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Chivasso

Chivasso, 19 dicembre 1943, per l’autonomia delle vallate alpine


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Tra i progetti politici di ispirazione federalista elaborati in Italia durante la Seconda guerra mondiale, la Dichiarazione di Chivasso del 19 dicembre 1943 occupa un posto particolare in ragione dei suoi estensori e dell’approccio teorico che la sostiene.

A differenza del famoso Manifesto di Ventotene e del meno noto, ma non meno interessante Progetto di costituzione confederale europea ed interna di Duccio Galimberti e Antonino Rèpaci, la dichiarazione non fu opera esclusiva di politici professionisti, come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, o di uomini di legge, ma di intellettuali – docenti universitari di storia e chimica, uno studente di lettere, un laureato in economia, oltre a un notaio e un avvocato – che avevano diretta esperienza della vita nelle Alpi occidentali durante il ventennio fascista.

Sebbene l’arco alpino occidentale non sia stato teatro di combattimenti nella Grande guerra, le sue popolazioni pagarono al conflitto un prezzo elevato in termini di vite umane e di costi materiali, per le requisizioni di vettovaglie, i disboscamenti, lo sfruttamento del patrimonio minerario e idroelettrico.

Il regime fascista tentò di riparare a tali danni, senza riuscirvi, in ragione delle proprie caratteristiche intrinseche, quali l’ostentato bellicismo, volto alla preparazione di nuovi conflitti, e l’organizzazione fortemente centralistica e, quindi, burocratica, ostacolo insormontabile per qualsiasi ripresa economica e demografica. Non a caso, povertà e spopolamento continuarono a colpire tanto le vallate valdostane quanto quelle piemontesi e liguri.

La Dichiarazione nasce su questo sfondo socioeconomico, ben compreso dai suoi estensori poiché essi si trovarono in una posizione privilegiata in quanto all’analisi politico-economica giungevano attraverso una lente interpretativa particolare: l’appartenenza a due minoranze che fondavano la propria identità su una fede religiosa espressa in lingua francese.

Gli autori

A Chivasso si riunirono rappresentanti delle Valli valdesi e della Valle d’Aosta. Questi ultimi erano Émile Chanoux ed Ernest Page, rispettivamente un notaio già militante della Gioventù Cattolica e un avvocato già attivo nel Partito popolare, eredi della tradizione cattolica locale, radicata nell’intransigentismo ottocentesco contro lo Stato unitario. I valdesi erano Gustavo Malan, figlio di un pastore protestante e studente universitario che si interessava di etnografia, Osvaldo Coïsson, laureato in economia, Giorgio Peyronel, anch’egli figlio di pastore e di orientamento barthiano, e Mario Alberto Rollier. Gli ultimi due erano docenti universitari di chimica a Milano, dove erano stati tra i fondatori del Movimento Federalista Europeo.

All’incontro non poterono partecipare altri due valdostani, lo storico Federico Chabod e l’ingegnere Lino Binel, che gravitavano, come Peyronel e Rollier, nell’ambiente culturale della Banca Commerciale Italiana di Raffaele Mattioli e, tramite essa, del Partito d’Azione.

L’elemento accomunante di posizioni all’apparenza tanto diverse – cattolici, protestanti, anticlericali – fu la rivendicazione del diritto all’uso della lingua francese, fondamento dell’identità locale perché usata tanto nel culto riformato dei Valdesi quanto dal clero e dalla borghesia valdostana, in reazione a un Regno non più sabaudo, ma italiano.

Il contenuto 

La Dichiarazione è un documento breve, il cui testo si apre con una formulazione che riecheggia il Preambolo della Costituzione statunitense («We the people of the U.S.»/«Noi popolazioni delle valli alpine») ed è suddiviso in tre blocchi, composti da tre constatazioni, tre affermazioni e tre dichiarazioni, queste ultime suddivise a loro volta in più punti.

Le constatazioni riassumono i danni del «malgoverno livellatore ed accentratore» romano nell’oppressione di stampo coloniale («agenti politici ed amministrativi…piccoli despoti incuranti ed ignoranti di ogni tradizione locale di cui furono solerti distruttori»), nella rovina economica «per la dilapidazione dei…patrimoni forestali ed agricoli, per l’interdizione dell’emigrazione…per l’effettiva mancanza di organizzazione tecnica e finanziaria dell’agricoltura, mascherata dal vasto sfoggio di assistenze centrali, per l’incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi» e nella «distruzione della cultura locale».

