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Montecitorio

Contro il podestà d’Italia


Quella della elezione diretta di un capo per la Repubblica Italiana, è una tentazione di vecchia data. Vi hanno ceduto coloro che volevano importare in Italia le istituzioni golliste della Quinta Repubblica (testardamente ignorando che l’Italia non è né dovrà mai essere giacobina, centralista, “esagonale” come la Francia).
Ci erano cascati i promotori delle riforme costituzionali del 2006 e del 2016 entrambe provvidenzialmente bocciate dal voto popolare.
Ha civettato in passato con l’idea del “sindaco d’Italia” gran parte del centrosinistra prodiano e veltroniano.
Ancora oggi scherzano con questo fuoco presidenzialisti di vecchia data, come la destra della Meloni, e i neocentristi che ancora seguono l’incantatore di serpenti Matteo Renzi (mentre Azione ha avuto, anche con il contributo di alcuni autonomisti, una salutare resipiscenza).
Al contrario di tutti costoro, Autonomie e Ambiente, la nostra sorellanza di storici autonomisti e moderni territorialisti, si è sempre messa di traverso, sin dall’inizio del nostro impegno pubblico nella Repubblica e nell’Europa, cominciato con l’assemblea di Udine del 21 febbraio 2020.
Siamo contrari all’idea dell’elezione diretta di un “sindaco” della Repubblica Italiana, nella ferma convinzione che tale figura ne diventerebbe un insopportabile “podestà”.
Il nostro rifiuto ha profonde motivazioni storiche, che invitiamo tutti ad approfondire studiando ciò che stiamo raccogliendo nel Forum 2043: siamo gli eredi di coloro che hanno sconfitto il nazionalismo centralista italiano e si sono impegnati per una repubblica italiana ed europea fondata su ampie autonomie personali, sociali, territoriali. Qualsiasi forma di presidenzialismo sarebbe un tradimento della nostra storia (e ci teniamo ben distinti e distanti da certi sé-dicenti “autonomisti” che ancora oggi, nel 2024, si accompagnano con forze centraliste presidenzialiste).

Pessime leggi elettorali da sottoporre a referendum

Diciamo no al podestà d’Italia sulla scorta di serie motivazioni giuridiche, che possono essere approfondite partendo, per esempio, dal magistero del prof. Enzo Balboni (che è stato relatore in un importante convegno contro il premierato, tenutosi a Milano, con la partecipazione di chi scrive, lo scorso 23 marzo, e il cui contributo è stato pochi giorni dopo pubblicato a questo link).
Il nostro impegno contro l’elezione diretta di un capo dell’Italia ha anche motivazioni politiche più contingenti: non possiamo accettare alcuna modifica della Costituzione in questi tempi di bipolarismo ipocrita e strumentale, da un parlamento di “nominati” con leggi elettorali ingiuste come le norme del Rosatellum, che stiamo combattendo anche facendoci copromotori della loro abrogazione per via referendaria, ispirati dall’impegno di Carlo Felice Besostri, che è stato uno dei più grandi difensori, nel nostro tempo, dei diritti elettorali dei cittadini.
In ultimo, però, e non per importanza, il nostro impegno contro l’elezione diretta del premier ha serie motivazioni sociali, radicate nel drammatico qui e ora di questo XXI secolo globalizzato, in cui sono possibili inquietanti concentrazioni di potere finanziario, tecnologico e mediatico.
Non si tratta di pentirsi di aver creduto – e magari di credere ancora – nella elezione diretta di un deputato in piccolo collegio, di un sindaco in una cittadina, o anche di un presidente di una regione culturalmente e socialmente coesa.

Il fattore “scala”

Il punto su cui invece dobbiamo tutti oggi darci una “svegliata” è il fattore “scala”: nulla garantisce che ciò che abbiamo ritenuto giusto per un contesto di dimensioni contenute funzionerà su scala più grande. Istituzioni che ci sembrano utili per una comunità di 5 mila abitanti, non produrranno gli stessi effetti in comunità di 500 mila, o 50 milioni, o 500 milioni.
Questo è ancora più vero in una società come la nostra, in cui si stanno indebolendo le relazioni umane, prima ancora che le reti politiche, e in cui siamo condizionati, 24 ore su 24, da pochi centri di potere mediatico.
Dobbiamo essere intransigenti sul rifiuto di elezioni dirette che sarebbero meramente mediatiche, competizioni televisive fra “simulacri” (consigliamo la rilettura di un vecchio romanzo di fantascienza di Philip K. Dick: “I simulacri” del 1964), candidati di plastica, personaggi imposti sempre più dall’alto e da altrove.
Abbiamo dovuto, anche fra di noi e nella nostra famiglia politica europea EFA (l’Alleanza Libera Europea degli autonomisti e dei territorialisti), scuoterci dalla suggestione – una sinistra ipnosi collettiva – che fosse più “democratica” l’elezione diretta, magari non solo di un “podestà” d’Italia, ma addirittura di un “napoleone” d’Europa.
È davanti agli occhi di tutti, se riusciamo a tenerli ben aperti, la crisi delle grandi democrazie di massa, i cui capi vengono eletti “direttamente”, in seguito a duelli televisivi a colpi di slogan generici, con campagne elettorali miliardarie, o a seguito di rivolte apparentemente “populiste” (in realtà guidate da centri di potere ancora più opachi). Non parliamo delle cosiddette “democrature”, ma delle più antiche repubbliche presidenziali del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti d’America e dalla Francia.
Il nostro compito, come autonomisti storici e moderni decentralisti, è quello di guardare alla Svizzera, alle piccole repubbliche, ai governi locali dove il potere è ancora provvidenzialmente distribuito, secondo principi di libertà, responsabilità, sussidiarietà.
La nostra resistenza contro le pericolose elezioni dirette di capi non sarà affatto semplice, ma almeno è cominciata.

Mauro Vaiani

Mauro Vaiani è garante di OraToscana e membro della segreteria interterritoriale di Autonomie e Ambiente.

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