
Il direttore del CIRF Goltara sul Tagliamento: conoscerlo, rinaturalizzarlo, vigilarlo.
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Andrea Goltara, direttore del CIRF – Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, ha aperto il suo intervento, nel corso del convegno promosso da Legambiente FVG presso il Castello di Ragogna, ricordando come il percorso che ha portato all’approvazione del Regolamento europeo sul ripristino della natura, la Nature Restoration Regulation, sia stato lungo e complesso, ma abbia portato a una delle norme più importanti degli ultimi decenni in campo ambientale. Dopo anni di politiche concentrate sulla conservazione, l’Europa ha deciso di compiere un passo ulteriore, introducendo un obbligo di ripristino attivo degli ecosistemi degradati. Un cambio di prospettiva importante, che non riguarda solo le aree protette, ma tutto il territorio: pianure, montagne, fiumi, zone agricole, aree urbane.
“Per la prima volta l’Europa non si limita a difendere la natura, ma riconosce che la sua salute è la condizione stessa della nostra prosperità e quindi un elemento chiave della nostra economia”, ha commentato Goltara. Per l’Italia, questa norma può rappresentare uno stimolo a rivedere politiche e priorità, integrando gli obiettivi ecologici in quelli economici e territoriali. Serve una visione che unisca sviluppo e ripristino, capace di mettere in rete agricoltura, turismo, energia e gestione delle acque.”

Ha poi ricordato come l’Italia si trovi ora davanti a una doppia sfida: da un lato rispettare gli obiettivi fissati a livello europeo, dall’altro trasformarli in azioni concrete, coerenti con la complessità dei nostri territori, sottolineando che il nuovo regolamento nasce in un momento cruciale, segnato dalla perdita di biodiversità, dall’erosione del suolo e dall’aumento di eventi climatici estremi. “Non si tratta più di limitare i danni” ha spiegato, “ma di ricostruire relazioni ecologiche interrotte, di ridare spazio e funzioni ai sistemi naturali.” Un messaggio che vale in particolare per i fiumi, spesso ridotti a canali o serbatoi, e che invece possono tornare ad essere infrastrutture naturali preziose in grado di fornire importanti servizi ecosistemici.
La Nature Restoration Regulation prevede, entro il 2030, il ripristino di almeno il 20% delle aree terrestri e marine e, nello specifico per gli ambienti fluviali, oltre al recupero degli habitat acquatici, interventi che assicurino che almeno 25.000 km di corsi d’acqua tornino ad essere “free flowing”, liberi di scorrere. Numeri che possono sembrare ambiziosi, ma che diventano realistici se si considera la quantità di opere presenti lungo i fiumi italiani ed europei: dighe, briglie, argini e canalizzazioni che sono obsolete o che creano più danni che benefici e che è quindi opportuno rimuovere o spostare più lontano dall’alveo fluviale.

Secondo Goltara, il ripristino dei corsi d’acqua non deve essere visto come un lusso o un intervento esclusivamente ambientale, ma come un investimento sulla mitigazione del rischio e sulla resilienza. “Restituire spazio ai fiumi – ha spiegato – significa ridurre il rischio di alluvioni, migliorare la ricarica delle falde e la qualità dell’acqua, creare corridoi ecologici e paesaggi più vivibili.” Ha poi ricordato come il Tagliamento, il grande fiume alpino che scende dalle Dolomiti fino all’Adriatico, rappresenti un caso emblematico. È considerato l’ultimo grande fiume relativamente naturale delle Alpi, un ecosistema ancora capace di trasformarsi, spostarsi, rigenerarsi. Per questo, ha spiegato, “il Tagliamento non è solo un fiume da difendere, ma un laboratorio a cielo aperto da cui imparare.” La campagna Free Tagliamento, promossa da associazioni e organizzazioni ambientaliste con il sostegno del CIRF, nasce proprio per proteggere questa unicità da nuovi tentativi di artificializzazione e, insieme, per proporre un modello di gestione che metta al centro la naturalità fluviale.
Goltara ha però avvertito che il Tagliamento non è immune dalle pressioni del cambiamento climatico e delle trasformazioni del territorio. “Non basta proteggerlo sulla carta,” ha detto. “Bisogna vigilare perché le sue dinamiche naturali continuino a funzionare.” È necessario considerare il fiume nel suo complesso, come un sistema che collega le Alpi al mare, le comunità montane a quelle costiere, le pratiche agricole alle strategie di adattamento climatico.

