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impianto biometano

Lo sviluppo del biometano agricolo per l’economia circolare e la lotta alla crisi climatica


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La produzione del biometano è una grande opportunità per l’economia circolare e per la lotta alla crisi climatica nel nostro Paese. Lo sviluppo degli impianti a biometano a servizio dell’agricoltura è fondamentale e comporta notevoli vantaggi ambientali su diversi fronti: chiusura del ciclo dei reflui zootecnici, degli scarti agricoli e dei sottoprodotti dell’agroalimentare; restituzione al suolo del carbonio per fermare i processi di desertificazione; produzione di energia da fonte rinnovabile; decarbonizzazione dei settori della mobilità e degli usi industriali; lotta all’inquinamento atmosferico.

La “materia prima” per alimentare la filiera del biometano agricolo non manca affatto ed è importante sottolineare che non viene certo da coltivazioni dedicate ma da letami e liquami del settore zootecnico e da scarti e sottoprodotti dell’attività agricola ed  agroindustriale, che spesso ancora oggi vengono smaltiti “tali e quali” con le relative quanto sottovalutate ripercussioni ambientali: dai pericolosi roghi in campo alla dispersione incontrollata in ambiente o in rogge, canali o fiumi.  Di conseguenza lo sviluppo della dotazione impiantistica è un passaggio logico e naturale per contribuire ad una corretta gestione degli scarti e sottoprodotti dell’agroalimentare italiano e per ridurre gli impatti ambientali della filiera.

Perché dotarsi di una filiera per il biometano

Gli impianti di digestione anaerobica con produzione di biometano (da immettere nella rete del gas o da liquefare per il trasporto) possono, di fatto, permettere di qualificare ulteriormente sotto il punto di vista ambientale ed energetico il made in Italy conosciuto in tutto il mondo. Una filiera con enormi potenzialità che può diventare fattore moltiplicatore di benefici ambientali, climatici ed energetici, per tre semplici ma fondamentali motivi:

– i sottoprodotti dell’agroalimentare e i reflui zootecnici, se non vengono avviati alla filiera della digestione anaerobica che produce biometano, diventano un problema enorme, perché vengono dispersi in ambiente diventando vettori di emissioni odorose ed inquinamento atmosferico precursore del famigerato PM10;

– dalla digestione e lavorazione di questi flussi di materiali, si ottengono due prodotti di vitale importanza per l’uomo e le sue attività: il biogas/biometano e il compost/digestato. Il primo sostituisce il gas naturale di origine fossile (come il metano) che sappiamo essere uno dei principali nemici del clima; il secondo può essere riutilizzato in agricoltura, restituendo carbonio

ai suoli e permettendo la riduzione dell’uso di fertilizzanti chimici nel settore.

– tutto il biometano generato dalle frazioni organiche (che andrebbe disperso in atmosfera) viene recuperato, raffinato, valorizzato e trasformato in nuova energia rinnovabile disponibile che sostituisce il gas metano e riduce di fatto la necessità di estrazioni e importazioni di energia fossile.

Quindi, la produzione di biogas e di biometano, se impostata correttamente, offre innegabili vantaggi ambientali e sociali: riduzione dell’uso dei combustibili fossili, principale fonte di emissione dei gas climalteranti, e mancata dispersione nell’ambiente di materiali organici, quali effluenti zootecnici, residui colturali, scarti dell’agroindustria, etc., che oggi rappresentano semplicemente un enorme problema da gestire. 

