
Gorizia-Nova Gorica oltre il 2025, una voce dal passato, uno sguardo al futuro
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Nulla da contestare. Un buon programma culturale ed una idea di amicizia trans frontaliera genuina e fortemente sentita da gran parte della gente. Ma c’è un futuro per le due città? Un po’ di polvere accumulata scompare ma la percezione di una ripulita superficiale permane. La storia va riletta e interpretata un po’ più a fondo e magari è in grado di suggerire realmente qualche prospettiva di futuro.
Punto di partenza: Gorizia e Nova Gorica sono due città in agonia. Non siamo più ai tempi della fondazione della Arcidiocesi di Gorizia del 1751 quando l’area di riferimento assunse la sua più ampia dimensione storica.
Oggi andrebbe rilevato l’andamento dei dati socio economici e demografici nel quadro degli ultimi trentacinque anni ma il quadro della loro tendenza marginale sia in Italia che in Slovenia è evidente. Non tanto i territori di “competenza” quanto proprio le città. Se Gorizia ad inizio 900 era un riferimento culturale essenziale per il mondo sloveno oggi certamente nella graduatoria è ben lontana dai vertici e così la Gorizia italiana non è altro che una appendice lamentosa di Trieste e Monfalcone. Il 900 ha fatto sfracelli ma non solo con le repressioni etniche e con le foibe.
Parto da Nova Gorica. Non è una città slovena, ma yugoslava. La scritta sul Sabotino ”(naš) Tito” lo certifica. Minaccia probabilmente non rivolta alle destre italiane (perseguitate forse da un inconscio senso di colpa) come i nostalgici credono ma a quella identità slovena che continua a vivere a Gorizia e che, in continuità con il 47, ha preferito l’Italia al comunismo. Così come ad essa erano rivolti i fuochi che nel decennio post bellico assediavano la città nei giorni vicini al I° Maggio.
Un secolo lungo per tutti
Minuzie di dettaglio, ma il 900 per gli sloveni è stato drammatico, a partire dal “tradimento” dell’autunno del 1918 con la scelta del Regno dei Serbi e Croati piuttosto che una federazione austriaca non solo tedesca.
Le occupazioni fascista e nazista del quarto di secolo successivo ne hanno ulteriormente incrinato la sensibilità di appartenenza ad una comune storia yugoslava, e poi la fuga dai serbo-croati negli anni 90 con un rientro totale nell’Europa centrale non è stata certo indolore. Ma ce l’hanno fatta e probabilmente uno dei prezzi è stato scoprire l’inutilità della costruzione della città “nova”. Il logico obiettivo meta-politico-geografico per chiunque abbia un po’ di sale in zucca è di ritrovare la Gorizia “slovena” abbandonata (o persa) nel 1918.
Ma questo obiettivo non può essere estraneo anche ai successori di chi, di diversa estrazione nazionale-culturale, persa la battaglia federale con la fine dell’Impero nell’autunno 1918, rivede la multi-etnica Gorizia della Contea (di Gorizia e Gradisca) come lo spazio fisico che nella post modernità dei non più stati-nazione potrebbe chiudere i secoli drammatici del nazionalismo. La difficoltà è tutta italiana perché la Contea era sostanzialmente abitata a nord est da sloveni ed a sud ovest da friulani con una città comandata per secoli da una aristocrazia “germanica” e poi da una borghesia di commercianti e professionisti italiani (e un po’ ebrei).
La competizione etnico-nazionale all’interno dello spazio dello stato asburgico e la mancanza di una leadership culturale (che per gli sloveni provenne da clero e letterati) impedì alla componente friulana di esprimersi come nazionalità, affidandosi prevalentemente alla politica (intesa come buona amministrazione) e pensando di trovare nello spazio culturale italiano la difesa della propria presenza territoriale. Anche di fronte alla aggressività della proposta trialista per l’evoluzione dell’impero.
Le contraddizioni di G.I. Ascoli stanno tutte dentro questa logica. E la conclusione fu, dopo la grande guerra, il Friuli sentinella della patria in difesa del nemico “todesc e sclaf”.
Storia, geografia, un po’ di fantasia
Cose del passato? Assolutamente no, viste anche le polemiche ed i mal di pancia diffusi per una Città Europea della Cultura che sembra trascurare i contributi tedeschi e friulani. Ma anche perché la geografia non è una disciplina immobile e magari le sue traduzioni fisiche e politiche possono trovarsi ad esprimere innovazioni fino a ieri improbabili. Non è detto che unificare due città in agonia possa essere una soluzione ma il loro territorio comune esprime ben maggiori potenzialità e può permettere una uscita dignitosa dalle sopraffazioni. La presenza italiana e friulana è minoritaria ma anche gli sloveni, passata un po’ di sbornia nazionalista (anche Pogacar non è eterno) non sono più quelli di una volta, e una esperienza trasformativa unitaria, proprio nelle congerie geo politiche dell’oggi, può dire molto.
C’è nello stato italiano una Provincia autonoma, quella di Bolzano, che proprio grazie alla sua plurinazionalità è ai vertici dello sviluppo socio economico, e forse il suo modello in un quadro europeo, potrebbe costituire un riferimento da tener presente.
Che sia un orizzonte nel quale far evolvere il GECT, come suggerisce Andrea Bellavite?
Naturalmente queste mie considerazioni sono debitrici di immagini del passato, quando le quattro presenze culturali-nazionali erano in qualche modo visibili nella realtà di ogni giorno, ma anche quando la cortina di ferro era già scomparsa nel 1956 con l’avvento della Propusniza e degli accordi di Udine in un continuo scambio popolare di merci e servizi che tristi ricordi e commemorazioni comunque non scalfivano.
Nella sostanza, a parte il teatrino della politica e le sopraffazioni dei diversi momenti (con il prevalere delle divise), non hanno quasi mai chiuso lo spazio di collaborazione tra popolazioni in una profonda differenza con quanto nel tempo si sviluppava a Trieste.
Togliatti tra il 1945 e il 1946 si era quasi convinto di una sensata appartenenza di Trieste all’Italia e Gorizia alla Jugoslavia. Da un punto di vista puramente geografico non era un tradimento, ma una valutazione politicamente disastrosa. Ma oggi le ibridazioni degli stati-nazione stanno diventando imprevedibili, e magari fra qualche anno ci sarà la proposta di rinominare il Golfo di Trieste con “Golfo del Bengala del Nord”. Il futuro della Contea di Gorizia e Gradisca con le sue possibili sorprese non deve quindi farci paura. Per ora non ci resta che sperare in un boom turistico delle presenze ammaliate dalla novità esotica della trans frontalierità. Ma nel frattempo pensiamoci sopra.
Attivo in politica dai primi anni Sessanta del secolo scorso, è stato consigliere regionale di opposizione per tre legislature e per due mandati assessore all’Urbanistica e alla Mobilità del Comune di Udine, presidente regionale di Legambiente FVG negli anni Novanta e Duemila. Saggista, ha decine di pubblicazioni all’attivo. Collabora con testate di informazione locale su temi di attualità politica, sociale ed economica.
- Giorgio Cavallo
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