
Province e diocesi al redde rationem delle loro aree vaste
Indice dei contenuti
La cosa non appassiona più di tanto nè gli elettori nè il popolo dei fedeli, ma è bene ricordare che sia la Chiesa sia lo Stato hanno da sempre dato vita ad un “ente intermedio” o di “area vasta” tra il potere centrale e le comunità locali, organizzate in Parrocchie e Comuni. La Chiesa da tempo immemorabile ha inventato le Diocesi, gli Stati, pur con nomi talvolta diversi, hanno definito le Province: Vescovi e Prefetti al comando e in rappresentanza di poteri spirituali e temporali.
I popoli più “fortunati” hanno talvolta visto unificati i due poteri, ma la cosa è festeggiata ormai quasi solo da noi in Friuli. Sorprende che qualcuno oggi proponga non tanto l’unificazione dei due ruoli di comando quanto almeno l’allineamento geografico delle dimensioni. La storia di Aquileia colpisce ancora.
Chi scrive, curiosamente, si ricorda di aver presentato in proposito una legge regionale circa 45 anni fa, senza soverchia fortuna amministrativa, ma utile per costruire un quadro conoscitivo generale di quanto riguarda l’attuale Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.
Si scopre infatti che la (arci)Diocesi di Gorizia esonda in parte della Provincia di Udine nel cosiddetto Cervignanese, che la Provincia di Pordenone non coincide con la Diocesi di Concordia (Sagittaria)-Pordenone essendo regione Veneto e provincia di Venezia tutto il Portogruarese. Non si dimentichi che Sacile appartiene alla Diocesi di Vittorio Veneto (in passato Ceneda), nome inventato così come la omonima battaglia. Fino a pochi anni fa peraltro Sappada, pur essendo nella Provincia di Belluno, era nella (arci)Diocesi di Udine, cosa riallineata grazie alla recente entrata in Friuli-Venezia Giulia dei sappadini.
Premetto che quanto sopra descritto non è storia passata in seguito alla eliminazione delle Province amministrative nel 2016 da parte della Regione. Le Province quali articolazioni decentrate dello stato italiano sono vive e vegete e ne esprimono la gestione dei poteri in materie fondamentali quali ad esempio la giustizia e l’ordine pubblico. Non si tratta di una pura organizzazione statistica in relazione al conteggio degli abitanti e delle loro automobili ma di un essenziale potere dello stato che si avvale di propri uffici e di organi monocratici di comando come il Prefetto e il Questore, sovra ordinati, nelle loro competenze, rispetto agli organi territoriali costituiti dai Comuni e in posizione ambigua rispetto alla stessa istituzione regionale.
I cambiamenti in itinere
Nel sistema meta-gerarchico dello Stato italiano ci troviamo quindi ad avere 4 livelli di interazione, centrale, regionale, provinciale, comunale, che peraltro dunque esistono anche attualmente in Friuli-Venezia Giulia pur avendo abrogato il livello amministrativo provinciale quale spazio del sistema regionale degli Enti Locali.
La attuale proposta di reintroduzione di tale istituzione, pur con una eventuale denominazione diversa, si colloca quindi come riproposta di un ulteriore livello.
La Chiesa cattolica, ormai quasi adeguata alla dimensione statale, non esprime un livello regionale (tali non sono le conferenze episcopali) e di fatto, addirittura nello spazio globale, gode di tre unici livelli di comando con vertici eletti o di nomina. La democrazia è ridotta al minimo ma la cosa funziona, si fa per dire, da migliaia di anni.
Nella nostra civile repubblica non credo che sia oggi utile un livello intermedio di decentramento amministrativo per rendere funzionali, su dimensioni adeguate, le organizzazioni dei servizi pubblici forniti ai cittadini. Le cose già si fanno (e/o si possono meglio fare) e non serve inquadrarle in un nuovo ente.
Semmai la discussione dovrebbe aprirsi sulle continue modalità di affidamento ai privati di tali funzioni e forniture.
Credo invece sia necessario tentare percorsi diversi rispetto a quello della proliferazione istituzionale classica per rispondere ad esigenze che effettivamente si palesano nella concretezza della gestione dei territori nelle loro potenzialità di evoluzione. Il dibattito attuale è prigioniero di un modello di articolazione istituzionale in cui si vuole definire a priori lo spazio di competenza conteso tra i diversi soggetti che agiscono su un determinato territorio: così, per quanto riguarda la (re)introduzione delle Province o delle Aree Vaste, si va alla ricerca di quanto sottrarre alla Regione ed ai Comuni per definire il pacchetto di competenze del nuovo ente. Ma non è di questo che il territorio ha bisogno.
