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Cora copertina

Cora Slocomb, di lei si parlerà il 9 febbraio ai Colonos


Cora Slocomb, protagonista dell’incontro di In File, suscita stupore e ammirazione per la vastità degli interessi, la fusione armonica di pragmatismo e creatività, l’attenzione solidale ai contesti in cui si situa la sua vita. Una donna formidabile tuttora poco conosciuta anche nei luoghi dove più preziosa è stata la sua azione, cancellata dalla storia come tante altre donne di talento. Nel libro a lei dedicato, Cora Slocomb di Brazzà, l’ingegno e il coraggio (Gaspari 2024), cerchiamo di renderle giustizia. 

Cora Slocomb nasce a New Orleans nel 1862 in una famiglia agiata e lungimirante, che le trasmette valori e saperi, e le consente di conoscere il mondo. Da bambina studia in Nord America, a tredici anni incontra l’Europa nel primo di molti viaggi, a ventuno studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Monaco. Entrando in contatto col Vecchio Mondo ne apprende le lingue (tedesco, francese, italiano) e ne approfondisce la cultura, ampliando il patrimonio conoscitivo legato all’origine americana e all’etica protestante. 

Determinante negli anni ottanta è l’incontro con il conte Detalmo Savorgnan di Brazzà – il fratello di Pietro, l’esploratore del Congo – di cui si innamora, e incurante della differenza d’età, lo sposa a New York nel 1887. Grazie a lui scopre il Friuli, una terra che la incanta per la sua bellezza e la turba per la sua miseria: della popolazione contadina coglie la fatica, l’indigenza che spinge a emigrare; a interessarla è soprattutto la condizione le donne, che si sente chiamata ad alleviare. E straordinariamente vi riesce: aggirando gli intralci del sistema patriarcale, realizza il progetto che forse le sta più a cuore, e fonda le Scuole Cooperative del Merletto. La sua filantropia, sempre aliena dall’elemosina, offre a donne e bambine la possibilità di crescere e cambiare, di formarsi a un lavoro e guadagnare una fonte di reddito: il che significa affrancamento e autonomia. 

Creando opportunità di lavoro, Cora spera di arginare l’emigrazione: un tema a lei caro, che la coinvolge, poiché lei stessa si sente un’emigrante – agiata, ma pur sempre emigrante. Un’attenzione che intorno al 1906 la porta a elaborare un piano di straordinaria modernità – ne mette al corrente, tra gli altri, il presidente Roosevelt – che prevede la formazione alla lingua e alla cultura americane, per consentire agli immigrati in arrivo di essere utili a sé e alla società che li accoglie. Un progetto che Cora non riesce a realizzare, costretta da un male incurabile a uscire di scena, e a vivere i molti anni che le restano (Roma 1944) lontana dai luoghi e dalle persone che ha amato.

Ma tornando al suo impegno degli anni novanta, numerosi interventi si aggiungono alle scuole del merletto: un laboratorio di giocattoli in cui si producono animaletti, bambole di pezza con testine di porcellana acquistate a Norimberga; le fiere di emulazione agricola che favoriscono la cura dei prodotti e stimolano una sana competizione. Cora non solo opera direttamente, in prima persona, ma induce altri ad agire: convince Filippo, il cognato botanico, a commercializzare le bianche, profumatissime violette di Brazzà, che raggiungono i mercati di Alessandria d’Egitto, San Pietroburgo, New York; persuade la famiglia Delser ad avviare una produzione industriale di biscotti.

E intrecciata all’Italia, l’America: la Chicago dell’Esposizione Universale del 1893, a cui Cora partecipa con una collezione di merletti e ricami antichi forniti dalla Regina Margherita e da altre nobildonne italiane. All’Italia rimandano gli splendidi manufatti (premiati con la medaglia d’oro), e ancor più lo splendido discorso di Cora, in cui presenta la sua patria adottiva al pubblico americano. Usando l’immagine del treno e il ben noto riferimento a Venezia, si addentra in un territorio sconosciuto a chi l’ascolta: percorre la pianura veneta e arriva in Friuli, nella “piccola, prospera città” di Udine; in carrozza attraversa la campagna, ricca di vigneti e filari di gelsi; giunge infine al castello, alla scalinata dove attendono il suo arrivo le merlettaie, ragazze e bambine “vivaci e allegre come gazze”. Un discorso di singolare bellezza, in cui confluiscono temi apparentemente alieni, economici e sentimentali: la ricerca di nuovi mercati per i prodotti italiani si intreccia con struggente intensità all’amore per le “laboriose donne pazienti” della campagna friulana.

