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Mostra Venzone x 40° terremoto (testi di F. Ceschia)
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Memorie di un periodo da non dimenticare


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Mezzo secolo ci separa da quell’evento, inaspettato e duro. Si dice che il dolore sia un maestro severo perchè ci insegna, memorizzando, a percepire i pericoli e ad evitarli.  Se penso all’uso esteso e feroce delle armi nel mondo, questa convinzione viene meno. Il terremoto del ’76 e le devastazioni che procurò, per me lasciano lo stesso dubbio. Una lezione pregna ed autorevole, alta e forse unica, la stiamo perdendo per strada, sostituita da celebrazioni che somigliano sempre più a cartoline ritoccate. Questa che segue è una semplice riflessione, da testimone attivo (ho attraversato da vicino il terremoto del ’76 e tutta la ricostruzione che ne è seguita). Correrà rischi metodologici scontati, ma credo utile provare a leggere il tempo trascorso ricorrendo alle esperienze personali, maturate lungo un profilo comportamentale spesso “non allineato”. 

Il 10 maggio 1976 avrei dovuto presentarmi alla “Caserma Goi” di Gemona per prestare il servizio di leva obbligatorio. Quell’appuntamento venne brutalmente cancellato, perchè cinque giorni prima il terremoto sconvolse la nostra terra e le nostre comunità. Tra le vittime dell’Orcolat si sarebbero contati anche trentatre giovani alpini, che in quella caserma avrei dovuto incontrare, accomunato a loro da una condizione che vedeva un terzo dell’esercito italiano occupare militarmente e pesantemente il Friuli. 

Nel caso del Vajont, tredici anni prima, l’Italia aveva appreso il disastro da un cartello sullo schermo televisivo e dall’interruzione delle trasmissioni RAI. Il terremoto del ’76 invece ebbe subito un grandissimo impatto mediatico che ha lasciato tracce e documentazioni, ancora in grado di provocare sentimenti. Accompagnai io stesso alcuni giornalisti (ricordo Renato Darsiè del Quotidiano dei Lavoratori, Riccardo Piferi e Miller di Radio Popolare di Milano, Leonardo Coen di Repubblica) nei luoghi più colpiti, perchè raccontassero in presa diretta ciò che vedevano e sentivano, compreso lo sciame interminabile di scosse di assestamento. Eppure nessuno dei resoconti o delle immagini crude di quella tragedia potrà rendere a pieno l’intensità del dolore e della paura di quei giorni lontani. Mille morti, 600.000 persone colpite, 93.000 case distrutte o gravemente danneggiate. Cenni schematici, per una vicenda assai più complicata da narrare di quanto non sembri, per l’insieme aggrovigliato di segni, di significati e di valori che quel terremoto provocò, esaltò oppure spense del tutto.

Avremmo saputo poi che il destino non si sarebbe accontentato di quella tremenda incursione, bussando forte una seconda volta, facendo crollare quel poco che era rimasto in piedi, o di ciò che era stato frettolosamente riedificato dai privati o dall’ ANA. Ai timori di Zamberletti per una nuova Caporetto, i sindacati risposero che negli alberghi della riviera sarebbero andati donne, vecchi e bambini, ma che non ci sarebbe stato esodo alcuno. Fece loro eco Monsignor Battisti: “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, mettendo in ordine, con saggezza, una successione vincente e diventata poi famosa. Avrei incontrato lui e la chiesa friulana, nelle battaglie in difesa del lavoro, nelle fabbriche occupate, nell’impegno per le infrastrutture, per la lingua, per l’Università friulana e contro le servitù militari. Un riferimento fondamentale il suo che mi sembra, e lo dico da laico, colpevolmente sottovalutato dal potere odierno. 

Terremoto 1976 - ferdinando ceschia

Eventi collettivi, scelte personali

Riprendendo il filo minuto della narrazione personale, mi tornano in mente le settimane da volontario tra Gemona e Magnano in Riviera, fra gente che impegnava le mani per resistere e continuare a credere. C’era sul posto Raniero Persello, detto “Goi”, partigiano osovano ed amico di vecchia data, che aveva perso sua moglie sotto le macerie e non si stancava mai di aiutare gli altri. Nel solco di una solidarietà ampia e generosa, c’erano tanti giovani studenti e gli sloveni, gli austriaci, i tedeschi. C’era Medicina Democratica, e c’era un piccolo gruppo di soldati sovietici, venuti da chissà dove, che scavavano in silenzio e ogni tanto mi offrivano delle sigarette schiacciate che non rifiutavo per educazione, pur trovandole pestilenziali. C’era anche qualche “sciacallo” che provava a rubare tra le macerie, isolato e ruvidamente dissuaso dai suoi inaccettabili intenti.