Una proposta non in linea con la voce del convento
Il Friuli soprattutto è un mosaico di territori. Culturali, sociali, ambientali, economici. Le diversità che caratterizzano il Friuli e Trieste chiedono di costruire modelli di “governance” in cui i diversi livelli istituzionali esistenti si compenetrano per produrre visioni e decisioni di prospettiva adatte al particolare tema da affrontare. C’è necessità di luoghi, adeguatamente diffusi, di analisi, proposta e confronto, e magari anche di mediazione, in grado di correlare la visione di più interlocutori sulla progettualità necessaria ad affrontare le questioni che si riferiscono ad una dimensione territoriale identificabile.
Ad esempio ambiti come quello energetico, di qualificazione insediativa e produttiva, di confronto con le risorse materiali disponibili, in altre parole “le politiche della resilienza”, non domandano solo organi di governo ma pratiche elaborative e decisionali istruite e tali da diventare autorevoli.
Basta pensare alle attuali difficoltà nell’affrontare il tema del “governo” dei fiumi. E ancora di più questo vale per temi che si presentano a macchia di leopardo come le presenze di minoranze linguistiche da valorizzare.
Per questo ritengo che parlare di “aree vaste” o neo-Province (virtuali) possa avere un senso se vengono concepite come luoghi a geometria variabile, nello spazio e nel tempo, che siano in grado di promuovere e focalizzare interlocuzioni finalizzate alla costruzione di risposte ad esigenze territoriali, gestibili con la cooperazione di vari soggetti istituzionali (e di quanto di “istruito” il singolo territorio proponga) che possano portare il loro contributo in una logica di collaborazione e non di subordinazione.
Quindi non istituzioni di autonomia o decentramento locale (di una ben definita area vasta e con competenze amministrative di ruolo) ma agenzie “politiche” di promozione, gestione e valutazione di azioni concrete di intervento capaci di attivare iniziative e risorse. Agenzie in grado di “fare” ma anche di “pensare”. Non puri organi tecnici di supporto operativo ma strumenti di “istruzione” di percorsi democratici.
Rinnovare un patto tra i territori
In tale senso va pertanto ricostruito un modello regionale che rilanci la sua originaria prospettiva di “patto tra i territori”, identificando le caratteristiche specifiche che possano attivare aree spaziali (e forse in alcuni casi anche tematiche) in una pratica politica rivolta a ricercare la soluzione di problemi piuttosto che la conquista di poteri.
La definizione della “governance” di queste agenzie politiche può trovare risposta non in un voto diretto dei cittadini ma in una selezione di secondo grado che permetta di renderle responsabili sia nei confronti degli enti locali del territorio coinvolto che rispetto ad un Consiglio Regionale la cui legge elettorale potrebbe venire ricostruita diversamente da quella attuale, dando rappresentatività allo stesso concetto di “area vasta”. Così peraltro potrebbe essere ripensata e riformata la stessa rete comunale, oggi asfittica e agonizzante nelle realtà minori.
E le diocesi cosa c’entrano? Fanno soprattutto riflettere sulla opportunità di connettere la cura delle anime con quella dei corpi. Forse sono solo un residuo del passato. Ma non sempre.
In alcuni casi, come per il Friuli Orientale e per la metafora di Aquileia, possono permettere di intrecciare relazioni progettuali significative nella stessa elasticità di azione delle Agenzie. Nelle altre, dove lo spazio indica una continuità oltre gli attuali confini della Regione, possono analogamente permettere di costruire non estemporanee relazioni di comune prospettiva di governo del territorio. Si potrà così proiettare la stessa azione pubblica anche in spazi in cui una coerenza serve fortemente. Il caso del tratto terminale del Tagliamento sta lì ad aspettare…
Attivo in politica dai primi anni Sessanta del secolo scorso, è stato consigliere regionale di opposizione per tre legislature e per due mandati assessore all’Urbanistica e alla Mobilità del Comune di Udine, presidente regionale di Legambiente FVG negli anni Novanta e Duemila. Saggista, ha decine di pubblicazioni all’attivo. Collabora con testate di informazione locale su temi di attualità politica, sociale ed economica.
- Giorgio Cavallo
- Giorgio Cavallo
- Giorgio Cavallo

