
Il Parco di San Giovanni a Trieste: storia di una rigenerazione
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Da manicomio a parco in cui convivono facoltà universitarie, cooperative, servizi sanitari: il Parco di San Giovanni a Trieste ha vissuto, nel corso della sua storia, radicali cambiamenti. Nato all’inizio del secolo come ospedale psichiatrico, i suoi padiglioni si erano progressivamente svuotati con il processo di deistituzionalizzazione e con la creazione di servizi di salute mentale sul territorio. I padiglioni abbandonati rischiavano il degrado, ma negli ultimi vent’anni il Parco ha cambiato volto: una lunghissima fase di ristrutturazione, avviata da amministratori attenti e sensibili, l’ha restituito alla città. Ne abbiamo ricostruito la storia con Giancarlo Carena, ex presidente della cooperativa agricola Monte San Pantaleone.
Partiamo dal presente e andiamo a ritroso: in questo momento nella parte alta del Parco di San Giovanni stanno per essere completati i lavori di ristrutturazione di due grandi palazzine di proprietà dell’Università, mentre nella parte bassa Asugi sta ristrutturando quella che sarà una Casa di comunità.
Oggi è un parco riconosciuto formalmente e sottoposto ai vincoli della Soprintendenza che lo inquadrato come “sito di interesse culturale”. È un luogo atipico: senza cancelli e attraversato da una strada, resta sempre aperto e accessibile. Al suo interno convivono diverse realtà istituzionali: l’Azienda sanitaria, che mantiene alcuni presidi e spazi per la formazione; il Comune di Trieste, che gestisce una casa di riposo e alcuni servizi per la disabilità; la Regione, con la scuola slovena; e l’Università, che ha da tempo trasferito qui alcuni dei suoi dipartimenti.
A conclusione dei lavori sarà trasferita qui la Facoltà di psicologia, che porterà un netto incremento di studenti. Ed è previsto che l’edificio noto come “Gregoretti 2”, ora pericolante, ospiti nel prossimo futuro la Scuola per Interpreti.
San Giovanni è soprattutto un parco storico, progettato all’inizio del Novecento come giardino di un complesso manicomiale chiuso. Dopo il suo svuotamento negli anni settanta, per un periodo si è progressivamente inselvatichito, fino a far dimenticare il suo disegno originario. Da quasi 30 anni è in corso un lavoro di recupero, che ha permesso di far riemergere l’impianto storico. Dove possibile, sono stati ripristinati i tracciati e i decori originali, seguendo un approccio filologico; dove il disegno era andato perduto o le aree erano troppo degradate, si sono introdotte soluzioni nuove, nel rispetto dei principi della Carta di Firenze sul restauro dei giardini storici. Il caso più evidente di reinvenzione è il Roseto dietro la chiesa: un’area che era diventata una discarica di detriti è stata bonificata e trasformata in un giardino, che nel progetto originario non esisteva (inizialmente erano previsti degli orti) ma che oggi rappresenta uno degli interventi più riusciti.

Nella tua veste di presidente della cooperativa Monte San Pantaleone, ti sei occupato soprattutto delle aree verdi comuni del parco.
Ho ricoperto per quasi 25 anni il ruolo di presidente della cooperativa e mi sono dedicato in particolare alla sistemazione del verde. Nel 1995 ero riuscito a coinvolgere la Fondazione Benetton Studi e Ricerche, un’eccellenza italiana nello studio dei giardini storici. Da quell’esperienza nacque un laboratorio straordinario: per un anno un gruppo interdisciplinare, coordinato dalla Fondazione, si riunì una volta al mese per approfondire diversi aspetti di San Giovanni – dalla geologia alla documentazione storica, dalle collezioni ai censimenti botanici, fino alle ipotesi di riuso degli spazi.
Nel 1996 la Fondazione stampò 16.000 copie di una pubblicazione che raccontava il lavoro svolto e che fu allegata gratuitamente al “Piccolo”. Quell’iniziativa fu decisiva non solo per le risorse economiche e le competenze messe in campo, ma perché offrì a chi lavorava qui una visione completamente nuova del luogo.
Il laboratorio lo mise in parallelo con lo Steinhof di Vienna, per esempio, mettendo a confronto volumi, connessioni e usi. Si analizzarono trasformazioni e criticità, fino a delineare quella che fu chiamata “terza utopia”: un luogo vivo, aperto alla città, attraversabile, capace di valorizzare la pedonalità e le relazioni. È stato un processo non fondato su un masterplan tradizionale, ma su criteri diversi.

