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La faglia dentro. Una risposta da chi non c’era


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«E mentre il mondo intero veniva in soccorso, 

e le cronache si accorgevano di questo lembo estremo di penisola,

iniziò l’operazione di immaginare un nuovo Friuli, ma “com’era e dov’era”».

Tomada, La faglia dentro. Cosa resta del 6 maggio 1976

Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2026.

 

Come possiamo immaginare ciò che non c’è più allo stesso modo di com’è sempre stato, ma in maniera nuova? Intanto, avremmo dovuto accorgerci di cosa c’era sempre stato, prima che crollasse per sempre. Poi, avremmo dovuto serbare la memoria di che cosa esattamente è andato perduto, per provare anche solo a ricordarcene nei nostri sogni. Infine, avremmo bisogno oggi di porre in immagine questa memoria, per verificare se ciò che avevamo immaginato sia effettivamente ciò che poi abbiamo posto in essere, se ciò che eravamo sia rimasto proprio com’era e dov’era.

Una delle funzioni della scrittura è proprio questa: rendersi conto del trauma e di ciò che con esso è andato perduto per sempre. È questo il motivo che spinge l’autore a scrivere questo testo. Non tanto o non solo il ricordare, ma soprattutto il cercare ciò che non c’è più. Nella premessa questa ricerca è annunciata, e attraverso le domande con cui viene formulata se ne tratteggia già una risposta. C’è un «ciò che eravamo» e un «ciò che siamo diventati», c’è qualcosa che si è «perduto per sempre», c’è stato un «mutare nel profondo la natura e l’identità delle nostre comunità» come ci sono state «trasformazioni radicali che hanno confinato una civiltà millenaria nell’oblio». Quella civiltà millenaria che l’autore si è sforzato di restituirci con La storia del Friuli e dei Friulani e con Friulani eretici. Come avesse voluto mostrarci con precisione ciò che c’era sempre stato, anche se magari noi, distratti, non ce n’eravamo accorti. Come avesse voluto indicarci che cosa esattamente è andato perduto, noi che magari di questa perdita non ce n’eravamo nemmeno resi conto. 

Questa ricerca che era appena stata annunciata sembra di fatto già terminata. Così l’autore pone una seconda domanda. Cosa resta del 6 maggio 1976? Che non è da intendere nel senso di cosa si ricorda di quei giorni – domanda tutto sommato irrilevante per chi quel 6 maggio non c’era ancora – e nemmeno che cosa è cambiato da quella data, domanda alla quale, abbiamo visto, si è già data una risposta. Piuttosto, è invece da intendere più letteralmente: di ciò che c’era prima, che cosa è rimasto oggi? È tutto definitivamente scomparso? A questa seconda domanda, l’autore stesso suggerisce delle risposte con le citazioni che pone in esergo al testo. Se chi ormai è morto è considerato fortunato perché non ha conosciuto i nuovi problemi portati dal progresso, l’antidoto sembra essere proprio il ricordo, il ricordo di ciò che eravamo e ciò che non riusciamo più ad essere, anche se fra le macerie delle case e delle chiese, in un certo senso, qualche brandello di identità sembra resistere ancora.

L’accelerazione della cancellazione?

L’autore a questo punto ha già smascherato in parte la sua accusa più profonda, ciò che è il vero motivo per cui ha deciso di scrivere questo testo. Il Terremoto del ’76 viene identificato come ciò che ha accelerato questo processo di cancellazione identitaria di una terra, il Friuli, che oggi guardandosi allo specchio rischia di non riconoscersi più. Ma l’autore sa che il Terremoto è un capro espiatorio. Certo, non si può dire che anch’esso non abbia preso parte al misfatto. Eppure, i veri colpevoli sembrano essere altri. Il progresso, si diceva, quasi ricordando quel mutamento antropologico che ben ci ha descritto Pier Paolo Pasolini con la sua poetica nostalgica di un mondo contadino perduto, dei suoi valori, della sua dimensione del sacro. Ma, forse, anche qualcosa di ulteriore. Qualcosa di cui sarebbe difficile parlare direttamente, e che pertanto rischia di rimanere inespresso.

