
Furio Bianco, storico delle classi popolari
Ascolta l’audio
La sera del 25 aprile 2026 Furio Bianco ci ha lasciati. Era nato a Fiume il 19 febbraio 1943. È sepolto ad Aiello, quello che era diventato il suo paese, il paese di Anna sua moglie, dopo essere cresciuto a Trieste, aver abitato a Pieris e, per un tempo che giudicava insopportabilmente breve, nella sua amatissima Fusea.

L’attività di storico e accademico di Furio è cominciata nel 1973 presso l’Università degli Studi di Trieste, dove dal 1985 insegnò Storia dell’Agricoltura e Storia economica e sociale. Nel 1998 si trasferì a Udine, dove rimase fino al 2014, anno del suo pensionamento, per ricoprire quell’insegnamento di Storia del Friuli previsto dallo statuto dell’Università. Alla storia economica e sociale del Friuli, a quel ‘caso’ che ne ha sempre fatto un’eccezione meritevole di indagine al confronto con la Terraferma veneta e l’Impero, Bianco ha dedicato studi cruciali, che spaziano dall’età moderna alla Restaurazione.
Furio ha molto amato la forma libro, a discapito di quella del saggio (che pure ha largamente praticato); ne ha pubblicati tredici, anche in più edizioni, e per altrettanti è stato curatore. La complessità dei contesti sociali ed economici che ha contribuito a ricostruire – nella loro interezza e vastità, dagli spazi litoranei fino alle montagne – trovava nella forma medio-lunga una soluzione appropriata. Il respiro dei suoi testi, accordato ad una scrittura asciutta e coinvolgente, prevedeva spazi ampi. Era una novità. Fin da Nobili castellani, comunità, sottani del 1983 (Casamassima) la lettura dei suoi libri forniva un percorso appassionato, una scoperta continua fatta di ampie pennellate e di soluzioni di cesello, nelle quali ricostruire strutture produttive ed episodi minuti, mai insignificanti, che consentivano di comprendere dinamiche sociali ed economiche profonde. E, novità nella novità, Furio fu fra i primi nella storiografia (non solo) friulana a trovare le condizioni per confezionare libri belli, dove il colore accompagnava il rigore della parola scritta: le tinte del pastello e dell’ocra delle mappe storiche del Friuli e della Carnia che tanto ha contribuito a far conoscere. Un repertorio, quello cartografico, fino a lui mai davvero valorizzato e che la sola pubblicazione valeva il prezzo del libro: un catalogo imponente, difficilmente riproducibile oggi. Non era un espediente estetico ma una scelta ponderata per dare forma alle strutture agrarie, alla costruzione del paesaggio, alla sua dimensione descrittiva – si consideri l’esperimento, anche in termini di ‘navigazione’ delle carte de L’immagine del territorio (Forum 2008) – e scientifica, come quella approntata dai periti impegnati nella preparazione dei catasti (Riforme fiscali e sviluppo agricolo nel Friuli napoleonico, Forum 2003).