Se dovessi indicare quali sono stati questi criteri, come li descriveresti?
A differenza di quanto accaduto altrove in Italia, a Trieste la trasformazione è stata guidata dalla psichiatria. Dopo la legge 180 lentamente gli psichiatri si spostarono sul territorio senza occuparsi del destino fisico degli ospedali, che finirono in una lenta agonia e nell’abbandono. A Trieste le cose andarono diversamente: lo svuotamento fu rapidissimo, in anticipo sulla legge. Quando nel 1978 la riforma fu approvata, il San Giovanni era già quasi vuoto. Ma svuotare non significò abbandonare. Al contrario, la psichiatria si assunse la responsabilità di immaginare nuovi usi per quegli spazi. Da qui nasce un primo criterio: non cancellare il luogo, ma rigenerarlo.
Il secondo riguarda la pluralità delle funzioni. La deistituzionalizzazione non significa solo chiudere un manicomio, ma creare una mescolanza tra attività diverse – l’abbiamo chiamata mixité: cooperative sociali, presidi sanitari, università, iniziative culturali. Volevamo creare flussi di contaminazioni nell’uso degli spazi, allo scopo di ibridarli. Era importante che dialogasse con le altre realtà presenti e che si creasse un’osmosi continua tra parco e città.
Questo approccio ha retto nel tempo grazie a una combinazione di fattori: la tenuta della psichiatria e la sensibilità di alcuni amministratori. Molti ex ospedali psichiatrici italiani – circa un terzo – sono oggi in stato di abbandono; San Giovanni ha rischiato lo stesso destino, ma ha trovato interlocutori istituzionali capaci di comprenderne il valore, di avere attenzione e sensibilità su questo tema: la Provincia guidata da Maria Teresa Bassa Poropat, alcuni rettori dell’Università, il sindaco di Trieste Riccardo Illy, e soprattutto Franco Rotelli, che all’epoca era direttore dell’azienda sanitaria. Grazie alla sua visione strategica, nel 2007 si forma il “condominio” del Parco di San Giovanni: un modello di convivenza tra soggetti diversi, un’esperienza unica nel suo genere.

Riuscire a far parlare tra loro e coordinare quattro istituzioni diverse non deve essere stato semplice. Come ci siete riusciti?
Io arrivo a Trieste nel 1979 e inizio a lavorare come infermiere. In quegli anni, l’ospedale si stava svuotando, correndo un enorme rischio di decadimento. Ma fin da subito alcuni di noi se ne innamorano, tra cui io, che mi porto dietro una forte passione per l’urbanistica. Anni dopo, quando divento presidente della cooperativa, l’attività sul verde diventa centrale e inizio a seguire con più attenzione anche il parco nel suo insieme.
Un giorno leggo che a Treviso è arrivato il brasiliano Roberto Burle Marx, forse il più grande paesaggista del Novecento, per ritirare il Premio internazionale Carlo Scarpa per il giardino, promosso proprio dalla Fondazione Benetton. Decido di andare a incontrarlo. Da quel contatto con la Fondazione nasce il suo coinvolgimento nel progetto. Un lavoro che viene restituito alla città attraverso un convegno pubblico al Dipartimento di Salute Mentale. Fu un gesto di grande generosità e un’esperienza formativa straordinaria.
Ma chi partecipava a questi laboratori e al convegno finale? Anche gli psichiatri e gli operatori della salute mentale?
C’erano tecnici del Comune e della Provincia, figure come Vladimir Vremec – allora direttore del verde pubblico e poi progettista del Roseto – e dirigenti provinciali come William Starc. Intervennero personalità di rilievo nazionale e internazionale: Ippolito Pizzetti, straordinario divulgatore e poeta dei giardini; Thomas Wright, esperto di giardini inglesi. Andammo persino a Vienna, allo Steinhof, per studiarne il modello.
Non era un gruppo stabile, ma un laboratorio aperto, che richiamava di volta in volta competenze differenti. Dal mondo della salute mentale eravamo pochissimi; attorno a noi, urbanisti, tecnici, amministratori.

