
L’Orcolat e il potere: le istituzioni e la retorica del terremoto
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La ricorrenza storica era sicuramente evidenziata con un circoletto rosso sul calendario degli spin doctors: il 6 maggio 2026, qualche giorno fa, si sono tenute a Gemona le commemorazioni ufficiali per il terremoto in Friuli del 1976, un cinquantenario al quale non poteva certo mancare la solenne presenza delle maggiori cariche istituzionali dello Stato italiano, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Governo Giorgia Meloni, insieme al presidente della Regione Friuli – Venezia Giulia Massimiliano Fedriga.
Un’occasione speciale e un luogo simbolico dove pronunciare parole significative e importanti, senza dubbio, tramite le quali veicolare i valori fondanti del consorzio civile, il sentimento della solidarietà, la vicinanza delle Istituzioni alle popolazioni, e riaffermare il senso dello Stato, come parte per il tutto, attraverso la tenacia e l’operosità dimostrata dai Friulani in quell’epoca tragica.
Necessariamente, quei discorsi attentamente preparati sono dei “discorsi del Potere”, considerando chi li stava pronunciando, in quella circostanza, nella precisa scelta lessicale e nell’allestimento di sapide strategie retoriche – in senso buono, da intendere come arte oratoria – in relazione al contesto di enunciazione. Non possono qui non tornare in mente alcune riflessioni di Michel Foucault, proprio dove il discorso del Potere stabilisce, ben prima delle norme e dei divieti espliciti, innanzitutto cosa sia vero o accettabile all’interno di una comunità; in tal senso il discorso pubblico costituisce certamente uno dei luoghi elettivi per edificare un’egemonia culturale, fornisce le parole per etichettare gli accadimenti, dipinge gli scenari dentro cui poi percepiamo la realtà e noi stessi.
Tipicamente la retorica di Stato individua minacce alla salute del corpo sociale e attraverso un dispositivo di paura accuratamente costruito si presenta come l’unico scudo contro il caos, giustificando il potere non come oppressione ma come protezione necessaria, anzi indispensabile, per giustificare e proteggere innanzitutto sé stesso.
L’intervento della Presidente del Consiglio
Giorgia Meloni, nella sua orazione commemorativa del 6 maggio, adotta precisamente questa struttura argomentativa, benché il terremoto sia un evento naturale che non richiederebbe simili dispositivi dialettici. Il sisma non resta un fenomeno geologico da studiare e prevenire, ma diventa sfida mitologica alla stirpe, occasione per una narrazione classicamente nazionalista dove il trauma si trasforma in epopea di autarchia morale, una battaglia da vincere grazie alla tempra del popolo fiero e indomito. Il lessico attinge copiosamente all’immaginario bellico con “macerie”, “terra sfigurata”, “furia”, “scintilla”, termini che spostano il piano dalla gestione civile alla mobilitazione guerriera. Il noto motto “fasin di bessoi”, viene elevato a dogma identitario, mentre l’Orcolat diventa un mostro da sfidare e la ricostruzione una guerra vinta sotto una guida ferma che coordina le energie vitali della nazione.
Il terremoto si antropomorfizza quindi in nemico epico, la gestione diventa prova di valore soldatesco dove il popolo friulano si configura come genìa indomita il cui carattere, e non le procedure istituzionali, garantisce la vittoria.
Funziona qui magistralmente la pedagogia del sacrificio, dispositivo consueto delle retoriche nazionaliste. L’orgoglio ricorre ossessivamente come mantra motivazionale, il piangere viene presentato come debolezza da superare, l’agire come forza intrinseca della stirpe. La triade “fabbriche, case, chiese” quale indicazione per le priorità della ricostruzione viene declinata secondo valori produttivisti condivisibilissimi, certo, perché il lavoro e l’operosità sono virtù concrete, ma qui diventano definizioni antropologiche immutabili dove la tempra morale viene premiata rispetto alle scelte democratiche.
La scelta delle parole sottolinea costantemente la gerarchia e l’ordine, si citano i “centri operativi”, il “coordinamento dello Stato” I Sindaci vengono investiti come “capi” locali in una visione di efficienza verticale, il Vescovo diviene garante dell’ordine morale, mentre lo Stato esalta la figura del “servitore lungimirante” (Zamberletti) capace di coordinare energie vitali dall’alto. Il principio “dov’era e com’era” viene sottratto all’urbanistica per essere consegnato alla mistica dell’appartenenza, un dogma identitario dove la ricostruzione serve a preservare la “coscienza di un popolo” legata alle radici e alla terra.