Le affermazioni riguardano la libertà di lingua e di culto, la scelta del federalismo come garante di tale diritto «individuale e collettivo», ritenuto l’unica risposta possibile al fenomeno storico degli irredentismi, da attuarsi attraverso «un regime Federale repubblicano a base regionale e cantonale».

Tre autonomie

Le dichiarazioni riguardano tre autonomie: quella politico-amministrativa, quella culturale e scolastica, quella economica, da riconoscere alle valli alpine.

Infine, l’ultima sezione della Dichiarazione di Chivasso presenta cinque proposte necessarie «per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine»:

  1. Un sistema di tassazione di tutte le industrie («idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione») che si trovano nei cantoni alpini «in modo che una parte dei loro utili torni alle vallate». 
  2. Un sistema di equa riduzione dei tributi basata sulla ricchezza del terreno e la prevalenza delle forme di sfruttamento (agricoltura, foreste, pastorizia).
  3. La riforma agraria con l’accorpamento degli appezzamenti, l’assistenza tecnico-professionale «esercitata da elementi residenti sul luogo» e la costituzione di cooperative di produzione e consumo.
  4. «Il potenziamento dell’industria e dell’artigianato, affidando all’amministrazione regionale cantonale, anche in caso di organizzazione collettivistica, il controllo e l’amministrazione delle aziende aventi carattere locale».
  5. «La dipendenza dell’amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere locale e il controllo di tutti i servizi e concessioni aventi carattere pubblico».

La novità della Dichiarazione

Molto è stato scritto in merito alla Dichiarazione e alla sua sintesi tra regionalismo autonomistico e federalismo, tra comunitarismo e federalismo, tra federalismo infranazionale e sopranazionale, tra federalismo istituzionale ed etnolinguistico, per cui si rimanda alle illuminanti pagine di Pierre Brini in Les Fédéralistes Alpins (https://www.fondchanoux.org/wp-content/uploads/2018/10/publications-contreetattotalitaire.pdf) e alle opere di Cinzia Rognoni Vercelli, Corrado Malandrino e Stefano Bruno Galli.

L’elemento alla base di questa sintesi è il concetto di sussidiarietà, tipica del pensiero sociale cattolico che ispirava Chanoux, ma anche perno del sistema federale svizzero, modello per l’autonomismo valdostano – ispirato all’Elvetismo e al movimento della Difesa spirituale nel paese vicino – forse meno per la componente azionista, che guardava più agli Stati Uniti. 

Così formule quali «regime Federale…a base cantonale», «comunità̀ politico-amministrative autonome sul tipo cantonale» e «amministrazione regionale cantonale» ricorrono nella Dichiarazione, nei mesi successivi seguita da commenti e saggi di alcuni dei suoi estensori, tra i quali Federalismo e autonomie, opera postuma di Chanoux, pubblicata nei «Quaderni di Giustizia e Libertà» dopo la sua uccisione nelle prigioni fasciste, il 18 maggio 1944.

Rispetto alle proposte di Spinelli e Galimberti, la Carta rappresenta una forte novità per l’orientamento bottom-up che la contraddistingue: richieste e proposte non sono formulate in ragione di considerazioni generali, non propongono partiti-guida più o meno tecnocratici o soluzioni corporative, con indicazioni su istituzioni e provvedimenti legislativi. La Carta è formulata sulla base delle reali necessità delle «popolazioni delle vallate alpine», rilevate grazie alla consapevolezza degli autori di appartenere a popoli dotati di una identità specifica che, per questo, devono autogovernarsi per essere tutelati e valorizzati all’interno di un rinnovato Stato italiano ed europeo.

 

Testo della Dichiarazione di Chivasso: https://www.ventoteneisolamemorabile.it/file/ildocumentodichivasso.pdf

 

Émile Chanoux
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Chabod
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Dottore di ricerca in storia contemporanea e archivista-paleografo, dal 2010 al 2020 è stato Presidente della Fondation Emile Chanoux di Aosta, di cui attualmente presiede il Comitato scientifico. I suoi interessi di studio spaziano dalla storia ecclesiastica e religiosa in età moderna e contemporanea, alla Seconda guerra mondiale e alla storia dell’emigrazione, con particolare riferimento alle Alpi occidentali e alle relazioni italo-francesi.

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