Invece di delegare tutto agli urbanisti, come di solito avviene, avete coinvolto competenze diverse.
Primo, a Trieste la psichiatria non abbandona il luogo dopo averlo svuotato. A differenza che altrove qui si afferma l’idea che chi li ha svuotati debba anche interrogarsi sul loro futuro.
Secondo, si costruisce una triangolazione tra la Fondazione Benetton, l’Azienda sanitaria, l’associazione culturale Franco Basaglia e la cooperativa agricola. È una rete fragile ma audace, che tiene insieme cultura, salute e lavoro.
Terzo, la deistituzionalizzazione non è solo una questione sanitaria, è anche un invito a coinvolgere intelligenze diverse – intellettuali, tecnici, artisti – per generare nuovi linguaggi. Attorno al Parco di San Giovanni nasce una pluralità di approcci che diventa, in certi momenti, perfino un’estetica: oggetti, progetti, modi di abitare e attraversare lo spazio.
La riconversione, quindi, non è stata guidata da un grande piano architettonico calato dall’alto, ma da un intreccio di responsabilità, relazioni e visioni condivise. Un processo lento, fatto di incontri, contaminazioni e scelte coerenti nel tempo. Volevamo mescolare, favorire la vicinanza tra realtà che normalmente non convivono, metterle in dialogo, lasciare che si contaminassero a vicenda. Sono stati questi gli ingredienti della riconversione, insieme a una buona dose di utopia.

In concreto, l’accordo di “condominio” in che cosa consiste?
Il dispositivo del condominio non è solo una ripartizione millesimale dei costi, ma soprattutto una visione comune. Quattro enti pubblici presenti nello stesso luogo che invece di contendersi gli spazi hanno trovato un accordo, anche scambiandosi edifici per renderli coerenti con le attività svolte. È stato un lungo lavoro di riequilibrio tra funzioni e volumi.
Una volta sistemate le proprietà, è diventato possibile occuparsi in modo condiviso degli spazi comuni. Questo luogo, per la sua storia e la densità di memoria che porta con sé, non può essere amministrato come un normale complesso immobiliare. Non so quanto oggi resti viva questa consapevolezza culturale. Ma se non lo fosse, andrebbe certamente rimessa al centro.
Gli accordi per le aree comuni come funzionano?
Il parco nasce con un disegno unitario, quindi l’obiettivo è sempre stato evitare interventi frammentati e mantenere una visione complessiva. Negli anni questo principio è stato rispettato: le gare e gli interventi sono stati pensati in modo coerente. Ma la bellezza vive anche di investimenti futuri. Molti interventi iniziali sono stati fatti in economia: ad esempio, le assi usate per il Roseto sono fatte di materiali che dopo qualche anno marciscono. Qualcuno deve decidere di sostituirle, altrimenti il rischio è un lento degrado.
Se oggi intravedo un pericolo per San Giovanni, non è l’abbandono improvviso, ma la perdita progressiva di qualità per mancanza di programmazione strutturale. Bisogna essere consapevoli che un bell’edificio immerso in un contesto degradato perde valore. La qualità degli spazi comuni dovrebbe dunque essere parte dell’agenda strategica di tutti i proprietari.
In conclusione, apro un altro tema: da alcuni anni c’è la sensazione che i soggetti forti come Università e Azienda sanitaria, stiano pian piano espellendo le realtà più piccole – cooperative, associazioni… L’ibridazione e la coesistenza di soggetti diversi esiste ancora o si è ridotta?
Se guardiamo il lungo periodo, San Giovanni è passato da essere un luogo vuoto, che chiedeva presenze, a uno spazio molto richiesto. All’inizio si invitava chiunque: “venite, suonate, fate festa”. Oggi quella fase è finita. La presenza istituzionale è cresciuta e con essa la fame di spazi, ma il principio della mixité resta fondamentale: grandi enti e realtà più fragili devono convivere. Sono proprio queste ultime a rendere il luogo più vivo, più creativo, più allegro. È una questione di equilibrio.
Oggi le sale sono spesso sature di corsi e riunioni. Eventi che un tempo trovavano spazio facilmente rischiano di non avere più posto. È inevitabile che la pressione aumenti, ma bisognerebbe evitare che la saturazione cancelli la pluralità.
Nonostante tutto, credo che la convivenza tra enti pubblici, cooperative sociali, studenti, lavoratori della salute e cittadini sia ancora reale. Tutti si incontrano negli stessi viali, magari a “sniffare una rosa”. Questo equilibrio va custodito. E quando si liberano nuovi spazi, grazie alle ristrutturazioni, sarebbe importante destinarne una parte anche a esperienze innovative e più fragili.
In fondo, tutto dipende ancora da questo: visione, equilibrio e volontà di continuare a considerare San Giovanni non solo come un insieme di proprietà, ma come un progetto culturale condiviso.
Lavora nella segreteria del Gruppo consiliare del Patto per l’Autonomia - Civica FVG in Consiglio regionale, è redattrice della rivista di filosofia “aut aut” e fa parte della Scuola di filosofia di Trieste. È stata portavoce di Adesso Trieste dal 2021 al 2024, di cui ora è consigliera circoscrizionale.


