Skip to main content
Italia regioni

La questione istituzionale friulana alla prova del neosovranismo “differenziato”


Quando parlo di questione friulana non mi riferisco ad alcuni elementi identitari che la caratterizzano, geografia, lingua, demografia, etc.: ma al tema di fondo che lega queste terre, oggi comprese nella Regione Friuli-Venezia Giulia e comprensive di Trieste, nella loro appartenenza ad uno stato costituzionale denominato Repubblica italiana. Le caratteristiche di tale collocazione sono oggi in discussione e il dibattito politico quotidiano, pur non godendo di alcuna fama popolare, ne sta progettando significative trasformazioni.

Non è di per sè un male, anche se c’è chi vorrebbe annegarci nel lago del nord est. Il tempo modifica la percezione della realtà e invita al cambiamento. La stessa Costituzione Repubblicana sarà una “sacra scrittura” ma i suoi custodi sacerdotali la interpretano anche alla giornata con perverse sottigliezze. Non c’è quindi alcuno scandalo se una corretta politica si propone di modificarne proposizioni. Tuttavia, nel farlo, l’ascolto e la definizione dell’interesse generale dovrebbe essere un riferimento d’obbligo rispetto ai vantaggi di parte. Provo perciò a guardare con questa ottica l’insieme delle modifiche che ingombrano il campo, nei loro effetti sul rapporto tra un cittadino del Friuli-Venezia Giulia e l’insieme delle istituzioni sovra ordinate che oggi governano tale rapporto, principalmente lo stato italiano, l’Unione Europea e “l’eccezionalismo Yankee”.

 

Questa Regione e l’evoluzione delle politiche internazionali

La nostra è una Regione a statuto speciale istituita 60 anni fa sulla base di una previsione costituzionale dell’immediato dopoguerra, drogata dalla amputazione territoriale della preda di guerra denominata “Venezia Giulia”, dalla incertezza sul futuro di Trieste, e dalla necessità di difendere il mondo libero dalla eventuale aggressione “bolscevica”. Lo statuto regionale del 1963 segue di pochi mesi la fine della crisi dei missili installati dall’URSS a Cuba e quell’accordo cambia radicalmente l’uso militare del territorio friulano (e triestino) in ambito NATO con una previsione diretta di implicazione nella deterrenza atomica. Non c’è alcuna documentazione che colleghi l’attribuzione di potestà legislative e di risorse finanziarie finalizzate alla crescita economica regionale ad una sorta di compensazione per la nuova funzione militare, ma non credo di andarci troppo lontano. Non bastava fidarsi unicamente di “stay behind” in una terra di emigrazione. In fin dei conti in quella guerra fredda degli anni 60 anch’io ho combattuto, sia pure comodamente seduto davanti a un radar.

Che le questioni militari e geo strategiche condizionino pesantemente i destini del nostro territorio non è certo una novità e le evoluzioni odierne non si limitano alla dismissione di caserme. Caracciolo da alcuni anni insiste sulla importanza del porto di Trieste per gli USA e a ciò ne fa risalire la bocciatura dell’inserimento nella “via della seta” cinese propugnata a suo tempo dall’accordo del governo Conte-Salvini. Ma non di solo porto si tratta: la base di Aviano costituisce una infrastruttura centrale nel quadro europeo e mediterraneo, così come si sta ulteriormente chiarendo l’importanza dell’oleodotto transalpino (TAL) come via di rifornimento sicuro per la stessa riorganizzane (per ora NATO) della difesa europea. Petrolio o idrogeno, i carri armati sono tornati di moda dopo l’aggressione Russa all’Ucraina, e le vie di rifornimento non possono essere trascurate. Quando spirano i venti di guerra, in un modo o nell’altro il Friuli c’è sempre di mezzo. E le istituzioni che lo governano più o meno consapevolmente ne prendono atto. Forse i viaggi di Fedriga a New York riguardano altro, ma l’accoglienza di pochi giorni fa a Trieste dell’ambasciatore USA in Italia mi sembra andata un po’ oltre ad una doverosa amicizia.

 

Cosa bolle in pentola per il futuro del Friuli-Venezia Giulia?

Ufficialmente il presidenzialismo-premierato di Meloni, l’autonomia differenziata di Calderoli, il ritorno delle “province” elettive per Fedriga e soci. La cosa apparentemente più semplice sembra essere l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio che in realtà porta a compimento il percorso di demolizione della democrazia rappresentativa della Costituzione Repubblicana, già in fase più che avanzata in seguito alle elezioni dirette delle persone a capo degli esecutivi (Sindaci, Governatori) ed alla introduzione di metodi maggioritari nella distribuzione dei seggi nelle assemblee elettive. Al “popolo” piace sapere chi ha vinto le elezioni e se questo avviene magari con il semplice consenso del 10/15% del corpo elettorale non costituisce problema: eventualmente si cambierà alla prossima. La riforma presidenzialista avrà probabilmente una coda referendaria e oggi appare difficile capire quali dinamiche peseranno al momento del voto. Ma la questione di concentrazione del potere (che non potrà non essere anche nei confronti dei territori) è chiara e decideranno gli elettori.

