
Guerra e inflazione: anche la Regione può e deve agire presto
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L’aggressione israeliano-statunitense all’Iran, la distruzione di infrastrutture critiche in tutta la regione e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz stanno causando uno shock di portata inaudita all’offerta di materie prime essenziali per l’economia globale. Secondo il Direttore dell’Organizzazione Internazionale dell’Energia si tratta di un evento di portata maggiore rispetto sia all’embargo sul petrolio del 1973, sia alla crisi del gas del 2022. Dai Paesi del Golfo e dall’Iran, infatti, provengono circa il 20% della produzione globale del petrolio, oltre il 20% di quella di gas naturale liquefatto (GNL), il 30% della raffinazione di carburante per aerei, il 20% della produzione globale di elio, il 30% della capacità produttiva di ammoniaca, il 9% di quella di alluminio, il 7% di quella di urea (materia prima essenziale nella produzione di fertilizzanti) e molto altro ancora. L’interruzione, anche parziale, nelle catene di approvvigionamento di questi beni di base (ovvero beni che si trovano quasi ovunque nei nostri processi produttivi) si propaga come un’onda lungo le catene di valore dell’economia provocando rincari diretti (nelle bollette o al distributore di benzina) e indiretti (nel settore alimentare, nei beni di consumo, nell’industria farmaceutica). Al momento non c’è all’orizzonte nessuna soluzione della crisi.
Tutto ciò sta producendo un aumento vertiginoso dei prezzi di una vasta gamma di materie prime e di precursori industriali. Di fronte a una scarsità nell’offerta di questi beni, l’effetto creato sui mercati internazionali è quello di una sorta di asta al rialzo in cui i paesi ricchi riescono comunque ad accaparrarsi ciò di cui hanno bisogno (a prezzi stellari) e i paesi poveri restano a secco. Per noi “ricchi” si traduce in inflazione, per i paesi del Sud Globale, si traduce in scarsità. La situazione è così grave che lo Sri Lanka ha ridotto le giornate lavorative per risparmiare energia, l’Egitto ha imposto la chiusura alle ore 21 per le attività commerciali, l’Etiopia sta razionando il carburante, in India c’è una scarsità di gas per cucinare, mentre il Bangladesh ha spostato scuole e università online per limitare gli spostamenti. In decine di paesi gli impianti che producono fertilizzanti sono stati praticamente spenti, con conseguenze gravi per i raccolti agricoli di quest’anno.
Recessione per alcuni, inflazione per altri
Con amara ironia potremmo dire che al Sud Globale è stata imposta una sorta di decrescita infelice, che potrebbe degenerare in pesanti recessioni economiche, scarsità alimentare e migrazioni. In Europa, invece, è in arrivo una pericolosissima ondata inflazionistica, ma anche qui i problemi nell’approvvigionamento di alcuni beni non sono da escludere. Ad oggi, i governi europei hanno reagito in modo abbastanza timido, spingendosi al massimo a finanziare tagli temporanei alle accise sui carburanti (come in Italia) o a incoraggiare i cittadini a risparmiare carburante. La tempesta però sta arrivando e i suoi effetti rischiano di essere devastanti. L’inflazione erode il potere d’acquisto dei salari e colpisce i più poveri in modo più pesante. Basti pensare che in UE una famiglia media spende circa il 20% del proprio reddito per pagare bollette e altre spese legate all’energia (come il pieno per l’’automobile) e che nel 2022 l’inflazione ha ridotto del 10-15% il potere d’acquisto dei salari mediani.
L’Italia in questo scenario è particolarmente esposta alla crisi. Il sistema produttivo del nostro paese dipende totalmente dalla libertà di navigazione attraverso cui ci approvvigioniamo di materie prime (di cui siamo privi) e esportiamo ciò che produciamo. A causa di scelte politiche, il nostro sistema energetico è molto dipendente dal gas naturale (fonte costosissima), tanto che molto spesso è proprio il gas a determinare il prezzo finale dell’elettricità. Inoltre, le aziende che gestiscono la trasmissione e la distribuzione di elettricità e di gas sono semi-privatizzate e generano tassi di profitto paragonabili a Ferrari, Lamborghini, Meta e Google, il tutto a vantaggio degli azionisti e a svantaggio dei cittadini. Da qualche anno, inoltre, il mercato retail dell’energia è stato privatizzato, contribuendo a un’ulteriore rincaro delle bollette di gas ed elettricità. Il Governo Meloni ha scelto di approfondire la dipendenza del nostro paese dal gas importato e ha completato la privatizzazione dei mercati dell’energia. Oggi, di fronte ad alle nostre debolezze strutturali, oltre a un taglio una tantum delle accise e a qualche indiscrezione stampa su piani di razionamento, ha scelto la tattica che ne ha caratterizzato l’operato per gli ultimi quattro anni: l’immobilismo e l’attendismo.

