
Quale sicurezza per quale città? Alcuni esempi concreti
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Una settimana fa a Trieste si è tenuto il convegno dedicato all’“intrapresa sociale” che ogni anno mette a confronto progetti, realtà sociali e operatori di tutta Italia. Approfittando dell’occasione, Kevin Nicolini, uno dei consiglieri comunali di Adesso Trieste che lavora a sua volta nel sociale, ha organizzato un incontro pubblico supplementare con tre ospiti, dal titolo “Quale sicurezza per quale città?”. Il video della diretta si trova qui.
L’immagine del fiume – usata da Nicolini per descrivere che cosa sia il lavoro nel sociale – è evocativa: consolidare gli argini, rimboschire le aree limitrofe per evitare l’erosione, sporcarsi le mani per togliere gli ostacoli, creare canali artificiali per ridurre l’energia in eccesso, creare scolmatori per fare fronte all’urgenza delle esondazioni.
A fronte di questo lavoro di cura, manca la stessa consapevolezza dall’altra parte, al livello dirigenziale delle istituzioni, che spesso non si assumono le responsabilità per introdurre processi innovativi e intendono il lavoro sociale come mero tecnicismo ed esecuzione di volontà politiche.
Il furto delle parole
Ota de Leonardis ha iniziato a lavorare come sociologa al fianco di Franco Basaglia e nei decenni successivi ha continuato a lavorare come sociologa all’Università di Milano intorno ai modelli di welfare. Il suo intervento è partito proprio dai diritti sociali.
Il discorso pubblico sulla sicurezza – ha detto – è passato dalla sicurezza sociale, cioè il diritto ad avere protezione sociale e lavoro, alla sicurezza civile, intesa come la sicurezza dai rischi per la propria integrità fisica. Questa trasformazione è stata così radicale che ha completamente spazzato via dal discorso pubblico il primo significato.
Si è verificato un completo cambio di prospettiva che non riguarda soltanto le politiche, ma soprattutto le retoriche: l’attenzione mediatica è tutta spostata verso un’idea di sicurezza focalizzata sulla difesa da una minaccia esterna.
In questo processo è avvenuto anche un altro fenomeno importante: la percezione della sicurezza è diventata un dato di partenza che viene trattato come se fosse oggettivo. Tuttavia le percezioni soggettive sono spesso costruite ad arte e diventano una “profezia che si autoavvera”. Lo stesso intervento messo in campo per risolvere il problema produce al tempo stesso una sensazione di insicurezza, e quindi continua ad alimentare la domanda di sicurezza civile.
Compito di una forza politica non populista dovrebbe essere non alimentare questo discorso, ma lavorare per cambiare i termini del problema. Un soggetto che concepisca la politica in maniera diversa dovrebbe ritornare a fare della sicurezza sociale il fulcro della sua azione politica
Capacità di azione
Esiste un errore logico nel modo in cui interpretiamo la sicurezza: pensiamo che il contrario dell’insicurezza sia la sicurezza, ma in realtà il vero opposto è la capacità d’azione, la possibilità concreta – individuale e collettiva – di intervenire sui problemi. Da qui parte la riflessione dello psichiatra Thomas Emmenegger, che ha descritto due esperienze in quartieri difficili di Milano.
Nel primo caso, in un’area segnata da microcriminalità organizzata e controllo capillare del territorio, un bar sociale si ritrova a fare i conti con richieste di pizzo e pressioni crescenti. Volontari e operatori si interrogano a lungo su come reagire, finché accade l’imprevisto: a disinnescare la tensione è la compagna del boss, che vede in quello spazio l’unico luogo sicuro dove stare con suo figlio senza sentirsi respinta. Una lezione importante: il lavoro sociale da solo non basta, serve il coinvolgimento di altri attori del territorio.
In un altro quartiere, segnato dalla presenza di gruppi sudamericani ed egiziani spesso in competizione, molti giovani egiziani vivevano in Italia senza possibilità di ottenere asilo, sostenuti solo da reti informali: lavoro nero, stanze affittate a turni, micro-occasioni di sostentamento. La violenza esisteva, ma raramente era diretta verso i residenti italiani. Il vero ostacolo era culturale: un ambiente complesso che bisognava conoscere.
Così è iniziato il lavoro più semplice e più radicale: ascoltare, raccogliere nomi, storie, esigenze. Con il tempo si sono create piccole alleanze: alcuni di loro hanno iniziato a proteggere gli spazi comuni e a spiegare agli altri che quel progetto era “un posto prezioso”. Centrale anche il rapporto con il commissariato, cercando non interventi lampo ma una presenza continuativa quando necessario.