All’ordine del giorno, vista l’approvazione del Disegno di Legge governativo da parte del Senato, c’è l’autonomia differenziata per le Regioni ordinarie sulla base della previsione dell’art.116 della Costituzione così come introdotto nel 2001. Ne deriva la necessità, per chi come me ha vissuto di autonomismo (e non solo) a partire dagli anni 70, di dare un giudizio su quanto sta succedendo in generale ma anche in rapporto alle possibili conseguenze che potrebbero derivarne per la specialità della nostra Regione. Se a livello italiano appare delinearsi sempre più uno scontro di natura politica (e strumentale) tra l’attuale maggioranza governativa e le opposizioni, sulla nostra questione regionale paiono esprimersi alcune variabilità non trascurabili. Penso agli interventi di Lodovico Sonego, Giovanni Bellarosa, Sergio Bartole ed Elena D’Orlando sul Messaggero Veneto e a fondi del direttore di FriuliSera Fabio Folisi.

 

Calderoli o della fantasia al potere

Il DdL 615 (Calderoli) nei suoi 11 articoli è una eccezionale opera di fantasia legislativa la cui applicazione rimanda ad un groviglio di atti consequenziali facilmente inceppabili e la cui stessa definizione, come per quanto riguarda i LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) in 14 materie di competenza (o loro ambiti), sembra svanire in un “cloud” più che remoto. La possibilità di poter intervenire a spizzichi e bocconi, così come nulla vieta che leggi di settore relative alle materie attuali di competenza concorrente tra stato e regioni ridefiniscano meglio le possibilità di devoluzione (ad es. nel terreno del “governo del territorio” o delle infrastrutture energetiche), ne rende imprevedibile la concreta attuazione ed apre lo spazio ad utilizzi politicamente interessati da dinamiche momentanee. Può anche avvenire a fin di bene ma di Giove Pluvio (non è certo la prima performance di Calderoli) è bene non fidarsi.

Purtroppo quindi, per osservatori che come nel mio caso non agitano la bandiera dell’unità nazionale e ritengono necessario un futuro di “confederalismo democratico” a livello perlomeno europeo dove i “territori” possano democraticamente perseguire l’interesse generale dell’umanità e del pianeta terra, questa applicazione dell’art.116 della Costituzione appare una occasione mancata ed un via libera politico a quella interpretazione del neo-sovranismo statale che si tradurrà nella approvazione del “premierato elettivo”. Inoltre l’evidente ripercussione sulle autonomie speciali, come quella del Friuli-Venezia Giulia, non potrà che causare un ulteriore sfilacciamento di quella possibilità di rinnovare le caratteristiche dell’autonomia stessa sia con modifiche statutarie che con le decretazioni concordabili attraverso le commissioni paritetiche. La stessa attuale formulazione del DdL 165 (comma 2 dell’art.11) che allarga l’applicazione di tale legge alle Regioni e Provincie a statuto speciale sulla base della Legge costituzionale n.3/2001 (di fatto condizioni di autonomia di maggior favore) appare tecnicamente sbagliata in quanto il DdL 165 non è norma legislativa costituzionale, come lo sono invece gli Statuti speciali.

 

Può salvarsi questa Regione nelle “more” di questa tempesta giuridico legislativa?

La carta dei decreti attuativi va giocata con forza, e dentro il rinnovato interesse per il territorio di “frontiera” la cui utilità travalica il puro “interesse nazionale” e si proietta nel faticoso parto di una UE liberata dal pregiudizio neo liberista. Un serio dibattito da affrontare in Consiglio Regionale può definire il quadro di decreti attuativi oggi indispensabili a dare un senso alla specialità regionale e probabilmente dare la forza alla stessa Giunta di farsi valere nei confronti dello stato centrale. Governo del territorio e potestà di intervenire sui percorsi di infrastrutturazione di carattere sovra statale che ci riguardano (energia in primis) possono accompagnarsi ad una più decisa azione nei riguardi della valorizzazione delle minoranze linguistiche che la stessa Regione esprime. Così come forse va colta l’occasione della attuale presenza all’ordine del giorno del Parlamento di una legge di modifica dello statuto regionale (sul tema dell’eleggibilità di un nuovo ente intermedio territoriale), proposta proprio dal Consiglio regionale, per aggiungervi ulteriori elementi correttivi, in particolare nella definizione delle materie di competenza di cui agli articoli 4 e 5 dello stesso statuto. Se il colpo di mano è riuscito in passato all’on. Russo per la città metropolitana, oggi i potenti Ciriani, Gava e Rizzetto non dovrebbero avere difficoltà a farlo.

Infine Lodovico Sonego, nel Messaggero Veneto del 27 gennaio, onde evitare che un improvviso temporale ci riporti ai tempi delle vacche magre dello scorso decennio, suggerisce di pensare per tempo al rinnovo di un accordo con il governo per la definizione delle partite finanziarie che, grazie all’azione di Fedriga, permettono oggi di godere di un quadro di entrate di tutto rispetto. Invito da accogliere pienamente anche perché l’attuale disponibilità è frutto di alcune contingenze (bonus 110%, PNRR, inflazione) e lo stato probabilmente dovrà stringere la cinghia per ridurre e pagare i debiti, con il rischio conseguente. Forse una più matura riflessione su questo tema permetterà di concentrare meglio il destino delle attuali disponibilità su obiettivi strategici decisivi per la resilienza economica, ambientale e sociale del nostro futuro.

Giorgio Cavallo

Attivo in politica dai primi anni Sessanta del secolo scorso, è stato consigliere regionale di opposizione per tre legislature e per due mandati assessore all’Urbanistica e alla Mobilità del Comune di Udine, presidente regionale di Legambiente FVG negli anni Novanta e Duemila. Saggista, ha decine di pubblicazioni all’attivo. Collabora con testate di informazione locale su temi di attualità politica, sociale ed economica.

Iscriviti alla newsletter de Il Passo Giusto per ricevere gli aggiornamenti