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lavoro-politica-industriale

Per uno sviluppo economico armonico


Si assiste ad una divaricazione tra le analisi e le ricerche sull’andamento economico del Paese e del Friuli Venezia Giulia (Istat, Istat – report BestT, Banca d’Italia – report Fvg 2024, Srm – Banca Intesa San Paolo, Fondazione Nord Est) e le valutazioni contenute nel Documento di economia e finanza regionale 2024 comprese le politiche industriali attuate dalla Regione. Mentre gli scenari e gli esiti concreti condizionano le imprese regionali e friulane, l’export ed il valore dei beni e servizi, appaiono poco efficaci le politiche industriali e le specifiche misure praticate. Non è escluso che queste possano riverberare taluni effetti nel medio periodo, ma allo stato il quadro è negativo. Quello che è certo è che non si intravvede una strategia industriale chiara né gli impatti che si intendono determinare nel breve, medio e lungo periodo attraverso l’impiego secondo logica di risultato delle ingenti risorse a disposizione. Del resto, la stessa Confindustria regionale esorta quanto prima ad elaborare un piano decennale per una nuova industria e per l’attrattività.

Vocazione all’internazionalizzazione e capacità di incrociare l’evoluzione geopolitica

Il Friuli è soggetto più di altri agli effetti determinati dal contesto geopolitico in virtù del fatto che è assai robusto l’export e l’internazionalizzazione delle imprese. È palese la marginalità dell’Unione Europea nell’affrontare lo tsunami che giunge da Suez (con un traffico marittimo diminuito del 50%) e dall’azione dei guerriglieri Houthi dello Yemen sul traffico merci, come la fragilità delle misure nazionali e locali per far fronte alla situazione. In ogni caso si registra un calo di fatturato delle nostre imprese (anche del 20%) e l’aumento dei noli e dei costi dei beni finiti e semilavorati (fino al 20%) cui si aggiunge la circostanza che numerose aziende sono costrette a ridurre o cancellare gli investimenti previsti per il 2024 e il 2025. In questa situazione il patrimonio produttivo del Friuli e del Friuli Venezia Giulia, diversamente da altre realtà regionali, vede diminuire la quantità di export del 13% su base annua (di 2 mld €) e rischia di perdere ulteriormente quote di mercato e posizioni nei confronti delle regioni del Nord ed europee, con cui siamo naturalmente destinati a competere, relativamente al rapporto tra Pil-reddito pro capite e al grado di innovazione, mentre è sotto pressione la funzione del porto di Trieste (il traffico nei principali porti italiani è sceso fino al 20%).

Se si combinano questi fattori ad altri fenomeni strutturali, logicamente connessi tra loro, come il cambiamento del clima, la regressione demografica, l’indisponibilità di profili professionali e competenze, la situazione appare in tutta la sua complessità e richiede visioni, capacità di anticipazione e misure radicali. Anche da qui la necessità del riallineamento di politiche, delle azioni della finanziaria regionale e delle agenzie di sviluppo locale, ulteriormente sollecitata dalla tripla sfida cui siamo chiamati a ad affrontare: quella rivolta a sostenere il tessuto produttivo nelle diverse articolazioni e nei processi di trasformazioni in corso nel contesto locale/interno e globale, a consolidare le imprese per farle diventare “faro” nell’innovazione tecnologica attraverso indirizzi di ripianificazione ed ottimizzazione della produzione e delle catene di approvvigionamento, a far fronte agli impatti di breve e lungo periodo in virtù dell’interdipendenza dei fenomeni strutturali.

Affrontare e compiere le transizioni ambientale e digitale

Appaiono decisivi, in questo senso:
(i) “Piano per l’innovazione, il lavoro e il clima”; si tratta di uno strumento da predisporre di programmazione e pianificazione, di governance e concertazione, di attuazione di politiche integrate alla scala regionale; serve a tenere unite le questioni dello sviluppo e dell’occupazione con quelle del clima e della sostenibilità ambientale; deve prevedere obiettivi strategici verso cui indirizzare le risorse e definire gli interventi urgenti sia quelli strutturali; che sappia accompagnare la trasformazione della struttura sociale ed economica facendo evolvere il tessuto territoriale e produttivo attraverso la doppia transizione: quella ecologica ed energetica, l’economia circolare e i green jobs, garantendo la sicurezza del territorio contro il dissesto idrogeologico assicurandone resilienza all’emergenza climatica, e quella dell’innovazione tecnologica e digitale tale da pervadere l’intero patrimonio produttivo; un Piano che contenga contemporaneamente gli indicatori relativi all’azzeramento delle emissioni climalteranti per la neutralità carbonica e che sostenga, nel permanere di un contesto di scomposizione dei processi produttivi, forme di friend-shoring, reshoring e near-shoring, la connessione a banda ultra larga disponibile per tutti i territori;

(ii) “Sustainable Smart Specialization Strategy S4”; si tratta di una strategia approvata con DGR n. 1841/2022 che dovrà affermarsi a tutti gli effetti quale leva sia per orientare gli investimenti in ricerca e innovazione nel periodo di programmazione 2021 – 2027 sia per estrarre valore dai fondi Pnrr (anche se questa indirizzo appare in parte impossibile da raggiungere) e, quindi, concorrere a far evolvere il sistema manifatturiero e le filiere produttive; è importante che la Regione non si limiti a descrivere obiettivi e ad individuare gli ambiti di intervento quanto, invece, a precisare gli impatti cui vuole tendere, anche in relazione ai vincoli posti dalla “Strategia per lo sviluppo sostenibile”, e a monitorarne l’attuazione descrivendo, alla fine del percorso, gli esiti concreti; dilatare l’innovazione per rendere ognuna delle nostre imprese più competitive e al contempo sostenibili; così si precisano i contenuti e la “condizione abilitante” della S4 che permettano l’effettiva riconsiderazione dei classici fattori della produzione innervando investimenti, programmi e progetti di trasformazione digitale e flessibilità delle imprese fornendo un contributo reale alla manifattura, alle Pmi e alla costruzione di ecosistemi di filiera;