Anche altri vantaggi

Ma ci sono altri potenziali vantaggi del biogas-biometano da prendere in considerazione:

  • Il digestato, residuo della produzione, è un materiale ricco di sostanze nutritive per le piante, che può essere impiegato per restituire fertilità ai terreni. In un Paese come l’Italia, in cui buona parte del suolo agricolo è degradata o a rischio di desertificazione, il digestato diventa un prodotto importante per garantire la salute dei nostri suoli e la sicurezza alimentare.
  • La produzione di biometano può anche favorire la rimessa a coltura di terreni agricoli abbandonati (normalmente perché non producono abbastanza reddito) o per integrare colture alimentari in primo raccolto con dei secondi raccolti cioè le cosiddette cover crops: colture di copertura del suolo non utilizzabili per finalità feed o food ma utilissime ai fini ambientali per bloccare il dilavamento dei nutrienti e per fissare l’azoto nei suoli, garantendo in tal modo un reddito annuo maggiore all’agricoltore.
  • Un ulteriore e importante punto di forza è l’esistente infrastruttura di trasporto e distribuzione del gas naturale che può essere utilizzata per la fornitura del biometano al consumatore finale, in particolare per il settore dei trasporti e per soddisfare la richiesta delle industrie “hard to abate”. Diverse aziende energivore hanno iniziato da tempo a ricercare combustibili sostitutivi del fossile per soddisfare le proprie esigenze produttive, così come molte altre hanno aumentato l’interesse verso i mezzi pesanti funzionanti a biometano compresso, migliorando di molto la sostenibilità del trasporto su strada.

Chiaramente, la gestione sostenibile della materia prima e la collocazione coerente degli impianti di biometano sul territorio, sono tra gli elementi essenziali di cui tener conto per garantire che questi impianti servano alle attività agricole del territorio e non comportino un aumento localizzato della pressione antropica. Anche il digestato prodotto dall’impianto deve essere gestito in modo corretto e sostenibile, evitando dispersioni casuali in ambiente e garantendo la sua valorizzazione agronomica sempre da parte degli agricoltori del territorio limitrofo agli impianti, attraverso tecniche di interramento immediato per limitare le esalazioni di ammoniaca. Una corretta pianificazione, gestione, comunicazione e condivisione locale è dunque la chiave di volta per garantire futuro a questo modello virtuoso.

Perché nascono le opposizioni e le proteste locali

Ma allora perché l’impiantistica per la produzione del biometano è spesso osteggiata dai cittadini? La mancanza di conoscenza e fiducia è il vero ostacolo che al momento rallenta il percorso. Nonostante questi impianti siano consolidati dal punto di vista tecnico e dal ridotto impatto sui territori, non vengono visti di buon occhio e accettati dagli stessi cittadini che usufruiscono dei prodotti della filiera agroalimentare senza interessarsi di come scarti di produzione e lavorazione vengono attualmente gestiti, con impatti ambientali tutt’altro che ridotti. Quasi sempre infatti, prima della realizzazione degli impianti nei territori, si sollevano pregiudizi da parte della popolazione. Pregiudizi a volte fondati, che entrano nel merito della questione, altre volte, molto più spesso, meno.

Spesso le motivazioni risiedono in vicende del tutto personali, locali, dettate molte volte dalle esperienze negative maturate nel passato dalla popolazione e che niente hanno a che fare con la tecnologia in questione o con il contesto specifico dell’impianto oggetto della discussione.

Negli ultimi anni poi è cresciuta molto velocemente la facilità con cui è possibile reperire e diffondere notizie in rete, notizie di tutti i tipi in cui è possibile trovare tutto e il contrario di tutto. Questo non fa altro che favorire una confusione generale sul tema specifico, insinuando dubbi e perplessità che alla fine si traducono in ostilità verso la realizzazione dell’impianto di turno. A prescindere da come si chiami e a cosa serva realmente, il dubbio che ci stiano “fregando”, su cui fanno leva molti contestatori professionisti, spesso prevale sul buon senso e sulla ragione. Sicuramente la pesante eredità industriale del passato, recente e non, non aiuta a valutare con obiettività la scelta migliore da fare per un pubblico di non addetti ai lavori e certamente la disinformazione, che viaggia sempre più veloce dell’informazione, contribuisce a corrodere la buonafede dei cittadini.

