
Non è colpa dei ragazzi
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Il progetto “Si impara facendo” ha inteso dare voce a tematiche ritenute di grande rilevanza, come gli adolescenti, l’educare, l’apprendere facendo esperienze, le responsabilità degli adulti.
Nel percorso progettuale particolare attenzione è stata data a due questioni: gli adolescenti in difficoltà e l’educare nelle situazioni di emergenza, come è avvenuto in occasione del terremoto in Friuli del 1976.
Gli adolescenti in difficoltà e…senza colpa
Una parte importante dei ragazzi e delle ragazze si trova a vivere situazioni difficili e complesse, spesso alquanto gravi. Basti pensare:
- ai preadolescenti e adolescenti che abbandonano la Scuola (o che ne vengono abbandonati, come scrisse don Milani con i suoi ragazzi), nel senso di interrompere prematuramente la frequenza degli studi;
- ai minori stranieri non accompagnati, gli adolescenti che sono entrati nel nostro Paese e hanno trovato accoglienza in una comunità, ma si scontrano con enormi difficoltà nei processi di integrazione nel territorio;
- ai ragazzi che mettono in atto comportamenti violenti e a quelli che li subiscono;
- agli adolescenti che si fanno del male, si feriscono o, peggio, tentano di togliersi la vita;
- ai preadolescenti in ritiro sociale, coloro che rifiutano il contatto con la vita reale, le relazioni dirette e che richiedono uno sforzo collettivo (del mondo della scuola, della sanità, del terzo settore) per essere aiutati a uscire da una situazione fortemente a rischio.

La risposta a questi problemi è generalmente molto carente, se non totalmente assente, oppure limitata a interventi di carattere emergenziale, un approccio totalmente sbagliato per due ragioni: non si tratta di emergenze, ma di problemi esistenti da anni e anche da decenni, che non si vogliono affrontare in modo strutturale; l’intervento che viene messo in atto risulta quindi in tanti casi non efficace, poiché risponde alla stessa logica della frammentazione.
Ma i ragazzi non hanno colpa (non sono responsabili) di tante latitanze e silenzi del mondo adulto, seppure questo non significa affatto deresponsabilizzarli rispetto a tante situazioni, a comportamenti nei confronti dei quali non si può negare in alcun modo la loro parte di responsabilità, non dimenticando tuttavia che sono gli adulti a decidere se investire o meno nelle giovani generazioni, se occuparsi stabilmente e non occasionalmente dei loro problemi e dei loro diritti. Per andare in questa direzione è necessario che lo sguardo nei confronti dei ragazzi che vivono problemi rilevanti – e che è emerso dal lavoro finora svolto nel progetto – sia invece positivo, lo sguardo che deriva dalla quotidianità dell’affiancamento educativo da parte di tanti adulti, che ne conoscono direttamente le capacità di resilienza, il coraggio, la capacità di cambiare se trovano ambienti e persone che li mettano nella condizione di ritrovare fiducia in sè stessi.

L’impegno educativo con gli adolescenti, anche nelle emergenze
Le situazioni problematiche cui si è fatto cenno sottendono, di fatto, che anche l’educare sia un impegno complesso, difficile.
E’ difficile da sempre, lo è oggi ancor più poiché gli adolescenti non sono malati, ma confusi, privi di punti di riferimento nella vita interpersonale e sociale.
L’educare è difficile perché, come detto, rifugge da soluzioni semplicistiche ed emergenziali.
L’educare è difficile, è complesso perché il lavoro educativo non è mirato a modificare “semplicemente” un comportamento, un atteggiamento, poiché un intervento “a valle” non modifica alcunché nella mente dell’adolescente, che sarà fatalmente indotto a reiterare la condotta non positiva. Il vero cambiamento è quello a livello mentale ed è qui che si palesa la grande complessità del prendersi educativamente cura degli adolescenti in difficoltà (e non solo di loro), poiché si tratta di costruire un pensiero autonomo, diverso dalle precedenti e radicate convinzioni.
Da quanto detto risulta evidente la necessità di recuperare il senso dell’educare e dell’educare in questo momento storico e in questa società, altrimenti rischiamo davvero l’eclissi dell’educazione. Chi si occupa di educazione non può perdere di vista il contesto politico e sociale in cui opera e che, aggiungiamo noi, ha visto negli ultimi quarant’anni il progressivo affermarsi del neoliberismo, con il prevalere sul piano culturale, se non il dominio, di dimensioni come la competitività, la prestazione, il prevaricare sugli altri. Ciò è avvenuto con la quasi scomparsa di altre dimensioni come i diritti, la solidarietà, la giustizia sociale.
E’ urgente allora rilanciare la scelta dell’educazione – in tutti i contesti di vita dei ragazzi e come responsabilità comune degli adulti, delle istituzioni, delle comunità locali – chiedendoci innanzitutto quale idea abbiamo di essa.