Tra mille difficoltà di ogni tipo, sotto gli occhi di ciascuno, prendeva corpo una forte reazione collettiva. In quei frangenti maturò in me la scelta di cambiare vita, di entrare a far parte di un processo più unitario e più ampio di quello conosciuto. Accettai, agli inizi del ’77, l’offerta di lavorare nel sindacato delle costruzioni. Dovevo imparare in fretta, in un mondo in movimento frenetico, soggetto e oggetto di cambiamenti, carico di energie e di tante domande, alcune delle quali ancora oggi irrisolte. Chiunque sostenga che quella lì era un’orchestra sinfonica allenata ed esperta, ben diretta e ben disciplinata, non sa davvero quello che dice. 

Dentro un obiettivo comune le diversità vere, le differenze e le non poche diffidenze restavano tutte, spigolose ed immediate, tra livelli diversi e dentro ciascun livello. Rompendo e ricomponendo posizioni e giudizi, o comode certezze spalmate sul pane.  Perché, ad esempio, le mappe sismologiche in vigore nel 1976 erano state mutilate? Mario Baratta, il più illustre studioso di geodinamica italiano, aveva dettagliatamente classificato, sin dall’inizio del secolo scorso, il territorio del Friuli. Comprendendo nelle aree sismiche principali Gemona, Tolmezzo, Tramonti, Sequals, Moggio e Cividale, e in quelle secondarie Barcis, Pontebba e Spilimbergo. Le mappe servono a definire non solo il rischio, ma i vincoli e le tecniche costruttive a cui sottoporre gli edifici, abitativi o produttivi che siano. Nel 1976 le mappe in vigore avevano invece cancellato tutti i Comuni anzi richiamati, per lasciare soltanto Tolmezzo, ma come area di seconda categoria. La scossa di settembre, su spinta di Sindaci e popolazione, avrebbe obbligato a correggere questa colpevole “dimenticanza”, che aveva contribuito non poco a sbriciolare muri di cemento e mattoni. 

menifestazione terremoto 1976

La ricostruzione e il comparto edile, imprese nazionali o locali?

Tra le cose che entrarono a far parte del mio lavoro quotidiano c’era un quesito ricorrente: quanto grandi erano gli interessi nazionali sulla ricostruzione post-terremoto? Si trattava solo di generosità nella elargizione delle risorse disponibili, magari grazie ad una classe politica illuminata ed avveduta, o c’era dell’altro? Il Segretario Nazionale che mi affidò l’incarico di lavorare per il post- terremoto, mi aveva detto: “Voi ancora non lo sapete, ma tra qualche mese verranno qui le più affermate imprese del settore e il Friuli sarà il più grande cantiere d’Italia, per almeno dieci anni”. Sembravano i tratti di un progetto già definito, al quale stavano lavorando da tempo le centrali romane del potere. Ne avrei avuto conferma con la calata delle società di progettazione nazionali prima, con la costituzione del CONAR (Consorzio Nazionale Ricostruzione) poi e con la suddivisione delle quote di appalto per l’ANCE, per l’API, per le aziende a partecipazione statale, per le cooperative, per l’IRI, per la FIAT. 

Il settore dell’edilizia in Italia attraversava una crisi e le risorse destinate alla ricostruzione del Friuli avrebbero aiutato a superarla, offrendo un’occasione gigantesca ai grandi attori del settore.  I numerosi ritardi, gli errori, i balbettii, le approssimazioni riscontrate in loco penso che furono anche strumentalmente utili a preparare come si deve l’appuntamento “centrale”, diametralmente e convintamente distante dalla filosofia del “fasin di bessoi”. 

