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Ragionare sulla salute mentale da un punto di vista di genere è politica


“È tutto nella sua testa”. È questo il titolo di un nuovo libro pubblicato negli Stati Uniti (e speriamo presto tradotto in italiano), dedicato alla salute delle donne. Fa riferimento al fatto che, quando una donna parla di un suo stare male, di sintomi e di sensazioni, la maggior parte delle volte non viene creduta oppure viene sminuita. Questo non essere ascoltata, va a normalizzare un malstare delle donne, riducendo spesso i loro malesseri a delle semplici lamentele.

È il ciclo, sono gli ormoni, è stata la gravidanza o poi la menopausa; passerà. Insomma, le parole non sono state prese sul serio e una donna non viene creduta quando vuole essere curata. Proprio per questo, allora, è sempre più necessario parlare di salute da un punto di vista di genere e, soprattutto, di salute mentale. Perché parlare e agire significa riconoscere parità di accesso alle cure a tutte e tutti.

La salute mentale delle donne: alcuni dati

Secondo l’Istituto Superiore della Sanità, negli ultimi anni ha sofferto di depressione il 4,5% degli uomini e l’8,2% delle donne. Questa differenza tende a aumentare con l’età: se si analizza la popolazione over 65, le donne con questa diagnosi salgono a 14,4% e gli uomini a 7,3%.

Non sono solo numeri italiani, anche a livello mondiale si manifesta questa disparità. Secondo l’OMS, ha un disturbo depressivo il 5,1% delle donne contro il 3,6% degli uomini. Inoltre, le donne hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di sviluppare disturbi legati all’ansia.

Se si guardano le più giovani, una ragazza su quattro ha compiuto atti autolesionistici. E sono proprio le donne che hanno una probabilità maggiore di sviluppare disturbi legati all’alimentazione. Si stima che il 20% delle donne subisca o assista a abusi nel corso della sua vita, aumentando la probabilità di sviluppare disturbi da stress post-traumatico.

«Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri», scriveva la poeta Alda Merini.

La disparità dei dati e la definizione di salute

Per spiegare queste differenze bisogna comprendere che cos’è la salute: non è mai soltanto uno stato di benessere legato a dati biologici, ma è dato da un insieme di fattori e di situazioni. Per esempio, il nostro livello di salute o di malattia dipende da fattori come il reddito, l’istruzione, il lavoro, dove viviamo, chi sono le persone che abbiamo intorno. Sono i determinanti sociali della salute e spiegano perché la salute sia una questione politica.

Lo psichiatra Benedetto Saraceno nel suo libro Un virus classista scriveva: «Le inegualità sociali sono un fattore di rischio per tutte le malattie, ove evidenze convincenti indicano quanto le malattie mentali siano correlate alla povertà relativa, alla bassa scolarità e a condizioni socioeconomiche svantaggiate».

Le disuguaglianze determinano quanto stiamo bene. E allora, proprio per questo, sono altri dati che vanno guardati per capire perché le donne stanno più male degli uomini. Il loro malstare è dato dalle condizioni in cui vivono e, in particolare, dai ruoli sociali di madre, di moglie, di caregivers, di persone che si prendono cura.

Il mondo in cui viviamo

Secondo gli ultimi dati Istat sull’occupazione in Italia, una donna su due (52,6%) non lavora. Il dato italiano è il più basso tra tutti i paesi europei ed è peggiorato durante la pandemia.

Quando si lavora, si viene poi pagate di meno. Il divario retributivo in Italia (ossia la differenza tra il salario annuale medio percepito da donne e uomini) è pari al 43%, quasi la metà. Certamente questo dipende anche dal lavoro che si svolge. Una donna su due lavora in un settore precario, a bassa remuneratività o poco strategico e part time (dove invece abbiamo un uomo ogni quattro).

