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Frana e dissesto provocato dal tratto di strada realizzato “ex-novo” tra il Rifugio Cjampizzulon e i ruderi di Casera Campiut di Sopra | fotografia di Marco Lepre

Una montagna senza servizi e da “consumare”


Le dichiarazioni rese nei giorni scorsi dall’assessore Riccardi sui sontuosi stanziamenti destinati al sistema sanitario, sono una perfetta sintesi del modus operandi dell’attuale maggioranza regionale: nell’abbondanza del momento (figlia di contingenze altre, non di particolari meriti politici), la risposta ai problemi della cittadinanza viene data agitando il borsello delle monete, che suonano per i cittadini come il piffero della storia di Hamelin. 

Se in termini teorici la destinazione di fondi al sistema sanitario rappresenta un chiaro elemento di merito, quest’ultimo viene drasticamente meno nel momento in cui essa non interviene (o non vuole farlo) sulle ragioni profonde dei problemi, rivelandosi più atto di propaganda che di sostanza. Non è casuale che, attenendosi allo specifico delle interminabili liste di attesa per le prestazioni sanitarie (ove la nostra regione – da dati Gimbe e Agenas – è stata dichiarata la peggiore in Italia), la Corte dei Conti si sia già espressa a luglio, individuando nelle carenze programmatico-gestionali (e quindi non nelle economie) le ragioni sostanziali del disservizio. Disarma poi il fatto che l’unica idea progettuale finora desumibile dalla politica sanitaria della maggioranza sia quella di un viaggio senza ritorno verso il “modello Lombardia”. Un modello che ha mostrato la sua disfunzionale fragilità nei mesi complessi del Covid, quando la rete si è sorretta solo grazie alla resistenza del welfare pubblico – invero supportato, sul territorio e non, dall’apporto ausiliario del terzo settore – sopravvissuto all’imperterrita “svolta verso il grande privato”. Gli interventi dichiarati non sembrano quindi toccare quei problemi che stanno a monte delle difficoltà del nostro sistema sanitario e c’è da chiedersi se la fuga di professionisti dal pubblico al privato (dove il primo è reso sempre meno sostenibile con ritmi di lavoro pressanti, concorsi escludenti, ecc.), non faccia a sua volta parte di un disegno chiaro, utile solo ad alleggerire la politica da un “peso” di gestione e responsabilità. La nostra riflessione non è quindi viziata da un pregiudizio verso il privato, ma si muove dalla necessità di rivendicare il dovere costituzionale della tutela della salute dei cittadini in capo all’istituzione pubblica; un dovere che pare scemare in una progressiva dismissione – a caro prezzo – della regione dal proprio compito. Una regione che in sanità spende sempre di più, per contare meno nelle scelte, erogando sempre meno servizi, scaricati due volte sulle tasche dei cittadini (che pagano sia come contribuenti, sia come utenti degli ambulatori privati a cui sono costretti – se ne hanno possibilità – ad accedere). Un’autodistruzione perfetta, utile a pochissimi.

Il territorio montano, in particolar modo nelle sue comunità più periferiche, soffre in modo esponenziale le conseguenze dell’attuale gestione della sanità, mentre la maggioranza regionale abbandona il suo marcato cesarismo per lasciare la gestione dei problemi ad enti locali sempre più fragili e poveri di risorse umane ed economiche. Lampante l’esempio della solitudine delle comunità nell’affrontare la carenza di medici di base. 

Non solo la salute anche l’educazione

La riduzione dei servizi, innegabile sul versante sanitario (la casistica sarebbe lunga da elencare), procede serrata anche su altre dimensioni del welfare regionale. É del 1° dicembre l’allineamento supino e compiaciuto della maggioranza Fedriga all’azione di dimensionamento scolastico voluta dal governo Meloni, incapace di cogliere il valore trasversale (sociale, di presidio e presenza delle istituzioni, di speranza nel futuro) detenuto da una scuola e/o da un istituto comprensivo all’interno di una comunità o di una vallata montana. Se soluzioni nuove vanno certo trovate – consci della necessaria riflessione da farsi sul rapporto tra bacini di utenza, capillarità e sostenibilità dei servizi – le stesse non possono tradursi automaticamente in un discriminato taglio. Il muoversi entro le prerogative dell’autonomia, l’attivare percorsi di prossimità che coinvolgano le risorse del territorio – di pubblico e privato, verso il quale, come già detto, vi è misura e non pregiudizio o chiusura – potrebbe configurare un processo virtuoso: ma la questione pare non interessare la maggioranza regionale, con i territori montani che vengono progressivamente spogliati di sanità e di accesso prossimale all’istruzione per i propri figli. In parole povere, dei diritti fondamentali di cittadinanza.

Vuoto progettuale e di ragion pratica campeggiano nelle scelte della maggioranza regionale su altri temi cruciali per il futuro della montagna, a partire dalle infrastrutture. Opere necessarie che la montagna attende da tempo vengono programmate con lentezza dopo numerosi richiami dai territori (il ponte di Carnia, l’ultimazione del tratto della ciclabile “Alpe Adria”) o non compaiono minimamente nella borsa della spesa regionale, piena invece di interventi inutili o spropositati nel loro rapporto costo/funzionalità. Rotonde milionarie, ristrutturazioni faraoniche di municipi, grandi opere non richieste dai territori ma loro imposte, vengono cantierate a spron battuto. Al contempo, poco o nulla è stato fatto/pensato nella direzione della messa in sicurezza idrogeologica di paesi e arterie viarie principali; nessuna attenzione (come invece accade in altre regioni alpine) alla predisposizione di fondi speciali per la progressiva sistemazione delle reti idriche, che sarà fondamentale in un futuro prossimo con sempre meno acqua. 

