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Carcere coroneo trieste
Da sx Elisabetta Buria. Paolo Pittaro, Massimo Brianese, Giulia Massolino

Sul carcere diamo i numeri


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Uno – l’inciampo nel tuo percorso di vita. Sette – le persone con cui condividi una stanza pensata per quattro. Uno – il bagno, la doccia esterna. Due – le ore d’aria in un cortile. Zero – gli alberi, le panchine. Quaranta – i gradi che raggiunge d’estate.

Due – le psicologhe e gli psicologi che offrono ascolto e terapia nel carcere di Trieste. Centosedici – le persone da loro seguite. Centoquindici invece le persone che non possono parlare con gli psicologi perché sono in misura cautelare, ricadendo dunque sul sistema sanitario regionale, già colpevolmente sottostimato rispetto alle esigenze del territorio.

Centoventicinque – le persone impiegate nella polizia penitenziaria a Trieste (undici delle quali non in servizio). Centoquarantatre – le persone previste come fabbisogno.

Terzo, il posto del Friuli-Venezia Giulia nel podio delle regioni italiane per sovraffollamento, dopo Puglia e Lombardia. Centottanta per cento le presenze oltre la capienza del carcere di Udine, 250 persone su 139 posti in quello di Trieste.

Trenta – le persone che si sono tolte la vita nelle carceri italiane da gennaio 2024.

Non vorremmo dare i numeri. Ma è difficile spiegare cosa intendiamo davvero quando parliamo di sovraffollamento delle carceri. Parliamo degli occhi stanchi e indignati delle operatrici che mettono anima e corpo, lavorando di fantasia, con poche risorse e tanto cuore, per gestire una situazione intollerabile ed evitare che ci scoppi in faccia come una pentola a pressione. Parliamo di occhi vuoti di una persona con disagio psichiatrico che parla con il muro della cella in cui non dovrebbe trovarsi. Parliamo degli occhi mendicanti di un omone che ti blocca per raccontarti il perché lui non dovrebbe trovarsi lì. Parliamo dei tatuaggi di un uomo tenuto in vita da un macchinario salvavita. Parliamo dei pochi mesi rimanenti a un malato terminale. Parliamo degli occhi azzurri e speranzosi del mastro panettiere che sta cercando di insegnare loro un mestiere buono per il futuro. Parliamo di un futuro che sembra quasi inarrivabile, anche dopo aver scontato la pena prevista, considerando che il territorio non mette in atto le condizioni per la reintegrazione delle persone nella società.

Non si tratta di una questione meramente infrastrutturale. La soluzione non è banalmente costruire carceri più grandi. Dobbiamo, invece, puntare ad avere meno persone in carcere.

Il carcere e le persone che vi vivono sono un mondo di cui spesso tendiamo a dimenticarci. Un corpo estraneo, un buco nero nelle nostre città, una parte della nostra comunità che cerchiamo di ignorare e dimenticare. Eppure, se quella polveriera non si incendia, propagando metaforicamente il fuoco a tutti i dintorni, è solo per la forza, buona volontà, perseveranza e abnegazione di persone che credono in un mondo diverso e migliore. Di chi crede che il carcere non debba essere il tappeto sotto cui nascondere la polvere delle marginalità che le nostre società sempre più competitive stanno aumentando. Di chi impiega tutta la propria fantasia per trovare soluzioni non scontate, con zero risorse, per rendere la situazione di quelle persone meno infernale. A volte parliamo anche solo di una vecchia coperta a separare il wc – altrimenti a vista – di una stretta camera teoricamente singola pensata per reclusi con bisogni psicologici particolari e che invece accoglie due persone, in un’area che doveva da tempo essere dismessa e trasformata in infermeria.

Queste realtà non trovano spazio in una società che ama narrare storie di successo, di sviluppo, di crescita, ovattando la realtà con occhiali rosa e rifiutandosi di voltarsi a guardare chi è rimasto indietro per consentire a noi di correre. Chi è stato calpestato, chi ha commesso e/o subito violenza, chi è inciampato e non stiamo aiutando a rialzarsi.

Una società civile non dovrebbe ritenere tollerabile quanto avviene dietro gli alti muri e i fili spinati delle nostre carceri, dei nostri CPR, dei nostri CARA.

Come Patto per l’Autonomia abbiamo richiesto in più occasioni di visitare queste strutture sul territorio regionale, sia nella scorsa legislatura che in quella attuale. Lo abbiamo fatto al fianco di chi con queste realtà si confronta tutti i giorni da anni, con chi lotta per farle uscire dalla condizione di luoghi di afflizione, cercando di mantenere il focus sulla reintegrazione, sul carattere rieducativo della pena che non va mai confuso con quello punitivo o vendicativo che spesso prende il sopravvento sulla pancia dell’opinione pubblica. Massimo Brianese, componente del direttivo e cofondatore della Società della Ragione oltre che aderente al Patto, ci ha fatto da moderno Caronte in questo viaggio. Insieme a lui abbiamo avuto modo di toccare con mano la realtà delle persone private della libertà, dialogando con operatrici e operatori che quotidianamente si scontrano con un sistema profondamente sbagliato e da ripensare integralmente, lottando per scongiurarne ulteriori peggioramenti (come l’attuazione del decreto Sicurezza). Encomiabile il lavoro istituzionale di persone come la Garante dei detenuti di Trieste avvocata Elisabetta Burla, il Garante delle persone private della libertà prof. Paolo Pittaro, il garante dei detenuti di Udine avvocato Franco Corleone. Quest’ultimo, che ha da poco concluso il suo mandato, ha da poco promosso una staffetta di digiuno come atto di riflessione, consapevolezza, solidarietà e sensibilizzazione nei confronti della condizione delle carceri in Italia e in regione. Appello al quale Massimo Moretuzzo, segretario e capogruppo del Patto per l’Autonomia, e io abbiamo convintamente aderito insieme a molte altre esponenti regionali. Astenersi dal cibo per compartecipare simbolicamente una crisi che non dovremmo ritenere tollerabile. Patire con, il significato etimologico e autentico di compassione.

Non sarà lettera morta. Agiremo anche all’interno delle istituzioni per far sì che questa situazione non possa essere ignorata, richiamando a chi di dovere le proprie responsabilità in questa piccola storia ignobile.

Giulia Massolino

Giulia Massolino, dottorata in ingegneria dell’energia e dell’ambiente, con master in comunicazione della scienza, economia blu sostenibile e studi di futuro. Da sempre attiva nell’associazionismo, dopo esser stata Consigliera comunale con Adesso Trieste, di cui è co-fondatrice, è attualmente eletta in Regione con il Patto per l’Autonomia.

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