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energia rinnovabili politica

Tanto tuonò che piovve! Dopo due anni di proclami, alla fine le Comunità Energetiche possono nascere


Ci sono voluti 19 mesi perché le norme sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) trovassero il loro completamento; i due decreti regolatori della materia (uno di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e l’altro del MASE (Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica), oltre alle regole tecniche del GSE (Gestore dei Servizi Energetici) tanto ci hanno messo per diventare (il 24 gennaio 2024) operativi e aprire finalmente la strada a questo nuovo strumento di politica energetica tanto atteso.

La fine dell’attesa tuttavia non consente di tirare un sospiro di sollievo se si considera la mole di contraddizioni, problemi e incertezze che la materia ancora contiene; l’occasione di dare alle comunità ed agli operatori, finalmente, qualcosa di semplice e facilmente realizzabile è svanita sotto una valanga di complicazioni burocratiche che non lascia presagire nulla di buono per il futuro prossimo delle CER.

La distanza ideologica dalle rinnovabili diventa cattiveria autorizzativa

Ci si riferisce innanzitutto ai pesanti limiti posti all’accesso agli incentivi per gli impianti realizzati tra dicembre ’21 e la data di costituzione della CER, limiti che vanno dal non poter far parte di una CER al vedersi dimezzato l’incentivo quando non addirittura annullato! La cosa è clamorosa per due motivi: il primo è riferito ad una questione di gerarchia delle fonti per cui l’accesso agli incentivi riconosciuto, dal decreto legislativo a partire da dicembre ’21, viene ora riferito, da un decreto ministeriale, alla data di costituzione della CER; come dire: la fonte normativa di grado inferiore modifica ingiustificatamente, dopo due anni, la norma principale, arrecando un grave danno a chi ha, nel frattempo, realizzato impianti oltre che alla CER cui avesse intenzione di aderire.

Il secondo è riferito all’incredibile “soluzione” proposta dal GSE per superare la limitazione di cui al punto precedente, là dove ha stabilito la facoltà, per il proprietario dell’impianto, di esibire un’autocertificazione da cui risulti che lui l’impianto lo ha fatto perché voleva destinarlo ad una CER; nulla di male se la cosa si fosse limitata ad una normale autocertificazione fatta oggi per allora; ma quando si conclude dicendo che “il requisito dovrà essere dimostrato dalla produzione di documenti sottoscritti in data anteriore a quella di entrata in esercizio dell’impianto (con tracciabilità certificata della firma)”, si rischia di arrivare all’istigazione a delinquere.

Per non dire degli adeguamenti statutari obbligatori per accedere ai contributi cui tutte le CER già costituite dovranno adeguarsi, magari anche solo per un comma che non era mai stato previsto in nessuna delle bozze ministeriali circolate. Chi paga i costi di queste modifiche?

Per non dire dell’estromissione delle grandi aziende dalla possibilità di far parte di una CER.

Per non dire della disposizione per cui la CER deve avere la disponibilità di tutti gli impianti ad essa aderenti attraverso la sottoscrizione di un accordo dal quale si possa evincere “che ciascun impianto venga esercito dal produttore nel rispetto degli accordi definiti con la Comunità per le finalità della comunità energetica rinnovabile e nel rispetto di quanto previsto dalle norme di riferimento”.

Ma resta, infine, una domanda cruciale cui bisogna che il Governo, ARERA ed il GSE rispondano: perché si è definito un meccanismo di riduzioni dell’incentivo (non previsto, peraltro, dalle bozze fatte circolare, e che né la Commissione Europea né la Corte dei Conti hanno visionato) posto a carico delle CER per il fatto che il proprietario di un impianto abbia ricevuto dei contributi pubblici per realizzarlo? È come dire che punisco la CER per un vantaggio che ha ricevuto un suo aderente. La cosa palesa un’evidente incongruenza ed ingiustizia. Sarebbe come se il caseificio presso il quale viene conferito il latte subisse delle riduzioni sui suoi contributi per il fatto che l’allevatore, proprietario della vacca che ha fatto il latte, ha ricevuto dei benefici economici per l’acquisto o l’allevamento della vacca.

Ma bisogna usare tutte le opportunità

Tutto male, dunque? Si ritiene che si debba, alla fine, anche cogliere la positività del fatto che c’è oggi una nuova opportunità, per quanto faticosa e complicata, messa a disposizione dei territori e delle comunità locali per un percorso di riappropriazione del ciclo di produzione e autoconsumo dell’energia, tema assolutamente di rilievo strategico per un paese povero di risorse energetiche naturali, come l’Italia, che deve affrontare la transizione energetica. Disporre che da oggi è possibile far crescere l’autonomia energetica attraverso varie forme di consumo collettivo (la legge ha istituito non solo le CER, ma varie altre forme di comunità cooperanti), anche a tutela e sostegno di chi vive in condizioni di povertà energetica e che si possa lavorare per rendere l’energia uno strumento di migliore convivenza, è sicuramente una chance che va colta, in grado di gettare le basi per un modello nuovo di futuro energetico dei territori che, se ben giocato ed interpretato, potrà dare risultati importanti.

Emilio Gottardo

Referente per l’energia e le CER di Legambiente FVG, già ispettore forestale del Corpo forestale regionale.

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