Una donna su cinque abbandona il lavoro dopo il parto. E una su due di quelle che abbandona il lavoro, lo fa per esigenze di conciliazione con i tempi di gestione della famiglia. Questo perché il 70% delle madri si occupa da sola della gestione della casa e dei figli (altro dato in aumento negli ultimi anni). E quanto lavoro domestico e di cura non retribuito c’è ancora?

E si potrebbe andare avanti ancora e ancora con numeri e statistiche che ci dimostrano una cosa semplice e chiara: essere donna significa ancora oggi essere discriminata e essere discriminata significa ammalarsi di più.

La lezione di Basaglia

Se nella nostra Regione, il Friuli-Venezia Giulia, abbiamo imparato qualcosa, quel qualcosa dovrebbe essere l’idea di salute e di sanità di Franco Basaglia, di Franco Rotelli e di tutte quelle persone che hanno lavorato al processo di deistituzionalizzazione. Un processo non solo di chiusura dei manicomi, ma di apertura di servizi sul territorio e di riconoscimento dei diritti di tutte quelle persone che diritti non avevano. Un’idea di salute in cui la dimensione politica è fondamentale.

Nel 1992, in via Gambini a Trieste, per esempio, aveva aperto un Centro donna salute mentale. Un centro di salute mentale dedicato a un’utenza femminile e gestito dalle donne stesse, un luogo in cui la differenza di genere diventava un nuovo modo per affrontare la salute e la malattia. Laboratori, incontri, anche convegni. È rimasto lì fino al 1999, per poi spostarsi in Androna degli Orti e chiudere definitivamente nel 2001. Trent’anni fa, è stato inventato un servizio rivoluzionario di cui ancora oggi avremmo bisogno.

Ma anche gli spazi che dovremmo avere per legge, come i consultori, stanno chiudendo. La città di Trieste è rimasta con due soli consultori attivi, là dove dovrebbero essercene dieci. Dovremmo pensare ad aprire nuovi spazi, non a chiudere quelli già esistenti. Spazi organizzati e pensati con l’utenza, per poter rispondere ai bisogni delle donne, delle migranti e delle rifugiate, di chi è vittima di violenza o di tratta, delle straniere, delle disoccupate, delle madri sole o di chi vuole abortire, di persone che vogliono affrontare o hanno affrontato un percorso di transizione. Questo dovrebbe essere se prendessimo sul serio il diritto alla salute, sancito in Costituzione.

Ragionare sui diritti e sui servizi

Se si vuole che le persone stiano meglio, dobbiamo tornare allora alla lezione di Basaglia: costruire alleanze, inventare servizi, prendersi cura delle persone là dove ci sono più marginalità, perché la malattia si esprime «a seconda del modo in cui pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime a immagine delle misure che si adottano per affrontarla» (Basaglia 1975).

Prendersi cura della salute mentale delle donne significa creare spazi per loro e per i loro bisogni, ragionare sul reddito universale per poter uscire da situazioni di dipendenza economica che possono sfociare in violenza, aprire asili nidi, servizi extrascolastici e ricreatori per evitare che le donne si licenzino per organizzare i tempi famigliari, lavorare sulla parità retributiva e sull’accesso al lavoro per dare a tutte la possibilità di avere un lavoro e di potersi mantenere.

Per prendersi cura della salute mentale delle donne dobbiamo fare qualcosa che dovremmo aver imparato più di cinquant’anni fa: lavorare sul territorio e portare i servizi lì dove le persone vivono. Allora questo sarà ragionare sul diritto alla salute, per tutte.

Agnese Baini

Agnese Baini ha una formazione umanistica e si occupa di comunicazione della scienza. Scrive articoli culturali e scientifici su quotidiani e testate online. Ha curato diversi progetti e volumi su temi legati alla salute mentale, tra cui “Quale psichiatria?”, una raccolta degli scritti di Franco Rotelli. Nel 2022 ha vinto il premio di giornalismo Leali Young con un podcast sulla situazione carceraria. Ha una newsletter in cui parla di libri, Matilda.

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