Entrando nel merito delle politiche ha evidenziato la necessità che l’Italia si doti di piani di attuazione chiari e realistici. Ogni Stato membro dovrà infatti elaborare, entro due anni dall’entrata in vigore del regolamento (e uno anno abbondante è già passato), un piano nazionale di ripristino. “Il rischio,” ha avvertito, “è che ci si limiti a una serie di azioni simboliche o a progetti isolati, senza una visione d’insieme.” Per evitarlo serve un coordinamento efficace tra ministeri, regioni, autorità di bacino ed enti locali. Ed ha aggiunto che per “rinaturare servono ingegneri, ecologi, paesaggisti, ma anche amministratori in grado di leggere il territorio con occhi nuovi”. In questo il CIRF, che da anni si occupa di promuovere la cultura della riqualificazione fluviale, continuerà a svolgere un ruolo di supporto e formazione.
Un altro punto centrale dell’intervento ha riguardato la necessità di un cambio culturale: ha invitato a superare l’idea, ancora radicata, del fiume come problema da risolvere. “Per troppo tempo abbiamo gestito i corsi d’acqua come oggetti da contenere e controllare, ora dobbiamo imparare a convivere con la loro dinamicità, riconoscendo che la riduzione del rischio non nasce dal cemento, ma dalla conoscenza e dal rispetto dei processi naturali. ”Un cambiamento che non può essere imposto dall’alto, ma deve coinvolgere le comunità. “I cittadini devono essere parte del processo, non spettatori -ha spiegato – perché solo se comprendono il valore di un fiume libero potranno sostenerne la tutela.” In questo senso la comunicazione gioca un ruolo decisivo: raccontare i successi, mostrare i benefici, creare consapevolezza.

Il Tagliamento non è un “luogo da trasformare in museo, ma un ecosistema vivo, che mostra come la libertà della natura possa convivere con le esigenze umane. Questo fiume ci insegna che non tutto va controllato, che il movimento, la variabilità, la trasformazione sono parte della vita stessa del fiume, ha precisato, ricordando che “la campagna Free Tagliamento non è soltanto un’iniziativa di protesta contro le grandi opere previste, ma una proposta costruttiva: è un invito a cambiare prospettiva, a guardare ai fiumi come alleati.” La difesa del Tagliamento diventa così il simbolo di una più ampia lotta per il riconoscimento del valore dei processi naturali in un’epoca di crisi climatica.
In conclusione Goltara ha illustrato i punti chiave della alternativa su cui il CIRF sta lavorando: “Con la nostra modellizzazione abbiamo dimostrato che è possibile, senza realizzare sbarramenti trasversali lungo il Tagliamento ma solo intervenendo all’esterno degli argini già esistenti, effettuare interventi che riducano in maniera significativa i picchi di piena per le portate di riferimento su cui si sta ragionando”.

Ha infine mostrato i risultati di una raccolta di dati su un aspetto della gestione fluviale che spesso rimane sotto traccia ma che crea danni diffusi e significativi ed influenza grandemente il rischio di alluvioni: l’estrazione di sedimenti dagli alvei. “Contrariamente a quello che spesso si sente dire, nella grande maggioranza dei casi scavando nei corsi d’acqua non si riduce il rischio ma, anzi, spesso lo si aumenta, in particolare a valle, perché disconnettendo l’alveo dalle pianure circostanti il corso d’acqua perde la sua naturale capacità di laminazione, ed è quindi meno in grado di ridurre i picchi di piena. Questo è stato confermato anche dalle modellazioni idrauliche che abbiamo effettuato sul Tagliamento. Sulla base di un accesso agli atti effettuato dalle associazioni della campagna Free Tagliamento, il CIRF ha mostrato che negli ultimi 10 anni sono state autorizzate estrazioni il cui totale ufficiale (quindi probabilmente sottostimato, dati i controlli molto limitati sui quantitativi effettivamente estratti) ammonta a ben 1,6 milioni di metri cubi di materiale, una quantità ragguardevole e con un effetto significativo sull’assetto del corso d’acqua. Interventi nella maggior parte dei casi propagandati come azioni di riduzione del rischio, ma in assenza di giustificazioni quantitative a supporto e con effetti reali con ogni probabilità di segno opposto. Una escavazione selvaggia, di fatto, in deroga dalle normative nazionali di settore, che deve essere urgentemente bandita”.