La conclusione sposta il piano dalla memoria storica alla “educazione permanente” di un popolo che si tramanda apparentemente per sangue e suolo, più che per comunità di valori democratici storicamente fondati e frutto di conquiste sociali. L’eccellenza non è un obiettivo raggiunto, ma una prova della superiorità della nazione nel mondo, tant’è che “i nostri alleati ci chiedono sostegno”.
Possiamo dire che il discorso evita il linguaggio tecnico della gestione del rischio per adottare quello di una sorta di mistica della volontà. Il successo della ricostruzione non è attribuito infatti a fondi stanziati o leggi ordinarie, ma alla natura indomita di una comunità che trova nell’obbedienza alle autorità e nell’attaccamento alla terra la sua ragione d’essere.
L’intervento del Presidente della Repubblica
Il presidente Sergio Mattarella, di tutt’altro canto, opera una decostruzione ostinata della retorica nazionalista, ancorando il discorso ai fatti concreti con una razionalità istituzionale che rifiuta la mitopoiesi, la narrazione leggendaria. Elenca infatti nomi propri, nomina Gemona, Forgaria, Osoppo, Venzone, Majano restituendo così dignità ai luoghi reali, anziché evocare genericamente borghi feriti o comunità astratte, perché il trauma non è un palcoscenico per l’eroismo ma una ferita geografica precisa. L’Orcolat conseguentemente non è un mostro mitologico da sfidare con l’eroismo della stirpe, ma una devastante scossa tellurica di sessanta secondi documentata dalla sismologia e dalla memoria degli anziani sopravvissuti, evento storico violento ma concreto. Il Presidente cita categorie sociali, nomi e cognomi di persone reali: Antonio Comelli, Adriano Biasutti, i militari, i Vigili del Fuoco, riconducendo la ricostruzione nel campo della responsabilità politica e amministrativa, non della Provvidenza o del destino di sangue.
Il “modello Friuli” non diventa prova di superiorità antropologica né trofeo nazionale da mostrare agli alleati, ma risultato di rapporti istituzionali, di una rete delle autonomie locali, di democrazia partecipativa, di logistica efficiente e politica economica ben calibrata dove lo Stato agisce come facilitatore di processi democratici.

Sul piano lessicale, Mattarella fugge dal nazionalismo sostituendo termini che evocano potenza con parole legate alla Costituzione e alla coesione civile. Invece di Orgoglio usa Solidarietà, Fraternità, Responsabilità; invece di Comando preferisce Patto, Coesione, Autonomie, perché la motivazione non risiede nella volontà eroica ma nella scelta consapevole dei cittadini. La guerra diventa monito per non ripetere, non esempio glorioso da emulare nell’estetica del sacrificio, mentre il “dov’era e com’era” è testimonianza della stratificazione storica necessaria per l’identità civile, non un dogma sacro.
La memoria si trasforma così in esercizio concreto di civismo dove la forza del Friuli risiede nel patrimonio sociale e civile, nella capacità dimostrata di far funzionare le istituzioni democratiche e la solidarietà tra persone reali che esercitano responsabilità, non in un’essenza mistica tramandata per generazioni come destino immutabile. La conclusione non è un appello alla stirpe ma un richiamo al patto repubblicano, alla coesione prevista dalla Costituzione: Mattarella usa l’evento storico del terremoto e della ricostruzione in Friuli per dimostrare che le istituzioni democratiche e le autonomie locali, se funzionano insieme, sono la vera barriera contro la distruzione.
Udine, Friuli, Europa.
Ho studiato filosofia del linguaggio a Bologna, semiotica e narratologia (Umberto Eco, Paolo Fabbri), per indagare le dinamiche comunicative e le strategie identitarie dei gruppi sociali, le narrazioni delle comunità dentro e fuori la Rete.
Progettista sociale, formatore e comunicatore: iniziative di promozione della Cultura digitale, per reti scolastiche e territoriali.
Social media manager e project manager (#udinesmart per Comune e Università di Udine, FriuliFutureForum per Camera di Commercio Udine). Attualmente insegno Sociologia dei media presso l’Università di Udine.
Da quindici anni curo una rubrica settimanale Licôf su Radio Onde Furlane, dedicata ai linguaggi e alle culture digitali.
- Giorgio Jannis
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