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I terremoti, l’estate del 1976, la int, tante storie nella storia


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A 50 anni dai terremoti che colpirono il Friuli, grandi saranno gli omaggi al mito della ricostruzione. Ma le cose sono veramente andate come ci hanno raccontato?

Ne parliamo con Igor Londero, gemonese classe ‘75, ricercatore presso l’Università di Trieste e autore del volume “Pa sopravivence, no pa l’anarchie – Forme di autogestione nel Friuli terremotato: l’esperienza della tendopoli di Godo”. Probabilmente l’unico testo accademico che, partendo dall’esperienza della Borgata di Godo, analizza cosa avvenne tra la prima scossa (6 maggio) e le due scosse del 11 e 15 settembre 1976 e come il tessuto sociale reagì.

Come mai hai scelto questo titolo?

Dopo la prima scossa, nelle borgate, nacquero dei comitati per gestire la distribuzione dei beni essenziali e per improvvisare i primi ripari notturni. Questi comitati di tendopoli iniziarono poi a coordinarsi formando un comitato di coordinamento che creò varia documentazione come volantini, prese di posizione che trovavano pubblicazione in un bollettino.
Il titolo deriva da uno di questi volantini in cui il comitato si pronunciava su vari aspetti, come i ritardi delle Commissioni che dovevano stabilire i danni del terremoto oppure sulle mense collettive. Il volantino era anche una risposta all’accusa che riceveva il movimento delle tendopoli di essere sobillati da movimenti extraparlamentari venuti da fuori e che le proteste nascessero con il solo obiettivo di mettere in difficoltà il governo DC; il messaggio nel volantino era “non lo facciamo per l’anarchia, per la ribellione, ma attuiamo forme di autogestione per la nostra sopravvivenza”. Nelle tendopoli o ti mettevi a disposizione o venivi allontanato, prima prendevi pala e piccone e solo successivamente, forse, potevi dire la tua in assemblea.

Come si organizzarono i terremotati nelle tendopoli e come è stato possibile creare la rete dei comitati?

In quasi tutte le interviste che ho fatto la int (1) mi ha detto “ci è venuto spontaneo” e a questa parola, da storico, ho raddrizzato le orecchie perché un gesto ti viene spontaneo quando l’hai interiorizzato così in profondità che neanche ti ricordi di averlo imparato.

Ho indagato cos’era la borgata prima del terremoto: c’erano luoghi di ritrovo come la fontana, le osterie e  c’era un asilo comune (non comunale) autogestito, che veniva finanziato dai fondi raccolti nella sagra e dalla vendita del burro della latteria sociale, fondata (nei primi del ‘900) e gestita dalla int della Borgata, qui tutti conferivano il loro latte e lavoravano a turno. In altre borgate c’erano campi o boschi collettivi comuni, addirittura preesistenti allo Stato Italiano. Un altro esempio è la scuola serale autogestita che permise alla int, che non aveva potuto studiare, di prendere la licenza media, questo gruppo sarà poi il riferimento per la stesura del bollettino.

Avendo interiorizzato queste esperienze, una volta che le strutture statali crollarono (caserme, linee telefoniche… ricordiamo che le prime comunicazioni a Roma arrivarono mediante i radioamatori), la capacità di autogestirsi e di prendere decisioni collettive venne fuori, chi prima era attivo nella latteria, nella sagra prese in mano la vita della borgata.. I primi soccorsi per i friulani sono stati i friulani, perché le comunità conoscevano il territorio, le case e le persone che ci abitano, dove andare a cercare le persone sotto le macerie…

Successivamente arrivano le prime riunioni, le prime assemblee generali e il movimento cresce.

Com’erano, in questo periodo,i rapporti tra la int e le istituzioni, il Sindaco Benvenuti o l’assessore Iacovissi?

Iacovissi veniva dagli scout, dall’associazionismo cattolico di base e dal Moviment Friûl, entrò in Giunta come assessore alla Partecipazione, divenne dunque anello di congiunzione tra la popolazione, il volontariato e l’amministrazione, fu anche il direttore responsabile del bollettino. Benvenuti aveva 36 anni ed era alla sua prima esperienza, era considerato un innovatore, veniva dalla Pro Loco e si trovò a gestire il terremoto dopo pochi mesi.

La int, come detto, si organizzò fuori dalle istituzioni ma non contro di esse, in un modo che era al di là della partecipazione intesa come partecipazione a procedure istituzionali. Questo creò contrasti perché il sindaco ribadiva che lui e i consiglieri erano gli unici rappresentanti legittimi della popolazione, la int, pur riconoscendo il suo ruolo, rispondeva che in emergenza saltano quegli equilibri e che loro si stavano organizzando autonomamente, intestandosi la rappresentanza delle borgate e identificando i bisogni.
I capi tendopoli (che non erano ruoli definiti ma fluidi, vista la situazione) non venivano riconosciuti dal sindaco come interlocutori. Questo portò la int ad indire le elezioni dei rappresentanti nelle tendopoli per legittimarsi anche formalmente, vari furono i tentativi del sindaco di inserire un suo uomo ma questo veniva sempre respinto.

Anche con i carabinieri nacquero diversi contrasti ad esempio quando i capi tendopoli rifiutarono di consegnare le liste dei volontari per evitare “fogli di via”; emblematico fu l’esempio dei volontari che andavano a portare materiale coi camion e quando venivano fermati dai carabinieri esibivano un documento autorizzativo firmato dai capi tendopoli, che si sostituivano allo stato, ribaltando di fatto i rapporti di potere.

“Fàsin di bessôi”, “Dalle tende alle case”, slogan evocativi, ma avevano attinenza con la realtà?

