio interno. E si tratta di dare anche alle seconde generazioni prospettive concrete. Diversamente dai loro genitori, infatti, i giovani scolarizzati qui non accetteranno di buon grado il destino delle prime generazioni di migranti. 

E, mai come in questo caso, l’inazione è sinonimo di regresso.

Paolo Attanasio
+ posts

Nato a Roma, 1957, dopo quindici  anni di lavoro in Italia e all’estero nel settore della cooperazione internazionale, si dedica da oltre venti anni allo studio del  fenomeno migratorio e all’attività di consulenza per conto di enti pubblici e privati. Dal 2013 referente regionale del Centro Studi e Ricerche IDOS per il Friuli Venezia Giulia, ha al suo attivo diverse pubblicazioni e rapporti di ricerca, docenze per conto di enti pubblici e privati (fra cui l’Università di Udine e diversi enti di formazione), come pure la partecipazione a numerosi progetti di integrazione economica e sociale degli stranieri.

Iscriviti alla newsletter de Il Passo Giusto per ricevere gli aggiornamenti