
Al friulano non far sapere
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Nel giugno scorso si è tenuta a Gorizia la Conferenza di bilancio del Piano generale di politica linguistica per il friulano 2021 – 2025. Ne parlammo, commentando una gestione chiusa alla partecipazione, qui: https://ilpassogiusto.eu/dopo-gorizia-tanto-da-fare-per-una-vera-politica-linguistica-per-il-friulano/
Oggi ci ritroviamo a parlare del prossimo Piano per gli anni 2026 – 2030, il cui iter di formazione e approvazione ha raggiunto un momento inarrivabile in termini di efficienza e autoreferenzialità.
La Giunta regionale ha dato la sua approvazione preventiva al Piano nella seduta del 23 gennaio scorso, con la delibera n. 63, prendendo atto che lo stesso era stato approvato dal Consiglio di Amministrazione dell’Arlef in data 23 dicembre 2025, dopo che il Comitato tecnico-scientifico dell’ente lo aveva approvato nella sua seduta del 16 dicembre 2025, per essere trasmesso all’Assessorato regionale competente il 7 gennaio 2026.
Dopo di chè risulta esservi stata un’ulteriore riunione per sentire il parere della Commissione consultiva per la minoranza friulana e ora, il prossimo 3 marzo, il Piano andrà alla Commissione competente del Consiglio regionale per il previsto parere.
Poi, conclusi i passaggi di legge, vi sarà la definitiva approvazione del Piano da parte della Giunta regionale e quindi la sua piena operatività.
Tutto a posto, niente in ordine
Non è dato sapere in quanto tempo effettivo sia stato steso il Piano né chi, interno od esterno all’Arlef, vi abbia effettivamente preso parte, ma i tempi di approvazione – poco più di tre mesi – sono un vero e proprio record politico ed amministrativo, tali da onorare uno dei motti che si vorrebbe esemplare dell’identità friulana nei secoli: salt, onest e lavoradôr.
Il che potrebbe anche essere una buona cosa se la situazione sul fronte delle politiche linguistiche per il friulano fosse serena ed il futuro tranquillo. Ma così non è, come proprio la Conferenza di Gorizia aveva chiaramente evidenziato tracciando il bilancio del precedente Piano 2021 – 2025 ed evidenziando una diminuzione significativa dei parlanti friulano.
Soprattutto per questo è del tutto incomprensibile la decisione di non coinvolgere sostanzialmente nessuno degli enti, delle società, dell’associazionismo non solo culturale, del mondo scolastico ed universitario, nonché degli stessi Comuni facenti parte per propria scelta dell’Assemblea della comunità linguistica friulana, in una discussione vera nella parte preparatoria del nuovo Piano così come nel suo iter di approvazione.
Perché è evidente che, salvo aspetti sempre migliorabili ed aggiornabili nella legislazione, il corpo degli strumenti necessari alla tutela di una lingua di minoranza è oggi sostanzialmente disponibile e sufficientemente finanziato. Ma quello che manca sta, sintetizzando al massimo, in due aspetti. Uno, di carattere generale e storico, che riguarda il rapporto fra una lingua di minoranza, il suo utilizzo, e l’idea di sé che ha o dovrebbe avere chi la parla e quindi perché dovrebbe parlarla. E su questo l’Arlef c’entra ben poco.

Vietato partecipare
L’altro è che in tanti aspetti e momenti in cui dovrebbe essere operante la tutela di una lingua di minoranza (scuola, pubblica amministrazione, comunicazione, ecc.) le leggi vengono applicate quando si può, se si può, forse no, dipende da, e nessun controllo (di qualità e non poliziesco…) viene esercitato; nemmeno – crediamo – sulla stessa applicazione e realizzazione delle previsioni del Piano. Su queste nostre pagine è possibile rintracciare qualche esempio.
Visto poi che siamo nel 50° del sisma e della ricostruzione, che ha corrisposto ad una rivitalizzazione quasi in ogni campo civile, culturale e politico dell’identità e della lingua friulana, il buon senso dovrebbe aiutare a capire che senza dialogo con la società civile, senza condivisione, scambio di opinioni, proposte, non ci può essere condivisione di obiettivi, progetti, disponibilità. Il contrario di quel che serve ad una comunità minoritaria per sopravvivere.
Alla lunga resterà solo un piccolo bunker burocratico, destinato ad essere marginalizzato o meno a seconda delle fortune di questo o quel soggetto o personalità politica nell’amministrazione regionale.
Un segno della qualità politica odierna
Infine questo procedere burocratico è anche un indice ulteriore del degrado sempre più evidente del nostro sistema politico ed istituzionale. Non solo chi è stato eletto direttamente dal popolo (invero da una percentuale sempre più minima del corpo elettorale) rivendica questo status contro ogni altro potere costituzionale, e nega spazi, ascolto, dialogo, non più solo alle minoranze politiche ma anche a parti della società civile.
Vedasi a questo proposito la tragicomica vicenda del convegno dell’Associazione della Terza Ricostruzione sulla realizzazione degli enti di area vasta, saltato perché i partiti di maggioranza all’ultimo minuto non possono partecipare proprio perché sono impegnati a predisporre il testo (?!), oppure vedasi i comunicati ormai da presa in giro vera e propria dell’opinione pubblica riguardo all’efficacia o alla presenza di servizi sanitari o socioassistenziali chiusi, trasferiti, o magari riproposti magicamente con altro nome.
Ora anche dei dirigenti amministrativi, nominati o promossi dall’eletto dal popolo di turno si sentono, evidentemente tutelati da questo rapporto, al di sopra di ogni rapporto vero con la società civile, nel predisporre e poi nell’imporre scelte a cui questa non ha partecipato ma che deve subire e, in un modo o nell’altro, accettare se vuole sperare di accedere poi a qualche contributo pubblico che, anche se dovuto per legge, viene ormai quasi sempre concesso solo all’ultimo minuto utile per rispettare la norma.
Un qualsiasi altro Piano programmatico della Regione in qualsiasi altro campo sociale o economico approvato in questo modo provocherebbe ancora reazioni. Forse c’è chi è certo di un altro carattere che si vuole distintivo nei secoli dei friulani: sotàns.
Direttore editoriale del Passo Giusto
- Elia Mioni
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