Ma la verve qui non è solo polemica, e non può esserlo. «Su questi frammenti ho puntellato le mie rovine» ci ricorda T.S. Eliot in esergo. Tomada ci ha mostrato – nei primi due testi di quella che ha tutta l’aria di essere un’opera unica, benché non ancora conclusa – cosa c’era e cosa è andato perduto. Se è così, allora ha tutta l’autorità per forzare questa faglia e cercare, questa volta sì, di immaginare un Friuli “com’era e dov’era”, in maniera nuova. Un nuovo Friuli «diverso […] da quello di allora, ma che può ripartire solo se sarà capace di ripensarsi come comunità di destino e se resterà fedele alle ragioni di un’identità che viene da lontano, la sola in grado di offrirci una sicura ricetta di riscatto».

A me, che non ho vissuto quegli attimi e che sono nato 20 anni dopo, leggendo di tutte queste macerie si affollano nella mente due immagini. La prima, sono le macerie di Gaza. Le tende degli sfollati. La seconda, sono le rovine di cui parla Walter Benjamin nella famosa nona tesi di filosofia della storia, dove si descrive l’angelo della storia. «Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi». Ma queste sono solo immagini che il mio inconscio mi presenta davanti per riempire il vuoto, quel “io non c’ero”. Ma non è poi così difficile comprendere quella “sola catastrofe” che Tomada, con lo sguardo rivolto agli ultimi cinquant’anni, vede dove noi vediamo un “modello Friuli”, il progresso o il benessere. Eppure, se fossero solo questi gli elementi che hanno sfaldato il tessuto comunitario, solidale e culturale friulano, non sarebbe forse un cambiamento irrecuperabile. Scriveva sempre Pasolini che «cinque anni di “sviluppo” hanno reso gli italiani un popolo di nevrotici idioti, cinque anni di miseria possono ricondurli alla loro sia pur misera umanità».

Walter Tomada
Walter Tomada

Valori perduti

C’è quindi qualcosa di più. Certo, alcuni valori derivanti da una civiltà precedente si sono via via perduti, spegnendosi con gli ultimi esponenti di una generazione che non è riuscita a trasmetterli. I nuclei delle nostre esistenze, le nostre case, sono cambiati, e con essi i rapporti sociali e comunitari. Sono cambiate le architetture dei paesi, i paesaggi delle campagne. Tracce di un mondo precedente sono ancora lì, da qualche parte, dappertutto, per chi sia capace come un archeologo di interrogare le rovine della nostra civiltà.

Ma i conti sembrano non tornare. «La distruzione silenziosa che nessuno ha potuto documentare è la parte che manca a questo libro», ci viene improvvisamente detto verso la fine del testo, lasciandoci come smarriti nel polverone levatosi delle macerie. «Il temporale è evidente e le nubi si stanno addensando all’orizzonte» si prosegue in conclusione minacciosamente. «Fingere che non succeda nulla è un’illusione, come lo è stata quella del mondo globalizzato e lo è quella del nazionalismo italiano». E qui l’autore aggiunge un elemento che pensavamo non volesse far emergere più.

Ai miei amici e alle mie amiche che oggi vengano a farmi visita in Friuli – dal nord Italia, dalla Germania, dal Messico – viene molto spesso la domanda sul perché la nostra regione si chiami così. Friuli Venezia Giulia, senza nemmeno più quel trattino che distingueva due identità culturali, linguistiche e storiche diverse. Io, in risposta, racconto loro la storia millenaria del Friuli. Dalle popolazioni celtiche a quelle longobarde, dalla Chiesa di Aquileia fino al suo Patriarcato. Dalla conquista veneta all’arrivo dell’Italia. Ma anche della lingua friulana e delle numerose altre lingue che vi si parlano. 