La dimensione del disastro e soprattutto il tempo necessario a ricostruire si disse che imponevano di fare strada a chi se ne intendeva di più, perché le nostre imprese locali erano “piccole e inadeguate”. A ben vedere la ricostruzione, completata in un quindicennio, non venne iniziata con estrema rapidità, visto che nel ’79 c’erano ancora 54.000 persone che vivevano nelle baracche. Un’analisi meno “orientata” avrebbe permesso soluzioni più equilibrate, che però nessuno prese in considerazione. I Presidenti della Regione Comelli e Biasutti li ho incontrarli entrambi, nelle riunioni tenute in quegli anni, maturando la convinzione che sia stato Biasutti l’artefice vero (e scelto per questo), dell’allineamento pieno della nostra Regione al sistema nazionale e alle sue necessità. E questo anche in tanti altri campi, come l’agricoltura e la zootecnia, o la pianificazione massiccia del territorio per le colture intensive (vedi riordini fondiari). “Del senno di poi son piene le fosse” recita un detto popolare. Ma molte riflessioni argomentate e fondatamente critiche vennero formulate allora, e non dopo. Nel filone di un autonomismo non certo di maniera, testardamente refrattario ai “grandi disegni”, questo lo si può rinvenire, rileggendo i “Bollettini delle Tendopoli”, “In uaite” o “Macchie” o gli scritti di Igor Londero, pieni di fatti e di verità dimenticate. Nessuna di queste inverte il giudizio complessivo, riassunto dalla convinzione ferma che qui da noi, diversamente che altrove, la ricostruzione si sia fatta. Resta tuttavia ancora sospeso il merito di fondo di questo gigantesco colpo di reni. 

1977 - Claudio Erné, croci per i morti lavoro.
1977 – Claudio Erné, croci per i morti lavoro.

C’è memoria e memorie

Due brevi considerazioni a riguardo. La prima attiene al Friuli. Leggo in questi giorni sulla stampa lodi sperticate sui titanici sforzi messi in atto dalla Regione per rendere possibile un risultato straordinario. Senza campanilismi o strumentali finalità, sottolineo ancora che il terremoto colpì il Friuli, e che dal Friuli venne la risposta forte. Troppe paternità confondono le idee e depongono male. La seconda e più importante considerazione contravviene ad un abusato clichè, che vede il popolo friulano sempre sottomesso, disposto solo ad obbedire perchè naturalmente “sotàn”. I primi tempi di questa forte epopea collettiva raccontano ben altro. Dal lavoro del Comitato delle Tendopoli, ai presidi popolari davanti alla Prefettura di Udine, alle manifestazioni a Trieste davanti al palazzo del Consiglio regionale, ai blocchi lungo la Statale 13 verso l’Austria, ai tanti cartelli e striscioni di denuncia, alle gimcane irriverenti imposte al Presidente del Consiglio Giulio Andreotti per sfuggire all’imbarazzo, emerge una semplice ma chiara spinta dal basso. Capace di autopromozione, di solidarietà e di progettazione. 

Per coerente adesione alla parola “memoria” dovremmo riportare a galla anche i particolari scomodi, i prezzi pagati e messi in un angolo come il lavoro nero, il caporalato, le tante morti registrate nei cantieri, preda dei subappalti più arditi e fantasiosi, in una rincorsa al profitto che ha cambiato tutto e non sempre in meglio. Dovremmo soprattutto, per non essere bugiardi, dimostrare di avere difeso e valorizzato l’esempio di quella grande partecipazione democratica, difficile e spigolosa, ma straordinariamente vera. Non sono sinceramente convinto che siamo in grado di poterlo fare, perchè quella lezione l’abbiamo quasi dimenticata, assistendo allo svuotamento delle rappresentanze di mandato, rendendo fastidiosamente residuale la partecipazione diretta della gente alle scelte, vedendo affermarsi una lenta ma progressiva verticalizzazione del potere, rifugio di allenate ed appetenti oligarchie. Sono certo che non era questo il “Modello Friuli” e l’intento vero di chi ha lavorato per dargli sostanza e credito. 

Ferdinando Ceschia
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Udinese, è stato per vent’anni dirigente sindacale della Feneal UIL a partire dal 1977, durante la ricostruzione post terremoto. Poi per cinque congressi consecutivi, sino al 2020, è stato eletto Segretario generale della UIL friulana. Note le sue battaglie in difesa dei lavoratori e dell’ambiente (centrale di Monfalcone, antinucleare, scalo di Cervignano, elettrodotto Redipuglia-Udine).

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