Governo: si può fare di più subito
Il Governo, però, non è impotente. Andrebbe adottata una duplice strategia, indirizzata da un lato a contenere gli effetti più negativi dello shock inflazionistico, e dall’altro a rendere il sistema-paese più resiliente in futuro. Ricerche compiute dopo lo shock del 2022 hanno dimostrato come per assorbire gli shock inflazionistici in modo più equo sia necessario agire su molteplici fronti. L’introduzione di controlli sull’ampiezza nelle fluttuazioni dei prezzi di alcuni beni strategici (com’è stato fatto in Croazia o in Svizzera) può fornire un sollievo temporaneo. Un altro intervento necessario è quello di introdurre una tassa sugli extraprofitti, che ridurrebbe gli incentivi alla speculazione per tutti gli attori economici che sono stati avvantaggiati dalla crisi in corso. Si tratta di aziende che non subiscono un rincaro nei propri costi di produzione, ma che possono rivendere ciò che producono a prezzi molto elevati. Si tratta di aziende che, causa la guerra, si trovano godere di un monopolio temporaneo nella fornitura di alcuni beni, rendendo loro possibile applicare un prezzo ancora più elevato di quello che sarebbe determinato dallo shock inflazionistico.
Oltre a tentare di contenere l’ampiezza dei rincari, è necessaria una politica atta a far sì che i cittadini, soprattutto quelli più poveri, siano in grado di potersi permettere i beni di base di cui hanno bisogno per sopravvivere. E’ molto importante adeguare i salari (specialmente quelli più bassi) all’inflazione e introdurre sussidi temporanei per permettere ai meno abbienti di poter pagare le bollette energetiche, cibo e acquistare il carburante. Allo stesso tempo, se è necessario introdurre misure per il razionamento (ad esempio del diesel o della benzina) è preferibile limitare temporaneamente l’uso “superfluo” della risorsa rara (jet privati, yacht e barche private, auto sportive etc.) e introdurre, ad esempio, un limite quantitativo ai litri di benzina acquistabili per autovettura piuttosto che lasciare all’aumento del prezzo limitare la domanda. Anche questa misura serve a distribuire in modo equo lo shock causato dalla scarsità. Alti prezzi e nessun limite al pieno di carburante causerebbe situazioni in cui i più benestanti, che di media possiedono automobili molto più pesanti e potenti, consumerebbero come prima spendendo semplicemente di più, mentre i più poveri si troverebbero esclusi dal mercato. Infine, è possibile introdurre incentivi alla diminuzione dell’uso di energia come l’uso gratuito dei mezzi pubblici e della rete ferroviaria regionale, abbonamenti di bike sharing e altre misure simili: in tempi di scarsità, ogni litro di petrolio non bruciato è un litro guadagnato.

Si può fare meglio per il futuro
Accanto a queste misure d’emergenza di breve periodo, sarebbe necessaria una politica strutturale di lungo periodo, pensata per rendere i sistemi economici meno esposti agli shock inflazionistici. Sul lato salariale, la reintroduzione, almeno per i salari più bassi, di un meccanismo di adeguamento automatico all’inflazione contribuirebbe a schermare i meno abbienti da crisi future. Andrebbe poi seguito l’esempio cinese nell’adottare una strategia per la costruzione di stoccaggi strategici di una vasta gamma di beni di base, in modo simile a come si fa tuttora per acqua dolce, gas, petrolio e munizioni per le forze armate. In questo modo, episodi temporanei di interruzione nell’offerta di beni strategici potrebbero essere contenuti. Sarebbe molto utile, quantomeno a livello europeo, un intervento nei mercati delle commodities, promuovendone una de-finanziarizzazione. Oggi il prezzo di gas, petrolio e altri beni non è solo dato dalla domanda, dall’offerta e dai giochi sporchi che fanno gli attori oligopolisti che operano in questi mercati, ma esiste anche tutto un vasto sottobosco finanziario che si occupa di speculare sui prezzi. Rimuovere questi attori dal mercato o limitarne il margine di manovra contribuirebbe forse a creare qualche migliaio di disoccupati (ricchi) nelle piazze finanziarie globali, ma eviterebbe fenomeni che amplificano la portata degli shock inflazionistici. Da un punto di vista nazionale, poi, un riordino di tutto il comparto che in Italia si occupa di produrre e vendere energia sarebbe di importanza strategica. Il mercato “libero” retail ha portato a prezzi più elevati rispetto al sistema precedente (l’acquirente unico), che andrebbe introdotto anche per il settore industriale. Sempre nel mercato elettrico (quello retail), andrebbe adottato un sistema che distacchi il prezzo finale dell’elettricità da quello del gas naturale, causa degli elevatissimi prezzi italiani. Le imprese che si occupano della trasmissione e della distribuzione di energia andrebbero rinazionalizzate e rimesse al servizio della collettività. Infine, andrebbe adottato un piano di investimenti strategico in energie rinnovabili, pensato per ridurre la dipendenza del nostro sistema produttivo dal gas naturale. Più è alta la penetrazione di energie non-fossili, minori saranno le ore dell’anno in cui le fossili (specialmente il gas) determineranno il prezzo finale dell’elettricità. Il tutto andrebbe poi accompagnato da un vasto programma per la costituzione di comunità energetiche per l’autoconsumo.
