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campi friuli diserbante

Sprazzi di giallo, spruzzi di diserbo


Con la primavera e la fine delle piogge continue sono “fioriti” i campi del diserbo chimico (per lo più glifosate, ma non solo). Chi gira tra le campagne avrà visto vaste superfici di colture improvvisamente ingiallite, ettari ed ettari, dove la vegetazione, rigogliosa come è fisiologico sia di primavera, sono stati “terminati” chimicamente (termine tecnico) con qualche litro di diserbante chimico.

I più attenti si sono chiesti che cosa fosse e lo hanno subito accostato alla simile fioritura dei bordi stradali. Infatti, sempre l’azione del diserbante è, ma su vasta superfice fa più impressione a vedersi.

E la chiamano agricoltura “conservativa”

È l’agricoltura conservativa, ovvero quella forma di coltivare i seminativi (frumento, orzo, mais, soia, girasole…) che elimina o riduce le lavorazioni del terreno con il condivisibilissimo fine di mantenere e, se possibile aumentare, la fertilità del suolo in termini fisici (struttura), chimici (nutrienti come azoto, fosforo e potassio) e pure biologici (attività microbica). Soprattutto struttura e attività microbica sono, infatti, pesantemente danneggiati dalle arature con rivoltamento della zolla, operazione che altera il funzionale gradiente dei microrganismi tellurici, espone la sostanza organica a rapida ossidazione, richiede energia e macchine pesanti che compattino il suolo. Quindi sacrosanto evitare arature profonde e rivoltamenti delle zolle, ragionevole ridurre quanto più possibile le lavorazioni invasive del suolo, ma l’alternativa può essere la chimica?

I fitofarmaci di sintesi, tra cui gli erbicidi usati per queste pratiche, hanno un effetto deleterio proprio sull’attività microbica che avviene nei suoli sani. Rallentano e riducono anche i microrganismi che fissano l’azoto, diminuiscono drasticamente la biodiversità vegetale che caratterizza i campi coltivati e su cui vive (vivrebbe) una altrettanto variegata biodiversità di insetti (non solo gli impollinatori), vertebrati piccoli e grandi, uccelli inclusi. Ampia bibliografia scientifica attesta il percolamento delle molecole erbicide e loro metaboliti nelle acque, oltre che residuare sugli alimenti, con tutti gli impatti negativi sulla salute umana, oltre che di tutti i viventi che popolano il campo coltivato e che per lo più non vediamo.

Per i non addetti ai lavori: l’agricoltura conservativa così praticata prevede la semina di un sovescio di diverse specie che viene “terminata chimicamente” con l’irrorazione con erbicida di tutta la superfice. Poi si va a seminare, in questa stagione, la coltura da reddito, nel nostro caso il mais, la soia o il girasole. Tale semina viene effettuata con specifiche seminatrici “da sodo”, ovvero in grado di seminare su terreno non lavorato o con una lavorazione ridotta.  La coltura poi prosegue con ulteriore utilizzo di erbicidi poichè le condizioni del terreno spesso non permettono erpicature, sarchiature o altri interventi meccanici.

In sintesi: assolutamente condivisibile il tentativo di ridurre le lavorazioni invasive dei suoli, ma ritornare alla chimica in quantità non ci pare proprio la soluzione.

Per chiarezza: nell’agricoltura convenzionale più tradizionale, quella con aratura, preparazione del terreno, semina ecc. si usano sempre gli erbicidi ma l’effetto non si palesa così esplicitamente, perchè vengono applicati sulle erbe infestanti negli stati iniziali, quindi il loro ingiallire non si nota così tanto.

Scelte private ma premiate dalla Regione, cosa premiano i consumatori?

Ci sono alternative per preservare il suolo, usare i sovesci ma evitare o almeno limitare drasticamente l’uso degli erbicidi? Sì, si può terminare meccanicamente il sovescio, trinciando o rullando la massa e se proprio serve rifinire con l’erbicida localmente solo l’eventuale ricaccio.  Per essere espliciti: ridurre le lavorazioni ed evitare il rivoltamento della zolla è esattamente quello che si fa in agricoltura biologica, dove però non si usano erbicidi chimici per nulla!

Ma non è un caso che gli erbicidi “fioriscano” così frequenti quest’anno, tutta colpa del Green Deal?

No, scelta politica specifica della nostra Regione che finanzia questa pratica nell’ambito del Piano di Sviluppo Rurale con 600-650€/ha all’anno! Sempre per paragone: ai seminativi biologici ne dà dai 320 ai 400 di euro/ha all’anno. Non è che l’agricoltura convenzionale, rinominata integrata, non pigli nulla, sta a 258€/ha all’anno. L’ossatura del Piano di Sviluppo Rurale è definita a livello comunitario ma la decisione di quali misure “aprire” e le cifre specifiche sono stabilite, in Italia, dalle singole Regioni.

Ma il boccino sta oggi più che mai nelle mani dei cittadini/consumatori: se vogliamo vivere in un ambiente dove non si usano biocidi bisogna che sostengano (mangiando!) l’agricoltura biologica locale, se invece vanno bene i biocidi nei campi, nelle acque, nell’aria…. continuiamo così!

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