Confusioni e diffidenze che segnano i rapporti sociali

Certamente esiste anche una tendenza da parte di taluni imprenditori o di certi fondi di investimento a presentare, talvolta, progetti avulsi dal contesto territoriale che nulla hanno a che vedere con la necessità di insediare correttamente questi impianti laddove essi siano utili, cioè di “soccorso” alle attività agricole esistenti e alimentati prevalentemente da matrici provenienti da scarti, sottoprodotti e reflui zootecnici prodotti dal territorio stesso in cui l’impianto si deve insediare. Un atteggiamento che crea squilibri incomprensibili e che di conseguenza non porta alcun beneficio alla comunità locale. Anche una certa assenza e carenza dei controlli da parte delle autorità competenti, unita a una mancanza, a volte totale, di trasparenza delle informazioni e attività da parte del proponente (che talvolta sfocia in vere e proprie ‘”illegalità” nella gestione dei siti) rafforzano le posizioni di contrarietà dei cittadini. Tutti questi effetti, che creano astio e mancanza di fiducia, sarebbero evitabili o quantomeno superabili, se le attività di informazione e di coinvolgimento della popolazione nella conoscenza dei processi tecnologici venissero prese più seriamente in considerazione, assieme ai cosiddetti processi partecipativi.

Credere e realizzare efficacemente processi di partecipazione pubblica

Purtroppo, nel nostro Paese, i processi di partecipazione pubblica vengono soventemente recepiti dalle amministrazioni come un obbligo da adempiere e nella stragrande maggioranza delle volte si trasformano in processi di comunicazione pubblica di progetti che sono già stati o stanno per essere autorizzati. Questo fa sentire i cittadini come l’ultima ruota del carro, informati a cose già fatte (o in corso di realizzazione) e per capire cosa sta succedendo rischiano di affidarsi a presunti esperti che non conoscono la tecnologia né le norme tecnico giuridiche, generando ulteriore chiusura e diffidenza. Il chiacchiericcio che ne deriva a quel punto è difficilmente arginabile e controllabile ma soprattutto la frattura sociale che si insinua tra amministrazione, proponente, tecnici e cittadini rischia di diventare insanabile.

Per rispondere a questo “vuoto partecipativo” Legambiente ha risposto con Fattore Biometano la nuova campagna associativa “portatrice sana di processi partecipativi” che favorisce la conoscenza e l’approfondimento scientifico, combatte le fake news smontando i falsi miti sul biometano diffusi dai contestatori e si prefigge di formare e informare capillarmente amministrazioni locali, agricoltori e cittadini su che cosa sia il biometano “fatto bene” diffondendo una visione d’insieme che aiuti ad indirizzare ed a governare lo sviluppo di impianti non solo sostenibili ma anche integrati nei territori. Tra i materiali della compagna, oltre a video e brochure informative, è possibile trovare e scaricare un “vademecum” che contiene gli elementi cardine per scoprire se un impianto di biometano è “fatto bene”. Uno strumento utile per cittadini ed amministratori che intendano approfondire il tema, per diventare protagonisti del cambiamento capaci di indirizzare, accompagnare e governare (e non di ostacolare e ritardare) la realizzazione di una giusta transizione ecologica ed energetica.

Per ulteriori informazioni sulla campagna:

https://www.legambiente.it/campagna/campagne-in-evidenza/fattore-biometano/

Per scaricare il Vademecum:

https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2025/08/FattoreBiometano-vademecum-A4.pdf

Luigi Lazzaro
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Presidente di Legambiente Veneto e componente della segreteria nazionale di Legambiente,con responsabilità per le politiche di innovazione industriale. Collabora alla stesura di rapportie dossier dell'associazione e coordina la campagna nazionale "Fattore biometano" dedicataalla divulgazione dei benefici energetici, climatici e ambientali della digestione anaerobica dirifiuti organici e scarti agricoli. Consulente ambientale, si occupa in particolare dei percorsi diadvocacy, di comunicazione green e di processi di partecipazione. É membro del Consigliodirettivo di Asvess (Associazione veneta per lo sviluppo sostenibile).

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