Quello che si ricorda di allora è spesso il frutto del racconto dei media.

Nessuno ha mai fatto proprio lo slogan “Dalle tende alle case”, fu il Messaggero Veneto che, per gettare discredito sui comitati e farli sembrare illusi e fautori di sterili polemiche e per sostenere i sindaci dipinti come realistici, scrisse queste cose, ma in tutti i documenti dei comitati c’era solo la richiesta delle baraccopoli dato che non potevano passare l’inverno in tenda e non volevano andarsene. Così come “Fàsin di bessôi” ovvero “non abbiamo bisogno di niente, lasciateci lavorare” è nato dal Messaggero; nelle rivendicazioni dei comitati invece si diceva “noi abbiamo bisogno di aiuto ma con la gestione centralizzata delle emergenze (Vajont, Belice) avete fatto disastri, date a noi le risorse e decidiamo noi come, dove, quando spendere, non mandateci grandi ditte da fuori, date il lavoro a noi”.

E arriviamo alla manifestazione di Trieste dove, dopo l’occupazione della sede Rai, una delegazione dei comitati venne ricevuta dal presidente della regione. Come ci si arriva e come mai ci fu una divisione nelle manifestazioni di protesta tra Udine, Trieste e Castelmonte?

Vennero organizzate due riunioni generali in cui i comitati dei paesi terremotati decisero di andare a manifestare a Trieste, vista come sede del Potere Regionale, per rivendicare (2): una garanzia sulle mense e un controllo popolare, una revisione della legge 17 (più fondi e criteri antisismici sulla ricostruzione, attivazione delle commissioni per il rilevamento dei danni), ricostruzione con consultazioni popolari, no alla costruzione dei paesi altrove, assistenza e sanità, abolizione delle servitù militari, esenzione dalla leva per i giovani terremotati.

I contrasti nacquero quando ad una riunione esecutiva a Trasaghis, sindacati, comunità montane, sindaci proposero di spostare la manifestazione a Udine, la int dei comitati, che aveva avuto il mandato dalle borgate, tenne il punto “Trieste non è in discussione”. Così finì che i comitati andarono a Trieste, i sindacati e i sindaci a Udine. Castelmonte fu una iniziativa di pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, in contrasto con “Glesie Furlane”, i preti operai e AGESCI che erano a favore dei comitati.

Quali richieste differenziavano le due manifestazioni di Udine e Trieste?

Le differenze erano minime, la questione era soltanto una: chi doveva rappresentare i terremotati? Se la manifestazione fosse stata fatta a Udine, a Trieste sarebbero andati i partiti e i sindacati a discutere con la Regione, i comitati volevano invece rappresentarsi da soli.

Il 4 settembre arriva nelle zone terremotate Andreotti, Presidente del Consiglio, come viene accolto

Male. Ad un certo punto la Regione non venne più riconosciuta come interlocutore e si punta a Roma, infatti le manifestazioni successive furono nella Capitale, con meno partecipazione ovviamente. Quando Andreotti arrivò fu accolto con forti contestazioni in ogni singola tappa, un momento significativo avvenne nelle caserme dove il vescovo, dato che i comitati vennero lasciati fuori, rimase con loro. Andreotti dovette poi scappare da una stradina nei campi per evitare contestazioni, celebre è il lancio di un mattone sull’auto che lo scortava , ma anche i membri di una commissione parlamentare che, in visita pochi giorni dopo, vengono tirati giù dall’autobus e rischiano di prenderle … era una situazione assolutamente esplosiva e il motivo era che iniziava il freddo e non erano arrivate le baracche promesse.

Quali sono gli effetti delle scosse dell’11 e 15 Settembre sul tessuto sociale?

Subisci un trauma, reagisci e ti fortifichi come comunità, ma le scosse di settembre arrivarono in un momento in cui la int aveva esaurito la riserva di reazione. Dopo le scosse se ne andarono come zombie, neanche chiedevano “dove mi portate?”, prendevano su due robe e se andavano, non ne potevano più. Pensa a quelli che in quei quattro mesi avevano iniziato a ricostruire e videro tutto di nuovo crollato.

Igor Londero

Senza queste scosse come credi si sarebbe evoluta la questione?

Se le baracche, invece che nella primavera del ‘77, fossero arrivate a settembre o a dicembre del ‘76, la situazione sarebbe stata diversa… e se non fossero arrivate in tempo, chissà… Magari bloccavano le ferrovie. Probabilmente sarebbero comunque andati per l’inverno a Lignano ma con tutto un altro spirito. 

Ad esempio la int di Artegna, che riuscì a mantenere un pò più di organizzazione collettiva, si fece dare delle palazzine vicine solo per loro per non disperdersi.

Dal punto di vista sociale e politico la ricostruzione come la conosciamo è figlia delle scosse di settembre. 

 

(1) termine friulano che significa “gente” oppure “popolo”. L’autore, nel suo volume, spiega (pag. 21) che manterrà questo vocabolo in friulano per evitare ambiguità, noi in questa intervista faremo lo stesso.

(2) tratto dal volume “Pa Sopravivence, no pa l’Anarchie” pagg. 232-233

Le fotografie di volantini e verbali dei comitati sono tratte dal libro che è in corso di ristampa.

Daniele Andrian
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Ecologista e federalista, classe 1991, ex co-portavoce regionale di Europa Verde F-VG, diplomato professionale, inizia la sua esperienza lavorativa nella ristorazione e poi nella logistica, ora metalmeccanico . Da queste esperienze comprende che il mondo del lavoro deve cambiare e che la necessaria transizione ecologica dovrà per forza passare dalla rivoluzione del sistema produttivo.

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