L’opera sua più nota è stata indubbiamente 1511. La “crudel zobia grassa”, edita la prima volta nel 1995 (Biblioteca dell’immagine) nella collana ‘Frammenti di storia’ promossa dal Circolo culturale Menocchio, del quale fu collaboratore e amico. La novità, certo presente in quel libro ma stabilita al pari di una missione fin dagli esordi, era rappresentata da un oggetto di ricerca: i contadini, affrontato da un punto di vista fino ad allora quasi completamente trascurato. Le masse rurali, per Furio Bianco, non erano un soggetto passivo del divenire storico, ma disponevano di propria autonomia e capacità di azione che si esprimevano all’interno dei vincoli imposti dalle norme sociali, giuridiche e morali. La storia economica e sociale in Friuli è stata rinnovata grazie a questa scoperta, riconducendola ad un dibattito e confronto globali. Certo i precedenti non mancavano, ma ad affrontare di petto la questione, e dunque capire con quali fonti – scritte, orali, letterarie, materiali, simboliche… – darne forma, significava espellere dal localismo e dai pregiudizi un corpo sociale nella sua pienezza, restituendogli onestamente dignità d’indagine e situandolo nel proprio contesto (Le terre del Friuli, Astrea-Cierre 1994).
Comprendere la condizione dei contadini significava anche distinguere l’universo della subalternità dell’età preindustriale e non solo, stabilendo chi e come fosse effettivamente dedito al lavoro sulla terra. Le strutture agrarie, e i vincoli della natura, condizionavano nel tempo soluzioni differenziate, specie fra le montagne, nelle quali mettere alla prova l’amministrazione della giustizia e il contrabbando (Contadini, sbirri e contrabbandieri nel Friuli del Settecento, Biblioteca dell’immagine 1990), la storia delle risorse naturali e quelle dei mercanti (Nel bosco, Forum 2021), le istituzioni comunitarie e di matrice feudale (Il feudo benedettino di Moggio, Alea 1995). In particolare, una attenzione specifica, ma non isolata, Bianco riservò alla mobilità di ambulanti e tessitori carnici, ai quali, dopo il pionieristico lavoro Cramârs (Chiandetti 1992), ha dedicato anche l’ultimo suo libro, «Mistri cargnelli» in Istria (Deputazione di Storia patria per il Friuli 2024).
Questo impegno non comune nei confronti della montagna, e della Carnia in particolare, aveva trovato in un libro cardinale, Comunità di Carnia (Casamassima 1985) il suo punto di partenza. Le comunità, le famiglie che le componevano, le risorse collettive (i comunali), i boschi e i pascoli (e l’allevamento), il loro utilizzo e gli statuti che lo disciplinavano… Sono temi e prospettive di ricerca che si riscontrano nell’agenda della storiografia internazionale e che trovavano nella frequentazione del ‘luogo del delitto’ (era una formula che si auto-affibbiava volentieri), partecipe fino a decidere di viverci, una strategia perseguita costantemente: una scelta personale dai risvolti etici e scientifici. Lo scorso 27 dicembre 2025 a Povolaro, nell’ultima sua occasione pubblica fra le mille e più nelle quali è stato protagonista, l’Associazione culturale Giorgio Ferigo ha voluto celebrare il quarantesimo anno dalla pubblicazione di Comunità di Carnia, uscito lo stesso anno (1985) del primo saggio storico di Giorgio Ferigo, Le cifre, le anime: due scritti che continuano a determinare l’agenda della ricerca storica sulle montagne.

Fra i meriti indiscussi di Furio Bianco, per il quale tante e tanti lo ricorderanno con affetto e riconoscenza, c’è stata l’attenzione impegnata verso gli studenti e gli allievi, fin da quando, prima di abbracciare l’accademia, era stato insegnante nelle scuole medie e superiori. I rapporti che riusciva a instaurare con chi si trovava nella condizione di imparare da lui e con lui erano franchi e partecipi, mai distaccati. Chi ha avuto la possibilità di affiancarlo nelle ricerche, di qualsiasi grado, può confermare il rilievo che assumeva l’archivio, la sua frequentazione assidua, incessante, per non lasciar nulla d’intentato nell’esercizio del mestiere: s’imparava anche a vederlo ‘trattare’ le carte che aveva sott’occhi. Di ciò ne sono testimonianza le tante tesi di laurea e di dottorato da lui seguite, diverse delle quali diventate contributi rilevanti per la storia moderna e contemporanea del Friuli.
Se la portata del lascito è indubbia, c’è da chiedersi chi possa assumersi l’onore e l’onere di raccogliere questa eredità (dalle istituzioni alle persone), stabilito che sia ragionevole proseguire nel solco di quelle ricerche e di quel modo di fare. In un contesto accademico mutato e mutante, non scevro dal coinvolgimento dalla produzione di eventi prima della ricerca e dell’insegnamento, e nel quale un sano confronto è distorto dall’individualismo dei risultati, sembra difficile trovare spazi di manovra. E questo affanno lo si ravvisa pure in altre istituzioni culturali, sempre più dimentiche della propria memoria: gli archivi, le biblioteche, i musei, alcuni dei quali pure progettati, allestiti e promossi da Bianco.
In un libro fatto leggere e rileggere, e tanto amato da Furio, I caratteri originali della storia rurale francese (Einaudi 1973), Marc Bloch aveva scritto: «La storia è, prima di tutto, la scienza di un mutamento. Nell’esaminare i vari problemi, ho fatto del mio meglio per non perdere mai di vista questa verità. Tuttavia mi è accaduto – soprattutto trattando dei vari sistemi di sfruttamento dei terreni – di dover illuminare un passato molto remoto alla luce di tempi molto più vicini a noi. … vi sono anche casi in cui, per interpretare il passato, bisogna volgersi al presente, o, almeno, ad un passato molto prossimo» (p. XXIV). Crediamo che in questo esercizio, di metodo e di merito, fra quel che c’era e quel che rimane, leggendo nella terra quel che emerge dalle carte, Furio Bianco sia stato un maestro dal quale continuare a imparare, non soltanto per gli storici. Recuperare questa capacità significherebbe dare nuova dignità agli oggetti della ricerca – braccianti e tessitori, mendicanti e pastori, boscaioli e ambulanti, usurai e contrabbandieri… – e a chiunque la eserciti, per il bene di tutti.