Si può fare economia turistica tra le frane?

Nemmeno i recenti eventi sembrano tuttavia suggerire una più cauta misura di buonsenso. Davanti alla frana che ha travolto la strada del Passo Monte Croce, la mente illuminata del centrodestra dell’Alto Friuli – con tanto di selfie in mezzo alle macerie – ha proposto un tunnel per il quale sarebbero necessari anni, forse ispirato dalla promessa del traforo sulla Mauria lanciata in campagna elettorale insieme al mentore nazionale del ponte sullo Stretto. Se nessuno certo pretende la fantascientifica riapertura della strada nell’arco di tre giorni (come annunciato dall’assessore Riccardi), l’ipotesi del tunnel pare altrettanto lontana per rispondere all’urgenza, ricordando il famoso annuncio della gara di sci di fondo in piazza Unità d’Italia a Trieste. Le sparate nel nulla sono forse il male minore, visto l’esempio della strada sul Lussari, costruita con ingente spesa ma di fatto utilizzata a singhiozzo a causa di un iperattivismo al cemento privo delle pregresse valutazioni. Davanti ad un problema così urgente come l’inagibilità dell’arteria di Passa Monte Croce, ognuno deve fare la sua parte, partendo però da concretezza e contezza del possibile.

In una montagna che continua a spopolarsi, secondo la maggioranza regionale l’unica via di salvezza pare quella del turismo, vero e proprio “petrolio delle terre alte”. Questo ovviamente per le realtà in tal senso più “appetibili”: per le comunità ritenute poco o nulla idonee al comparto, non sembra esserci ragione di intervenire, se non nel presenzialismo d’occasione.

Si può proporre turismo senza avere qualità dei servizi nemmeno per i residenti?

In ogni modo, pur riconoscendo il ruolo importante di questo settore economico (ci mancherebbe altro), su cui ha senso operare con criterio, lascia del tutto perplessi la centralità ipertrofica e totalizzante che ad esso viene assegnato. La tradizione di impresa, artigianale, cooperativa, commerciale della montagna non sembra esistere; la filiera del legno ed i piani forestali, pure; l’agricoltura e la cultura agro-pastorale, inesistenti se non in funzione di eventi di richiamo. I servizi di prossimità e la cultura? Non pervenuti. O meglio, il nulla oltre la logica del contributo spot e a pioggia.

In parole povere, la progettazione regionale sul territorio montano pare più focalizzata su chi arriva per spendere e/o consumare, in nessun modo attenta alla qualità della vita di larga parte di chi resta e di chi ha già investito con fatica sul territorio; i presupposti perfetti per una montagna “vacanzificio”, ovvero una cartolina apparentemente perfetta da vendere al mondo esterno, ma che lascia sullo sfondo una realtà priva di servizi per le comunità e quindi sempre più invivibile per i montanari. Senza contare poi la questione del calo delle risorse umane del settore turistico, rispetto al quale sarebbe necessaria un’ampia riflessione, del tutto inesistente nei grandi proclami della mente illuminata di cui sopra.

Un punto a parte, poi, merita il tema ambientale. A seguito dei recenti e ingenti danni occorsi in tutta la regione per eventi meteorologici ripetuti e tutt’altro che ordinari, pare che la soluzione individuata dalla maggioranza regionale sia la nomina di un commissario “ad hoc”. Senza soffermarsi sul senso della proposta, incuriosisce capire in quale modo questi potrà operare, circondato da negazionisti dei cambiamenti climatici e da una maggioranza che ha avallato discutibili operazioni: in montagna (e non solo) la vicenda Siot è tristemente nota, mentre le nubi sul lago di Cavazzo si fanno cupe. Cosa dire poi delle nuove piste da sci al di sotto delle attuali quote neve, con tanto di irrinunciabili scritte instagrammabili? Ai posteri l’ardua sentenza.    

In un momento storico segnato da opportunità di spesa pubblica in altri tempi inimmaginabili, lascia poche speranze l’assoluta assenza di una visione di futuro che caratterizza il pensiero (?) del centrodestra regionale per la montagna. Un futuro da progettare ed affrontare con coraggio, non con dichiarazioni ad effetto e colpi di borsello utili solo a suonate da pifferai e al consenso immediato.

Pare evidente come, e sotto i tutti i punti di vista, la direzione intrapresa dal centro destra sia quella di una montagna da “consumare”, non certo da vivere. La “riserva indiana” spesso evocata dalla nota mente illuminata a giustificazione di ogni intervento non accolto da consenso “bulgaro”, sembra invece l’inevitabile punto di arrivo delle stesse politiche che la agitano a spauracchio. A quel punto, potremmo solo dire che la montagna ha perso, palesando la fine con tanto di cartello (ovviamente, con scritta instagrammabile).

 

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