Tomada, che certamente si è accorto che il Friuli ha una storia, un passato e una tradizione, secondo la celebre invocazione di Pasolini, si pone a questo riguardo una domanda radicale, ovvero come possano i giovani e le giovani di oggi rendersi conto di fare parte di tutto questo, se nessuno insegna loro questa storia e tradizione. «Perché quei giovani dovrebbero sentire di appartenere a una storia più grande, fatta di radici e di valori […] se a loro nessuno li trasmette più?». Declinata sul Terremoto, se «a parte le rovine di Portis vecchia, il paesaggio non sembra portare nessun segno della catastrofe», se «case, chiese, strade, ville e castelli sono tornati a posto e non si vede nessun indizio dello sconvolgimento di allora» – «come fosse stato un incubo, un miraggio, un’illusione» – cosa conosceranno i giovanissimi e i giovani di questo evento, e di ciò che ne seguì?

Una ricerca che deve ricominciare

Ci possiamo chiedere se le nuove generazioni sapranno ricordarsi che la regione storica del Friuli e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia non siano la stessa cosa. Se le generazioni di oggi si siano accorte che questa stessa Regione, molto più italiana che friulana, tende a far sparire il termine storico culturale millenario Friuli in un nuovo termine recente annacquato Friuli Venezia Giulia. Se il mondo della cultura friulano si sia accorto che quest’anno, al cinquantesimo anniversario di un evento che ha plasmato l’identità friulana e che Walter Tomada ci ha raccontato in pagine dense e dolorose, non solo si sia dimenticata di presentare un bando specifico sul tema, ma abbia anche tolto i criteri di valutazione che premiavano la valorizzazione delle lingue minoritarie, come tedesco, sloveno e friulano. Ci ritornano allora in mente le parole di pre Checo Placereani che abbiamo letto nel testo: «da troppo tempo il Friuli non decide più il suo destino e ricalca gli schemi italiani […] anziché la tutela del bilinguismo si è andati avanti con la sostituzione, la colonizzazione».

Il capitolo che mi ha colpito di più è quello in cui David Maria Turoldo, che nel ’75 aveva seppellito Pasolini e nel ’76 non voleva veder seppellire anche il Friuli, ci dice che «tutto dipenderà dalla salvezza delle civiltà locali […] questo popolo capisce che senza un’autonoma cultura non si è nulla». Individuando, come ci spiega bene Tomada, tre punti fondamentali per questa salvezza: ricomporre il tessuto sociale delle comunità, ottenere un’università completa –  che come si scriverà poi nel suo statuto contribuisca “al progresso civile, sociale e alla rinascita economica del Friuli, e di divenire organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originali della cultura, delle tradizioni e della storia del Friuli” – e studiare storia e lingua del Friuli, per non perderne l’identità.

L’autore accusa il Terremoto di avercela fatta perdere, questa nostra identità sociale e culturale, ma forse accusando il Terremoto vorrebbe in realtà accusare qualcun altro. Egli, però, tace su questi accusati. Ma, ci viene da sperare, forse vorrà scrivercene nel suo prossimo libro.

Viene da chiedersi, alla fine di questa lettura, se l’immagine di copertina che l’editore ha intitolato Il gran sole del Friuli sia l’alba di un nuovo giorno o, piuttosto, il terminare di una civiltà, quella friulana, che giunge al tramonto. «Sta a noi scegliere quale strada intraprendere» conclude rispondendoci Tomada, che con questa sua ultima opera fa sentire una voce critica di cui c’era, francamente, assolutamente bisogno.

Edoardo Rizzo
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Edoardo Rizzo – Nato nel 1996, vive a Tarcento. Laureato in Filosofia all’Università di Padova, ha studiato anche all'Università di Tubinga e alla Sorbona di Parigi. Lavora al Centro di Volontariato Internazionale di Udine, dove coordina il programma di Servizio Civile, in Friuli e in America Latina, occupandosi anche di Educazione alla Cittadinanza Globale e di progettazione culturale, in particolare su tematiche interculturali e decoloniali. Scrive di Friuli e Messico, rovine e memoria, in dialogo con W.G. Sebald, P.P. Pasolini e W. Benjamin, contro i sistemi di dominio: Edoardo Rizzo | Substack.

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