Ma anche la Regione potrebbe fare più di qualcosa
Ciò che è stato delineato sembrerà un programma ambizioso, ma è assolutamente necessario. La disfunzionalità e le distorsioni dei nostri sistemi salariali, dei mercati energetici e di quelli finanziari sono tali da rendere necessario un intervento incisivo. Purtroppo, dal governo attualmente in carica e dall’esecutivo che controlla la Commissione europea, non c’è da aspettarsi quasi nulla in questo senso, se non sistemi regressivi per il razionamento dell’energia, qualche sussidio e un timido intervento sugli extraprofitti (che non penalizzi troppo le nostre multinazionali energetiche). Ciò detto, di fronte ad una situazione in cui sia da Roma che da Bruxelles siamo governati da esecutivi non all’altezza del momento storico, a livello locale non avremmo le mani legate. La nostra Costituzione, infatti, garantisce alle regioni (e alla nostra in particolare), ampi poteri. E’ giunto il momento perché dalle parti della Presidenza della Regione si cominci a studiare come attuare, per quanto possibile, una versione regionale di ciò che sopra è stato delineato.

Si potrebbe partire da ciò che è più facile e diretto. La Regione dovrebbe introdurre un programma temporaneo di sostegno al potere l’acquisto dei ceti sociali più fragili del nostro territorio. Si potrebbe istituire un fondo temporaneo per il supporto alla morosità non-colpevole negli affitti e per il supporto al pagamento delle bollette, per evitare che i lavoratori poveri si trovino a dover scegliere tra l’affitto e altre spese essenziali. Sarebbe poi auspicabile la realizzazione di un piano energetico regionale, strutturato in varie fasi. La prima e più immediata potrebbe portare la Regione a favorire la costituzione di quante più comunità energetiche possibili e a finanziare un piano di investimenti in energia fotovoltaica e all’utilizzo di scarti agricoli e acque reflue per la produzione di biometano. La Regione dovrebbe inoltre produrre un piano strategico per l’aumento delle capacità di stoccaggio di energia elettrica, come le batterie o il pompaggio idroelettrico. L’obiettivo finale dovrebbe essere quello di portare il Friuli-Venezia Giulia a diventare un produttore netto di energia a basso costo. Si potrebbe inoltre valutare di seguire l’esempio del Veneto e procedere alla “quasi-nazionalizzazione” della produzione di energia idroelettrica. Una volta ottenuta un’alta penetrazione di comunità energetiche e aumentata a sufficienza la capacità produttiva rinnovabile, andrebbero valutati i limiti del nostro Statuto in materia di infrastrutture e mercati energetici. Sarebbe compatibile con la Costituzione l’istituzione di un mercato energetico regionale? Sarebbe legale la creazione di un acquirente unico per l’energia a livello regionale? Nessuna iniziativa andrebbe esclusa. Se a Roma la priorità è garantire il maggior ritorno possibile agli azionisti di ENI, ENEL, TERNA, Italgas e simili, a Trieste dev’essere quella di far sì che cittadini e imprese della Regione abbiano accesso a energia pulita a prezzo molto basso.
Molti potrebbero giustamente osservare che le misure sopra elencate hanno un costo piuttosto elevato. Chi scrive, però, è convinto che le risorse necessarie ad un intervento strutturale siano ampiamente reperibili. Basterebbe tagliare risorse indirizzate a iniziative di dubbia urgenza come i bandi con cui la Regione fornisce contributi al rifacimento di barche private, al settore degli hotel di lusso, per il rifacimento di appartamenti ad uso turistico o i milioni stanziati per opere infrastrutturali fallite, come il centro sportivo della triestina calcio. Altre risorse potrebbero essere reperite eliminando le esenzioni fiscali regionali alla “prima seconda casa”, introducendo un regime regionale per la tassazione di case delle vacanze possedute da non residenti e un’addizionale regionale alle tasse di soggiorno. La sfida maggiore, piuttosto, sarebbe quella di predisporre un piano organizzativo per far sì che l’Amministrazione regionale sia in grado di mettere a terra una serie di piani straordinari.
Infine, resta la questione salariale. Com’è risaputo, purtroppo, la Regione non ha la facoltà di introdurre un vero e proprio salario minimo regionale, che sarebbe un utilissimo strumento per il contenimento dell’impatto dell’inflazione. Si potrebbe però valutare di intervenire indirettamente, introducendo ad esempio una retribuzione minima (adeguata all’inflazione) negli appalti pubblici della Regione e degli Enti locali. Si potrebbe poi seguire l’esempio del Regno Unito, dove una fondazione calcola ogni anno e pubblicizza il “real living wage” e il London Living Wage ovvero il salario per una vita dignitosa. Si tratta di una sorta di salario minimo non obbligatorio che molte imprese e lavoratori hanno adottato negli anni come soglia minima di paga a cui accettare un’offerta di lavoro. In questa Regione con un tasso di disoccupazione tendenzialmente basso e dove molte imprese riscontrano carenza di manodopera, l’introduzione di una misura simile potrebbe essere significativa.
La debolezza di Bruxelles e di Roma non può né deve essere una scusa per l’immobilismo a Trieste.