All’Italia si lega anche l’inimmaginabile impresa compiuta da Cora a New York nel 1896: perché Maria Barbella, che lei salva dalla pena di morte, è un’emigrante italiana rea confessa dell’omicidio del suo seduttore. Maria è la prima donna condannata alla sedia elettrica, e in quanto tale riveste un ruolo di capitale importanza nella cosiddetta guerra delle correnti in cui, visti gli enormi interessi in gioco, si scontrano Edison a Westinghouse – corrente continua vs. corrente alternata. Nella campagna a favore della riapertura del processo, Cora coinvolge i direttori dei più importanti giornali di New York, mettendo a rischio la sua stessa incolumità: a proteggerla dalle minacce di morte sarà un bodyguard d’eccezione, Joe Petrosino, il poliziotto italiano naturalizzato americano, acerrimo nemico della Mano Nera. Cora raggiunge il suo obiettivo il 10 dicembre, quando Maria viene assolta. 

Nel 1896 a Boston, Cora realizza anche un’aspirazione finora lasciata in sordina, e pubblica due lavori letterari: una pièce teatrale (A Literary Farce) e un romanzo (An American Idyll), che correda di suggestive e puntuali illustrazioni. Due testi apparentemente molto diversi, distinti per genere letterario (teatro e narrativa), e soprattutto per le storie di cui trattano. In un caso, in un immaginario altrove, a occupare la scena è una baronessa aspirante scrittrice, in ansiosa attesa del giudizio di un agente letterario; nell’altro, in Messico, si narra la vicenda di una ragazza indiana al servizio di uno scienziato bianco, che ripaga la sua abnegazione con l’inganno e il tradimento. Due testi in apparenza lontani, che tuttavia rivelano sorprendenti affinità, e smentiscono le promesse beneauguranti dei titoli: infatti la “Farsa” non è una farsa e “l’Idillio” non è un idillio. In entrambi i casi il tema è estremamente serio e coinvolgente: non consente spazi alla comicità e incrina le speranze del lieto fine. La condizione femminile che motiva Cora nelle azioni concrete, è anche l’asse portante della sua scrittura che implacabilmente svela l’asimmetrica relazione di potere su cui si struttura la convivenza di maschile e femminile. La frustrazione, la delusione, la sofferenza allacciano in un comune sentire la signora altolocata e la ragazza indiana, e coinvolgono Cora in sporadiche allusioni autobiografiche: trasparenti nella farsa, opache e complesse nel romanzo. 

Lascio la conclusione a Cora, alla sua consapevolezza e sensibilità che molto possono ancora insegnare:

Il mio romanzo non è che la vecchissima storia della civiltà che cerca di impossessarsi di tutto ciò che ritiene prezioso, e di scartare senza darsi pensiero ciò di cui momentaneamente non ha bisogno. Di anno in anno le foreste sono abbattute e bruciate, le erbe aromatiche sepolte dall’aratro; si scavano canali, e senza pietà si colpisce e si sfregia la faccia della natura, come fosse il volto di uno schiavo inerme. Dovranno passare decenni prima che la mano salvifica dell’arte riesca a restituire l’antica bellezza; e tutto questo perché? Perché la stella polare dell’essere umano è stata la cupidigia e non il miglioramento solidale dell’umanità.
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Già professore ordinario di letteratura inglese presso l’Università di Udine, ha pubblicato studi monografici e saggi su Shakespeare, Milton, Dryden, sulla narrativa vittoriana e novecentesca. Ha tradotto testi di drammaturgia secentesca e contemporanea, e romanzi di Elizabeth Gaskell, Anne Brontë, Virginia Woolf. In campo traduttivo l’autore a cui ha prestato maggiore attenzione è Charles Dickens, di cui ha tradotto vari romanzi e racconti. Su Cora Slocomb ha scritto vari saggi e curato il libro a lei dedicato, Cora Slocomb di Brazzà, l’ingegno e il coraggio.

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