
Giochi senza frontiere per riaprire i confini, una protesta sotto la pioggia contro la sospensione di Schengen
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Sabato scorso, sotto una pioggia battente che non ha scoraggiato la partecipazione, si è svolta al valico del Rafut a Gorizia una manifestazione contro la sospensione del trattato di Schengen e la conseguente chiusura dei confini.
Confini che credevamo definitivamente superati grazie all’accordo Schengen, dopo tutta la sofferenza che avevano provocato separando comunità, famiglie, territori. Eppure, da oltre due anni i confini sono stati ripristinati, con continue sospensioni dell’accordo di Schengen. Il 25 novembre scorso è stata annunciata una nuova proroga di 6 mesi, fino al 18 giugno 2026, motivata con le Olimpiadi Milano-Cortina. Assurdo tanto più se leggiamo sul sito ufficiale dedicato al tour della fiaccola che la Fiamma illumina un luogo di confine tra Italia e Slovenia, celebrando un messaggio di pace e fratellanza che lo sport incarna”. Per questo, l’Associazione Ospiti in Arrivo di Udine, il Centro Balducci di Zugliano e Arci Gong di Gorizia, realtà da anni impegnate sul territorio nell’accoglienza, nella tutela dei diritti e nel sostegno alle persone in movimento lungo la rotta balcanica, hanno deciso di organizzare i Giochi senza frontiere, una protesta simbolica per denunciare queste contraddizioni in occasione del passaggio della fiamma olimpica a Gorizia.

Un presidio partecipato e determinato, che ha suscitato un forte interesse pubblico e riacceso il dibattito su sicurezza, diritti e politiche migratorie lungo una delle principali rotte di accesso all’Unione Europea. Nonostante il maltempo, numerose persone si sono ritrovate per esprimere la propria contrarietà a una scelta che, secondo i manifestanti, non solo è inefficace, ma produce gravi conseguenze umanitarie e giuridiche. Oltre ai giochi (tiro alla fune, bandierina, tennis e limbo), cartelli, interventi dal microfono e momenti di confronto hanno scandito una giornata che ha voluto riportare al centro del discorso pubblico tutte le persone direttamente colpite dalla chiusura dei confini.
Durante la manifestazione è stato pronunciato un discorso che ha messo in discussione il presupposto stesso delle politiche di chiusura. «Le persone non migrano perché i confini sono aperti – è stato ricordato – migrano perché non hanno alternative». Guerre, persecuzioni, crisi climatiche e povertà estrema sono le vere cause delle migrazioni, e nessun muro è in grado di eliminarle. Al contrario, la chiusura delle frontiere sposta i percorsi, rendendoli più lunghi, più pericolosi e più difficili da monitorare.
Chiudere i confini non ferma le migrazioni, degrada lo stato di diritto
Uno dei punti centrali dell’intervento ha riguardato le conseguenze concrete di queste politiche: l’aumento del potere dei trafficanti, il moltiplicarsi delle violenze, le morti nei boschi, nel deserto e in mare. «Quando i confini si chiudono, le migrazioni non si fermano: diventano solo più rischiose», è stato sottolineato, smontando l’idea che la chiusura possa garantire maggiore controllo o sicurezza.