Infine il crollo: via Padova viene dichiarata “zona rossa” e davanti al progetto arrivano i camion della polizia. In un attimo si annullano mesi di relazioni: le persone scompaiono, il quartiere torna al punto di partenza. Il problema non viene risolto: semplicemente torna nell’ombra, esattamente com’era prima.
“Rammendare comunità”
Andrea Morniroli usa questa espressione per descrivere il lavoro nel sociale come un intreccio di relazioni, esperienze e processi per tutelare diritti e creare spazio per chi non ce l’ha. Si tratta di una funzione pubblica allargata: ci si prende cura delle persone e, insieme a loro, dei luoghi, dei contesti e delle comunità. Oggi però questo lavoro rischia di essere percepito come un insieme di tecnicismi e procedure, ridotto a prestazioni e protocolli.
Morniroli fa parte della cooperativa Dedalus di Napoli, è uno dei coordinatori del Forum Disuguaglianza e Diversità e racconta un caso concreto: piazza Garibaldi, davanti alla stazione di Napoli. Un grande intervento di rigenerazione urbana l’ha dotata di aree verdi, una cavea, chioschi per attività culturali e commerciali, aree giochi e campetti. Sulla carta una piazza bella e funzionale, nella realtà una piazza abbandonata, tra quartieri difficili e multietnici, con forme diverse di aggregazione spontanea: dalle famiglie con bambini a zona di spaccio. Zone rosse, conflitti, segnalazioni continue.
Si forma un’alleanza insolita per Napoli: un gruppo di imprenditori crea un’associazione, Est(ra)Moenia, consapevoli che per garantire lo sviluppo economico bisogna intrecciare l’economico con il sociale e la cultura, e affrontare la disgregazione sociale. Coinvolgono artisti, attori e operatori del sociale, tra cui Dedalus. L’obiettivo non è prendere in gestione la piazza, ma spingere il Comune ad accettare un percorso di coprogettazione degli interventi.
In sei mesi riescono a mettere insieme 35 realtà (tra imprese e civismo attivo) e raccolgono un milione di euro grazie a operatori economici della zona, fondazioni, banche e infine Fondazione con il Sud, che finanzia metà dell’importo.
A quel punto propongono al Comune una serie di interventi sociali: mediazione e gestione dei conflitti, presenza quotidiana, una portineria di quartiere come presidio di prossimità e nuove attività culturali e commerciali nei chioschi.
Dopo due anni di lavoro, si arriva alla manifestazione di interesse per l’affidamento della piazza aperta. Gli ostacoli burocratici sono tanti: allacci idrici ed elettrici mancanti, bandi scritti male, norme pensate più per gli appalti edilizi che per il terzo settore. Ma nonostante tutto l’operazione va in porto e ora si stanno avviando i lavori per mettere in sicurezza gli spazi.
Le lezioni imparate
- Serve una pubblica amministrazione presente, con cui dialogare.
Bisogna uscire dalla logica dell’affidamento e avere il coraggio di sperimentare tutto ciò che non è esplicitamente vietato: forzare la norma per renderla adattabile al contesto.
- Costruire alleanze testarde.
Non bastano solo i principi, le alleanze si stringono sulle attività concrete. Problemi complessi non possono prescindere dalle alleanze: oggi nessuno può pensare di farcela da solo.
- In una piazza complicata si deve parlare con tutti
Migranti, commercianti, residenti, giovani, operatori: ognuno ha una percezione diversa del problema e ha propri interessi. Bisogna far capire i benefici per ciascuno, saper mostrare l’appetibilità che la trasformazione ha per gli interessi di ciascuno.
- La parola “sicurezza” va svuotata e riabitata.
Se vogliamo superare le percezioni distorte, dobbiamo mostrare che le nostre azioni producono sicurezza sociale, non solo ordine pubblico.
Alcuni dei soggetti coinvolti non hanno cambiato idea sui migranti, ma hanno riconosciuto nel progetto un vantaggio concreto: ora possono finalmente tenere aperti i loro locali anche la sera.
Lavora nella segreteria del Gruppo consiliare del Patto per l’Autonomia - Civica FVG in Consiglio regionale, è redattrice della rivista di filosofia “aut aut” e fa parte della Scuola di filosofia di Trieste. È stata portavoce di Adesso Trieste dal 2021 al 2024, di cui ora è consigliera circoscrizionale.