Lezioni dal terremoto del 1976
Difficile si rivela l’educare (anche) quando ci si trova di fronte a situazioni drammatiche, impreviste, che si verificano in occasione di catastrofi come i terremoti e le alluvioni. Situazioni che sono davvero delle emergenze. La ricorrenza del terribile terremoto del 1976 in Friuli – del quale il prossimo 6 maggio ricorre il 50° anniversario – ci sollecita a fare alcune ulteriori considerazioni, distinguendo le lezioni (ciò che si è imparato) che riguardano i ragazzi da quelle riguardanti le comunità, i paesi, i quartieri.
L’essere comunità
Il territorio friulano era/è caratterizzato da paesi e borgate piccoli sul piano demografico, il che ha favorito nel tempo – assieme a molti altri fattori di carattere storico, geografico etc. – il consolidarsi di un senso diffuso di comunità, di legami di solidarietà fra le persone, legami che erano parte dello stile di vita. Il terremoto – come riferito dai partecipanti al convegno di Udine – non ha scalfito o, peggio, distrutto questo diffuso “sentire”, non si è perso il senso di comunità. Le installazioni provvisorie come le tende, le baracche hanno anzi favorito gli scambi fra i vicini di tenda, hanno promosso forme varie di aiuto reciproco, hanno diffuso la consapevolezza e la motivazione a ricostruire le case, gli edifici pubblici, le chiese, le vie di comunicazione e, soprattutto, le relazioni. Si può affermare che un evento che poteva mettere a terra un’intera popolazione si è rivelato un’occasione per rimettersi in moto, per ricostruire le comunità, per cercare delle risposte inedite (per esempio anche nel modo di fare scuola nelle tende) non solo per sopravvivere, ma per vivere una nuova vita.

I ragazzi e le ragazze
Molti gli spunti emersi rileggendo l’esperienza del terremoto con gli occhi di chi allora era bambino/a o ragazzo/a. L’aspetto forse principale è che già nel periodo immediatamente post-terremoto si è rafforzato negli adulti il senso di paternità e di maternità sociale, un sentimento già presente nelle comunità friulane, ma che si è consolidato così da guardare ai bambini e ai ragazzi come figli di tutti, a partire da coloro che avevano perso i familiari.
Ragazzi e ragazze, pur in una situazione indubbiamente difficile, di effettiva emergenza a tutti i livelli, forti della loro vitalità innata non hanno perduto la voglia di giocare, di muoversi in autonomia, di colmare il vuoto e il senso iniziale di smarrimento che si era creato con un’esperienza di grande libertà che i bambini e gli adolescenti allora ricordano bene, una libertà coniugata con il senso di responsabilità loro richiesto, sia dagli adulti che dalla oggettiva situazione.
Un altro aspetto molto sottolineato ha messo in evidenza un fatto di grande interesse rispetto alle modalità di interazione fra mondi diversi, quello delle giovani generazioni e quello adulto: bambini e ragazzi, in coerenza con la loro età, sono stati partecipi attivi della ricostruzione dei paesi e dell’organizzazione di vita dopo la catastrofe. Essi sono stati concretamente coinvolti, nel fare e nel discutere e così si sono sentiti utili e non spettatori passivi di quanto stava avvenendo.
I ragazzi non sono stati soverchiati o, peggio, schiacciati dal dolore (e dal terrore) che loro stessi hanno vissuto grazie a un ruolo di effettiva prossimità che tanti adulti (fra cui molti volontari) hanno assunto. Essi non hanno cercato di rimuovere o di eliminare la sofferenza, ma si sono affiancati ai bambini e ai ragazzi, li hanno accompagnati attraversando con loro la sofferenza, hanno fatto sentire la loro vicinanza, sono stati con i giovani e il loro dolore. Consentendo loro di attraversare una situazione veramente difficile e di uscirne diversi, più consapevoli, più maturi.
Forse, guardando all’oggi, il partecipare, il sentirsi utili, il vivere l’autonomia possibile, il sentire accanto a sé degli adulti (e delle istituzioni) positivi, esempi concreti di un modo di vivere solidale… possono rappresentare anche nel presente dei riferimenti fondamentali per accompagnare i ragazzi alla scoperta della vita. Le comunità locali hanno l’occasione per riprendere in mano la bellezza e la responsabilità dell’educare, costruendo percorsi di comune impegno fra ragazzi, adulti, istituzioni pubbliche, terzo settore.
Abito da sempre a San Martino di Campagna – Aviano. Marito, padre e nonno.
Per vent’anni educatore e formatore scout. Da volontario già promotore e direttore generale della Fondazione WELL FARE Pordenone. Componente il coordinamento del Forum del Terzo Settore del Friuli Venezia Giulia.
Ora responsabile nazionale della formazione e presidente del MoVI del Friuli Venezia Giulia
- Dino Del Savio
pedagogista sociale, già docente presso l'Università di Trieste, esperto di formazione di adulti e di lavoro di comunità.