Ma la critica non si è fermata all’inefficacia. È stata messa in luce una verità più scomoda: molte politiche di chiusura funzionano proprio attraverso la violenza e l’illegalità. Respingimenti sommari, negazione del diritto d’asilo, detenzioni arbitrarie e uso della sofferenza come deterrente non sarebbero effetti collaterali, ma parte integrante del meccanismo. «Il messaggio è chiaro: se soffrite abbastanza, forse gli altri non verranno. Ma la sofferenza non ha mai fermato la migrazione, ha solo aumentato il numero dei morti».
Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato lo Stato di diritto. Normalizzare la violenza contro chi migra significa, secondo i promotori della manifestazione, indebolire le garanzie giuridiche per tutti. Una legge che non vale per i più vulnerabili è una legge che rischia di smettere di valere in generale. In questo senso, il confine diventa uno spazio di sospensione del diritto, anziché il luogo in cui uno Stato dimostra la propria forza morale.
Le rotte balcaniche, più volte richiamate nel corso della giornata, rappresentano un esempio concreto di questo fallimento: respingimenti illegali, centri sovraffollati, pestaggi e sfruttamento sono realtà documentate che continuano a consumarsi lontano dai riflettori, ma non lontano dalle responsabilità politiche europee e nazionali.
La manifestazione ha voluto ribadire che la dignità umana non conosce confini e che le leggi internazionali esistono per proteggere chi è vulnerabile, non per renderlo invisibile. La richiesta non è quella di “frontiere aperte” senza regole, ma di politiche responsabili: vie legali e sicure, rispetto del diritto d’asilo, cooperazione internazionale e interventi sulle cause profonde delle migrazioni.
«Non si tratta solo di migranti – è stato detto in chiusura – ma di noi, della società che stiamo costruendo». Proteggere vite e diritti richiede più coraggio che alzare barriere, ed è una scelta che definisce il futuro collettivo. Sotto la pioggia, sabato, questo messaggio è risuonato forte: chiudere i confini può sembrare una risposta semplice, ma non è una risposta giusta.

Chiudere i confini costa, una spesa senza ritorni
A queste conseguenze umanitarie e giuridiche si aggiunge poi un aspetto spesso rimosso dal dibattito pubblico: il costo economico della militarizzazione dei confini, stimato dai 30 ai 45.000 euro al giorno per un totale di oltre 22 milioni di euro. La presenza prolungata di agenti di frontiera, forze di polizia ed esercito comporta una spesa ingente a carico dei contribuenti italiani, fatta di straordinari, mezzi, logistica e infrastrutture temporanee. Risorse pubbliche che vengono impiegate per una strategia che, come dimostrano i fatti, non ferma le migrazioni ma ne aumenta solo la pericolosità.
Nel corso della manifestazione è emerso anche il malcontento di molti abitanti del territorio, che vivono quotidianamente le contraddizioni di queste scelte politiche. In numerosi comuni del Friuli Venezia Giulia, la presenza delle forze armate è diventata più visibile e costante dell’accesso ai servizi essenziali. «Non abbiamo il medico di famiglia, ma abbiamo l’esercito sotto casa», è una delle frasi più ricorrenti tra i residenti, che denunciano una sanità territoriale sempre più fragile e una carenza cronica di personale medico.
Il messaggio che ne deriva è emblematico: mentre mancano investimenti nella salute, nel welfare e nei servizi di prossimità, si trovano fondi per rafforzare controlli e presidi militari. Una scelta che solleva interrogativi profondi sulle priorità politiche e sull’uso delle risorse pubbliche, soprattutto in aree già segnate dallo spopolamento e dalla riduzione dei servizi.
Una situazione a cui non possiamo e non vogliamo abituarci.
“Quei confini che oggi qualcuno vuole rispolverare sono gli stessi che generazioni di europee ed europei hanno lottato per superare. Sono i confini che il sogno europeo ci ha insegnato a vedere come ponti e non come muri, su cui l’Unione Europea ha fondato progetti ed economia, facendo crescere le “generazioni Erasmus” con la pratica quotidiana della libertà di esercitare diritto a spostarsi per imparare o lavorare. Rivendichiamo con forza il sogno europeo, nato dalla pace e dalla libertà di movimento. Rivendichiamo la nostra storia di accoglienza, di pluralità linguistica e culturale, di apertura verso chi arriva e verso chi parte.”
Così si chiude l’appello lanciato dalle associazioni, che si può leggere e firmare al seguente link: https://forms.gle/kCnruqSghZwj8HaL8
Volontaria dell'associazione Ospiti in Arrivo odv di Udine. Si occupa in particolare delle attività legate alla rotta balcanica.