(iii) “Alleanze e strategic community”; si tratta di passare dalla consuetudine dei tavoli e degli accordi di collaborazione, spesso ancorati ad affrontare specifiche esigenze di impresa o di territorio, ad alleanze non transitorie tra soggetti diversi che si occupano di finanza, della gestione dei fattori della produzione alla scala territoriale, di abilitazione dell’innovazione e della prossimità territoriale; in sé l’alleanza rappresenta uno strumento di strategic community nella disponibilità di Pmi e grandi imprese operanti nei diversi comparti della produzione, start-up, Università e Centri di ricerca e Associazioni di rappresentanza per creare vantaggi alle singole imprese, ai sistemi produttivi e territoriali; in questo senso, Friulia, IP4FVG e i Consorzi di sviluppo economico sono chiamati a dotarsi di programma incisivi in grado di affrontare gli scenari e challenge sempre più complesse e mettere nelle condizioni le imprese di generare innovazione continua per accrescere i livelli di produttività e possibilità competitive; dall’altra parte, rendere operativa sul piano formale ed operativo l’alleanza e la strategic community tra Trieste (Autorità di Sistema portuale alto Adriatico orientale, ecosistema portuale) e il Friuli (Consorzio di sviluppo economico del Friuli, ecosistema logistico-industriale) permette una più stringente relazione tra manifattura e logistica, l’innovazione del sistema ferroviario e l’efficacia degli hub interportuali a supporto del tessuto imprenditoriale e nella trasformazione dei flussi di traffico in valore; in tal caso, servono “indirizzi strategici” ambiziosi per i Consorzi, prima ancora di norme per sottometterli al dominio della Regione; nel caso del Cosef, inoltre, questi devono avere a che fare con il consolidamento delle politiche di attrattività di investimenti e imprese, con il concorso a rafforzare la rete e i servizi ferroviari, a partire dal completamento del “nodo” di Udine, raddoppio della Cervignano del Friuli – Udine e dalla messa in esercizio dello scalo ferroviario, fino all’attivazione e sostegno alle Academy formative e forme di welfare territoriale.

Un contesto difficile per sfide condivise

Dovremo fare i conti con la qualità del lavoro e con un Paese destinato a perdere 10 mln di abitanti al 2070, con 11 Regioni su 20 tra cui il Friuli Venezia Giulia (resisteranno più di altre l’Alto Adige, il Trentino, l’Emilia-Romagna, la Lombardia) coinvolte da processi regressivi. Il lavoro va ampliato, con il tasso di occupazione femminile che va portato al 70% ed aumentato quello giovanile se si vogliono migliorare condizioni di contesto e il benessere. Anche in tal caso, vanno adoperate lenti nuove per interpretare le dinamiche del mercato del lavoro riflettendo meglio sul numero delle ore lavorate, sulle dimissioni dai posti di lavoro, sulla fuga dei giovani e sui relativamente bassi stipendi: questi sono alcuni dei termini che rappresentano la non qualità del lavoro anche in Regione. Vanno poi inclusi e formati almeno 100.000 stranieri prima del decennio. Del resto, l’innovazione dei processi produttivi, sotto la spinta delle tecnologie e della digitalizzazione, richiede lavoratori dotati delle competenze necessarie per governarli. Se poi i contesti produttivi sono inseriti all’interno delle catene globali del valore, come spesso accade alle nostre imprese che operano nelle filiere e distretti, questa partecipazione impone la dotazione di un capitale umano competente e dinamico, disponibile ad apprendere e ad aggiornarsi. Siamo, poi, destinati a convivere con la mancanza di classi d’età tra i 17 e 44 anni e con l’innalzamento dell’età dei lavoratori. Focalizzarsi sulla funzione delle competenze e della formazione, riconoscere i fabbisogni fornendo alle agenzie di sviluppo locale e alle imprese opportune strategie, strumenti e metodi appropriati deve rappresentare un assillo della politica industriale. Senza capacità di riprodurre risorse e competenze gli stessi livelli di sviluppo e standard di benessere sinora acquisiti è possibile vengano messi in discussione assai prima di quanto possiamo immaginare e, con essi, i tratti essenziali di uno sviluppo armonico.

Élite, classi dirigenti, attori territoriali e comunità locali: sono i soggetti chiamati ad accrescere capacità di visione, ad interpretare e valutare scenari, a creare alleanze strutturare e promuovere progetti integrati. Se, per un verso, è necessario migliorare i punti di forza (benessere raggiunto, qualità dei patrimoni) e superare rischi e criticità (efficienza istituzionale e dei servizi, povertà del lavoro, aree interne), cioè le condizioni attuali, per l’altro vi è la responsabilità di aumentare di scala nelle ambizioni di ognuno dei soggetti che hanno compiti di decisione, programmazione, creatività e applicazione per non assistere al perdurare di illusioni e banalità.

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